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Libri per chi ama davvero leggere

John figlio di John, quell’eredità che segna la vita

Nel terzo e acclamato romanzo dello statunitense Douglas Stuart, rientrato nella shortlist del Booker Prize 2026, il conflitto generazionale nasce dalla difficoltà di distinguere tra ciò che della propria famiglia merita di essere conservato e ciò che deve essere superato

di Giorgia Renna

La copertina del libro "John figlio di John" di Douglas Stuart (Mondadori)

⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 4 su 5.

John figlio di John
Autore: Douglas Stuart
Traduttore: Carlo Prosperi
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2026
Pagine: 480
Genere: Moderna e contemporanea

Consigliato a chi ama le storie di crescita personale e i romanzi che raccontano il rapporto tra genitori e figli, soprattutto quando affrontano temi come l’identità, le aspettative e la ricerca della propria strada.

Se ti interessa, leggi anche
Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart. Traduzione di Carlo Prosperi. Mondadori 2021
Il giovane Mungo di Douglas Stuart. Traduzione di Carlo Prosperi. Mondadori 2024

Douglas Stuart, scrittore scozzese vincitore del Booker Prize 2020 per Storia di Shuggie Bain e autore del Giovane Mungo, torna con John figlio di John a uno dei temi centrali della sua poetica: il rapporto tra identità, famiglia e appartenenza.

Il nuovo romanzo, rientrato nella shortlist del Booker Prize 2026, è ambientato negli anni Novanta sull’isola di Harris, nelle Ebridi Esterne, e racconta il ritorno a casa di John-Calum, ventiduenne che ha trascorso quattro anni alla scuola d’arte di Edimburgo. Senza un lavoro, con pochi soldi e ancora incerto sul proprio futuro, Cal rientra sull’isola dopo essere stato richiamato dal padre John con la notizia che la nonna Ella è gravemente malata. Una volta arrivato, scopre però che la situazione è diversa da come gli era stata presentata: Ella non è in fin di vita e la sua malattia è stata soprattutto il pretesto con cui John ha cercato di riportare il figlio a casa.

John è un allevatore di pecore, tessitore di tweed e uomo rispettato all’interno della comunità presbiteriana di Harris. La sua idea del futuro di Cal è semplice: il figlio dovrebbe restare sull’isola, lavorare con lui e continuare una storia famigliare costruita sul lavoro, sulla terra, sulla fede e sulla trasmissione di un patrimonio che non è soltanto materiale. Cal, invece, durante gli anni trascorsi sulla terraferma ha conosciuto una realtà diversa e, soprattutto, la possibilità di vivere la propria sessualità senza doverla nascondere. Quindi il ritorno a Harris significa non solo ritrovare la famiglia e le proprie origini, ma anche tornare in un ambiente nel quale ogni comportamento è osservato e nel quale la distinzione tra vita privata e vita collettiva è quasi impossibile.

È dal ritorno di Cal che prende forma il conflitto centrale del romanzo. Il ragazzo si trova nuovamente davanti al padre e a tutto ciò quest’ultimo rappresenta: la continuità con il passato, il dovere nei confronti della famiglia, la religione, il lavoro e un preciso modo di intendere la vita. John vorrebbe che il figlio raccogliesse ciò che lui stesso ha ricevuto dalla generazione precedente: la terra, il mestiere, la fede e il nome. Cal non vuole semplicemente sottrarsi a questa eredità. Vuole soprattutto poter scegliere autonomamente quale vita vivere.

La sua sessualità rende il conflitto più evidente, ma non lo esaurisce. Tra padre e figlio esiste una distanza più profonda, legata a due concezioni differenti della famiglia, del dovere e della libertà personale. John interpreta l’appartenenza come una responsabilità e la continuità come un valore; Cal sente invece la necessità di costruire la propria identità anche attraverso la possibilità di scegliere che cosa conservare e che cosa rifiutare del mondo nel quale è cresciuto.

Stuart è particolarmente efficace nel far emergere questa distanza attraverso la quotidianità. John insegna al figlio il mestiere, gli sta vicino e pretende che impari a vivere secondo le regole che hanno orientato la sua stessa esistenza. Può mostrarsi premuroso e duro nell’arco della stessa giornata. Cal lo teme, ma allo stesso tempo gli vuole bene. Il loro rapporto non può essere ricondotto a una semplice contrapposizione tra vittima e antagonista: affetto, rancore, bisogno e incomprensione convivono continuamente. È proprio questa ambivalenza a rendere il legame tra i due uno degli elementi più riusciti del romanzo.

Attorno a loro si muovono Ella, la nonna materna di Cal; Grace, sua madre; e gli altri abitanti dell’isola. Alcuni sono complici, altri giudicano, altri ancora cercano semplicemente di condurre la propria esistenza all’interno delle regole della comunità. Poco alla volta emergono i segreti che attraversano queste relazioni e che rivelano una realtà più complessa dell’immagine apparentemente rigida di Harris. Dietro la religione, la famiglia e le convenzioni sociali esistono desideri e vite che non coincidono con ciò che viene mostrato agli altri.

