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Libri per chi ama davvero leggere

Icarus, il docu-romanzo sulla vita di Raul Gardini

Nel 2018 Matteo Cavezzali coniuga giornalismo d’inchiesta e tragedia per raccontare l’ascesa e la caduta di un imprenditore dalla parabola esistenziale inimitabile e scrive un libro che ancor oggi val bene una lettura

di Raffaele Nuzzo

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini
Autore: Matteo Cavezzali
Editore: minimum fax
Anno edizione: 2018
Genere: Biografia
Pagine: 231

Consigliato a chi è appassionato di storie di successo, di anni Novanta, di misteri italiani, del processo Mani Pulite.

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… perché ispirato alla vita di Raul Gardini.

Una pistola poggiata sul comodino della camera da letto. Accanto, il cadavere di un uomo con un buco nella tempia. Nessuna traccia di polvere da sparo sulle sue mani. Potrebbe essere benissimo l’incipit di un giallo di Agatha Christie o di un film diretto da Dario Argento. E invece no. È il drammatico epilogo di un’esistenza vissuta al massimo, quella di un uomo che ha segnato un’epoca con le sue idee innovative e le sue visioni nell’alta finanza e nell’imprenditoria. È la storia di Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini di Matteo Cavezzali. A dirla tutta, se i contenuti non fossero ampiamente documentati, Icarus avrebbe ogni connotato per essere definito un prodotto di finzione letteraria ben riuscito.

Sulla delicatezza della questione affrontata, l’autore Cavezzali non fa mistero. Chiarisce che, in principio, non si riteneva uno scrittore sufficientemente maturo per scrivere di un fatto di siffatta gravità. Parafrasando, di non avere quel necessario “pelo sullo stomaco” per certi argomenti che cresce solo con l’esperienza. L’avrebbe scritto a “fine carriera” – ammesso ce ne sia una per gli intellettuali – se non fosse intervenuto un altro scrittore più anziano ed esperto a esortarlo a mettersi in gioco. Così, alla fine Cavezzali afferra il guanto e coniuga narrativa a “cronica” biografica, mescolando mito e un pizzico di ucronia a margine dei capitoli.

Pur essendo trascorsi quasi trent’anni, lo scrittore rammenta perfettamente quel 23 luglio 1993: Raul Gardini morì a Milano e, nella sua città natale, Ravenna – che proprio quel giorno festeggiava il suo Santo Patrono – tutti ne parlarono e tutti ne furono profondamente sconvolti.

L’autore, ravennate come Gardini, all’epoca è ancora un bambino di circa dieci anni e si trova a Marina di Ravenna. Lo scenario che descrive è vivido nei particolari e nell’atmosfera: è la tipica mattinata di piena estate trascorsa in spiaggia, spensierata e gioiosa fino a un attimo prima di aver appreso la tragica notizia. Lo scrittore racconta quella strana giornata in base ai suoi ricordi, ovvero quelli di un ragazzino innocente immerso in un microcosmo provinciale che intuisce rapidamente il valore di quell’uomo. Il racconto di quello che si considera uno dei più grandi e intricati misteri italiani rimasti irrisolti cozza con la spensieratezza fanciullesca dell’autore che, da quanto emerge, ne resta comunque turbato. Difatti, esattamente per quella mattina, Gardini era atteso in tribunale per essere ascoltato da un giudice che voleva cambiare il Paese, voleva estirpare i suoi secolari malcostumi. Si trattava di una tangente, anzi. Di una maxi tangente da 150 miliardi di vecchie lire. La più grande tangente della storia, che secondo gli inquirenti Gardini aveva versato ad alcuni partiti politici.

Non è un caso che la fine della Seconda Repubblica coincida proprio con la sua morte, quella di un imprenditore progressista che creò un colosso dell’agrindustria e delle energie alternative riuscendo a fondere Montedison con Enichem, il pubblico col privato, il profitto e il merito con il nepotismo e lo sperpero. In sostanza, Gardini non era uno qualunque: era una forza motrice non indifferente nel panorama economico internazionale di quegli anni, uno che spostava equilibri che ora sono rotti.

