L’esistenza dell’accademico norvegese Jan Grue, che soffre di una patologia neuromuscolare, è la prova che si può sempre rivendicare il diritto di essere se stessi e il suo libro, tradotto in tutto il mondo, smentisce la filosofia figlia del capitalismo per cui si vale solo se si performa
di Eva Garavaglia

La mia vita come la vostra
Autrice: Jan Grue
Traduttrice: Eva Valvo
Editore: Iperborea
Anno edizione: 2025
Anno prima edizione: 2018 (Norvegia)
Genere: Memoir
Pagine: 240
Consigliato a coloro che non si sentono conformi agli standard della società e a coloro che desiderano espandere i propri orizzonti.
Ci sono libri che, pur trattando vicende personali e particolari, risultano universali. È il caso della Mia vita come la vostra che nasce dall’esigenza di Jan Grue, al quale da bambino hanno diagnosticato una patologia neuromuscolare, di sottrarre la propria identità alla freddezza delle cartelle cliniche, ricostruendo una narrazione di sé più veritiera.
L’autore, infatti, non è il malato destinato alla vita breve e infelice come riportano le cartelle cliniche – che oltretutto ha avuto occasione di leggere solo da adulto – bensì un accademico che ha svolto attività di ricerca in una delle università più prestigiose, la Berkley in California, un marito e un padre appagato dai risultati raggiunti nella vita.
Nel rivendicare un’esistenza costellata da bisogni di autorealizzazione analoghi a quelli di tutti i normodotati, Grue fa riflettere sulla tossicità del voler superare i propri limiti a tutti i costi.
Il suo memoir mescola aspetti autobiografici a riflessioni estetiche e antropologiche, che non rappresentano un mero sfoggio di cultura, ma sono fondamentali per comprendere perché l’autore norvegese scrive.
Le citazioni di Michel Foucault, filosofo e sociologo del secolo scorso, costituiscono il punto di partenza del testo, in quanto mostrano che lo sguardo medico assoggetta e oggettifica l’individuo assegnandogli una definizione di malato. Gli ospedali rappresentano quindi un modo in cui lo Stato controlla l’uomo, incasellandolo.
Lo sguardo delle istituzioni coincide con quello della società, infatti tutte le persone che Grue ha conosciuto nell’infanzia si sorprendono quando lo incontrano da adulto, avendo pensato che non sarebbe vissuto a lungo, mentre chi non lo conosce e lo vede in compagnia della moglie crede che sia la sua assistente. Il modo in cui una persona viene vista condiziona la sua percezione di sé e la fa sentire in colpa se non è conforme alla norma.
In questo contesto si inserisce il tema centrale della Mia vita come la vostra: la vergogna che deriva per il fatto di essere stigmatizzati, concetto mutuato dal pensiero del sociologo Erving Goffman. Affinché lo stigma funzioni, è necessario che sia lo stigmatizzato sia la società convengano sul fatto che qualcuno non è come dovrebbe essere e “attribuirsi l’identità significa imparare ad assomigliare a qualcuno e capire di essere diversi da qualcun altro”, come afferma l’autore stesso, che si rende conto di essere diverso. Da questo derivano la vergogna e i tentativi di apparire come gli altri.
Grue cresce con l’idea che la possibilità di raggiungere un certo obiettivo è legata solamente alla forza di volontà. Una filosofia tossica e figlia del capitalismo, sempre volto alla ricerca di un certo tipo di valore: se una persona non performa, non vale. Questa autoconvinzione che non esistono limiti risulta efficace nel far capire al lettore perché siano necessari luoghi accessibili a persone disabili, molto più di mille parole o immagini.
Tuttavia, il memoir nasce da un’esigenza personale: Grue non vuole fare l’attivista e sensibilizzare le persone abili, né offrire un esempio motivazionale di eroismo, bensì accettare il suo corpo e rivendicare il diritto a essere se stesso, e quindi non conforme alla norma, senza alcuna vergogna. Per raggiungere l’obiettivo è necessario scardinare il linguaggio delle cartelle cliniche, che lo rendono uno stigmatizzato.
La mia vita come la vostra non è un libro dai toni sentimentalistici: lo stile è asciutto e analitico e il ritmo serrato, specchio dell’urgenza di chi narra. Quella di Grue, dunque, è una scrittura frammentata e allo stesso tempo densa. È quindi un atto politico: attraverso la scrittura Grue si autodefinisce, liberandosi dalla narrazione dell’altro e contrastando le etichette che le istituzioni gli hanno dato. Riesce pertanto a “imporre la propria volontà al mondo”.
Con questo libro l’autore e accademico ha vinto il Premio della Critica norvegese nel 2018 e nel 2019 è stato candidato al Premio del Consiglio Nordico, importante riconoscimento letterario nei Paesi scandinavi. Tradotto con successo in tutto il mondo, il New York Times lo ha inserito tra i migliori libri di nonfiction del 2021. Nello stesso anno Grue ha ricevuto in Svezia il Premio P.O. Enquist.
Il libro in una citazione
«Il mio non è un racconto di sopravvivenza. Non è la storia di Mark O’Brien. Non è il racconto di come sono diventato umano, ma di come ho capito di esserlo sempre stato.»
28 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scopri di più da Let's Book
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