Il romanzo, tuttavia, non si riduce a una storia di segreti famigliari o di scandali nascosti. Questi elementi servono a Stuart per interrogare il rapporto tra identità individuale e appartenenza collettiva. In una comunità così piccola, vivere secondo ciò che si è realmente significa inevitabilmente mettere in discussione l’immagine che gli altri hanno costruito di una persona. La famiglia può diventare allora il luogo dell’affetto e della protezione, ma anche quello in cui vengono trasmesse le regole che stabiliscono ciò che è accettabile e ciò che deve essere nascosto.

In questo senso, John è qualcosa di più dell’uomo che si oppone alle scelte del figlio. Anche lui ha imparato a nascondere una parte di sé e ha costruito la propria esistenza intorno alle regole apprese. La relazione clandestina con Innes, il vicino di casa con cui intrattiene da anni un rapporto segreto, rende evidente la distanza tra ciò che desidera e la vita che ha scelto di condurre. Quando riconosce nel figlio qualcosa che non riesce ad accettare, la sua reazione assume una durezza che nasce anche dal timore di vedere incrinato l’equilibrio sul quale ha costruito la propria identità.

È qui che John figlio di John si collega più direttamente ai romanzi precedenti di Stuart. In Storia di Shuggie Bain, la famiglia era segnata dalla dipendenza, dalla povertà e dall’incapacità di proteggere chi ne faceva parte; nel Giovane Mungo, il desiderio del protagonista entrava in conflitto con la violenza dell’ambiente sociale e famigliare. Nel nuovo romanzo Stuart torna dunque al rapporto tra identità e famiglia, ma modifica radicalmente il paesaggio umano e geografico nel quale colloca il conflitto.

Non siamo più nella Glasgow operaia dei primi due romanzi, ma in una piccola comunità delle Ebridi Esterne, dove tradizione, religione e territorio assumono un peso decisivo. La famiglia non rappresenta soltanto un vincolo dal quale liberarsi: è anche un patrimonio fatto di lingua, lavoro, memoria e appartenenza. Ciò che viene trasmesso di generazione in generazione costituisce al tempo stesso una ricchezza e una responsabilità.

Anche il paesaggio contribuisce a definire il tono del romanzo. L’isola è un luogo aspro, dominato dal vento, dal mare, dalle torbiere e dalle case sparse. Il lavoro nei campi e al telaio scandisce il ritmo delle giornate, mentre il gaelico e le tradizioni locali conservano una memoria che appartiene all’intera comunità. Ma questo mondo non è immobile. I giovani partono, l’economia cambia e ciò che per John rappresenta la continuità può apparire a Cal come un peso difficile da sostenere.

Da questa tensione nasce una delle questioni centrali del romanzo: che cosa significa ereditare? Cal non riceve soltanto un nome o un mestiere. Eredita una lingua, una religione, una storia famigliare e un modo preciso di interpretare il mondo. Può rifiutarne alcune parti, ma non può cancellarne l’esistenza. L’identità, suggerisce Stuart, non nasce mai da una scelta completamente autonoma: è composta anche da ciò che viene ricevuto e da ciò contro cui, a un certo punto, si decide di ribellarsi.

Il percorso di Cal non consiste quindi semplicemente nel tornare alle proprie origini o nel recidere ogni legame con esse. La questione più complessa è capire che cosa sia possibile portare con sé e che cosa, invece, debba essere lasciato indietro. Anche ciò che viene rifiutato, tuttavia, continua a far parte della persona che lo rifiuta. Per questo la frattura tra Cal e John non può essere risolta attraverso una semplice fuga. Prima o poi Cal deve confrontarsi con ciò che ama del mondo dal quale proviene e con ciò che non è più disposto ad accettare.

Il titolo del romanzo concentra questa tensione in una formula essenziale. John figlio di John richiama la discendenza, ma anche l’aspettativa che accompagna l’essere figli. Per John, essere figlio significa proseguire una storia già iniziata, raccogliere un’eredità e trasmetterla a chi verrà dopo. Per Cal, invece, essere figlio significa anche avere il diritto di interrompere quella continuità quando essa entra in conflitto con la propria identità.

È proprio in questa contraddizione che il romanzo trova la sua dimensione più significativa. Stuart non costruisce una semplice opposizione tra tradizione e libertà, né propone una soluzione definitiva al conflitto tra individuo e comunità. Il suo interesse è rivolto piuttosto alla complessità dell’appartenenza: diventare se stessi senza poter scegliere da dove si viene, riconoscere ciò che ci ha formati senza esserne necessariamente determinati.

John figlio di John è, in definitiva, un romanzo sull’eredità e sulla possibilità di trasformarla. La famiglia può trasmettere affetto, memoria e senso di appartenenza, ma può anche consegnare paure, silenzi e forme di vergogna. Tra Cal e John il conflitto nasce proprio dalla difficoltà di distinguere ciò che merita di essere conservato da ciò che deve essere superato. Stuart affida a questo rapporto, più che a una contrapposizione ideologica tra vecchio e nuovo, il compito di raccontare il passaggio da una generazione all’altra. E mostra come la libertà non consista necessariamente nel cancellare le proprie origini, ma nella possibilità di decidere quale parte di quell’eredità portare nel futuro.

Il libro in una citazione
«Diventare se stessi significa trovare il coraggio di scegliere la propria strada.»

2 ottobre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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