Cavezzali inaugura in questo modo il suo Icarus, caricandolo di emozioni e memorie. E il lettore comprende da subito quanto Gardini fosse cruciale per la sua città e quanto la sua morte arrivi a pesare sui ravennati. Quanto epocale e impattante fu la sua uscita di scena e cosa sarebbe cambiato in città e in Italia da quel preciso momento in avanti.

Da giovane, Gardini aveva sposato una delle figlie di Serafino Ferruzzi, magnate del settore cerealicolo e affini, la famiglia più ricca e in vista di Ravenna. Il suocero Serafino aveva intuito le sue doti imprenditoriali e lo aveva individuato come capo dell’azienda.

Iniziò così la sua scalata al successo e Cavezzali è abile a circoscriverne la complessa personalità. Lo “radiografa”, lo riporta in vita con lucidità, servendosi della testimonianza di chi l’ha conosciuto. Dagli albori, egli è ciò che si può certamente definire un predestinato al successo. Ambizioni smodate, ostinazione ferrea, convintamente determinato a dover diventare qualcuno di grande, senza limiti. Per Gardini non esiste proprio un “limite” da non oltrepassare: è una parola che non contempla nel suo vocabolario di business man rampante.

L’autore cita diversi aneddoti, in cui trapela in maniera inequivocabile la baldanza del personaggio, la tracotanza dell’uomo d’affari spregiudicato e arrembante che viene ritratto anche in altre vesti: giocatore di poker, appassionato di auto da corsa, esperto velista e lupo di mare. Ovvero, l’uomo che vive con sprezzo del pericolo, in eterno conflitto con le regole del mondo. Che sia nei panni da velista sia in quelli indossati nella quotidianità, combatte contro venti e mari avversi. Come contro quel mondo politico, per esempio, a cui lui è sempre stato riluttante, verso cui ha nutrito forte diffidenza se non proprio disprezzo totale.

Un wolf of Wall Street all’italiana, insomma, un asso pigliatutto che non si ferma davanti a nulla e nessuno, che vanta conoscenze molto in alto e non è disposto a scendere a compromessi o, peggio, a spartire il suo potere. Del resto, sarà ricordato sia per le imprese del suo Moro di Venezia, che vinse prestigiosi trofei come la Louis Vuitton Cup, sia per essere stato il “corsaro della Borsa”. Eppure la brillante ascesa di Gardini è macchiata da frizioni interne alla famiglia e altre ombre che si allungano sul suo gruppo industriale, senza contare a una serie di incidenti e fatalità che colpiscono il nucleo famigliare.

Non passa troppo tempo e si crea una spaccatura tra Gardini e i Ferruzzi, tra consanguinei e non: al trono ci sono altri pretendenti che insidiano Raul. Il quale viene poi spodestato da una coalizione a lui avversa e sostituito dal cognato Carlo Sama. Questo stravolgimento di carte in tavola segna l’inizio del declino della famiglia più potente di Ravenna (e non solo).

Se se ne analizza lo sviluppo, viene quasi spontaneo nutrire perplessità riguardo al disgraziato epilogo di una parabola esistenziale inimitabile. Una tragedia che non rende per nulla giustizia al capacissimo manager arrivato dalla campagna, che dominò il settore agroindustriale e la scena della finanza internazionale. Soprattutto – e ciò viene sottolineato da Cavezzali – l’era di Gardini riaccese le luci su Ravenna, oramai spente da secoli, da quando smise di essere capitale dell’Impero romano d’Occidente e scomparvero gli ultimi imperatori. Azzeccate le analogie che Cavezzali coglie tra il capoluogo romagnolo e Gardini, che vi fu sempre legato visceralmente, come dimostra il fatto che mantenne Ravenna come epicentro e sede logistica del gruppo industriale. Un amor natìo per la città con cui, paradossalmente, condivide un destino molto simile, fatto di antichi splendori e ricchezze e caduto poi in decadenza. In questo senso l’autore si adopera anche a raffrontare l’antica anima ravennate con quella attuale. E, naturalmente, non manca di evidenziare la portata del crack socio-economico che investì il capoluogo al decesso del suo numero uno. Gardini fu addirittura considerato l’ultimo imperatore che fece brillare di nuovo la città. Chissà, se in fondo in fondo, non sia rimasto schiacciato proprio da quella sua propensione all’azzardo e al rischio.

Cavezzali raccoglie tutto il possibile, documenti, testimonianze, vuol capire di più su questa misteriosa morte. Sostiene la narrazione con estratti di articoli di giornale di quei giorni, verbali giudiziari e perizie balistiche e tecniche. Intervista testimoni, persone dell’entourage e trascrive ogni dettaglio accuratamente come in un reportage ordinato e avvincente. In questo modo, al lettore attento non può non sorgere qualche dubbio sull’efficacia delle indagini che furono svolte al tempo.

In Icarus vengono messi in risalto i troppi buchi investigativi lasciati scoperti. Tuttavia, Cavezzali non si limita a riportare quanto apprende nel suo lavoro di ricerca. S’interroga, si pone domande, affronta con spirito critico la questione. L’autore dà prova di scaltrezza, si cala quasi nei panni di un vero e proprio detective, scandaglia nei fondali di una storia dimenticata poiché troppo scottante e scomoda, ne studia le carte, tenta di sbrogliare la matassa con una narrazione sempre inquadrata e sobria, da storyteller sì, ma equilibrata e con pochi brividi.

Cavezzali dimostra tutto tranne che arrendevolezza, osserva tutto con acume, elabora metafore e similitudini appropriate tra il contesto e il soggetto che va a trattare. Il suo è un autentico viaggio alla ricerca di verità, intervallato da chicche di storia sfumate dal suo registro di scrittore, influenzate da quello che era il suo punto di vista all’epoca dei fatti. In alcuni passaggi si nota poi una trasposizione degli eventi in chiave shakespeariana ed è piacevole avvertire una mescolanza di registri tipici della tragedia e del giornalismo d’inchiesta.

Matteo Cavezzali è infatti un autore trasversale e poliedrico. Ha iniziato la sua carriera artistica a teatro in qualità di drammaturgo e attore prima di esordire nella narrativa proprio con Icarus col quale ha vinto il Premio Comisso e il Premio Volponi Opera Prima nel 2019. È anche giornalista e scrive per Il Fatto Quotidiano e il Corriere della sera; è podcaster per la Rai e dirige lo ScrittuRa Festival, che si tiene ogni anno a Ravenna e ospita molte personalità dell’ambito letterario. Tra i suoi romanzi si annoverano: Nero d’inferno (Mondadori, 2019), Il labirinto delle nebbie (Mondadori, 2022) e l’ultimo I fratelli Meraviglia (Mondadori, 2026).

Icarus intreccia flashback e flashforward, pur restando saldo nella chiarezza espositiva. La storia è raccontata in prima persona e perciò il libro vuol anche essere un reportage personale dell’autore, un diario di bordo che lui ha scritto nel corso delle sue ricerche, utile anche come bussola per non smarrirsi nelle sue pieghe labirintiche. Pur in tale miscellanea di stili e generi, il testo è tutt’altro che confusionario. Risiede proprio in questo la peculiarità che lo rende un interessante docu-romanzo.

Cavezzali ha una spiccata attitudine nel descrivere gli ambienti, utilizza le parole giuste, li dipinge in modo poetico. Una qualità che probabilmente eredita dalla sua esperienza di drammaturgo e sceneggiatore teatrale.

Icarus è stato un battesimo di fuoco per Cavezzali, una prova decisamente ardua che lui ha accettato e condotto a termine egregiamente. Un plauso gli va tributato se non altro per aver spolverato dove nessuno forse si era avventurato, di aver rovistato nelle trame più anguste. Di aver cavalcato una tigre ed esserci rimasto al galoppo. Sfrontato e sfacciato, Cavezzali ha osato. Quasi quasi, in questo suo stoicismo nel raggiungere l’obiettivo, finisce col somigliare a Gardini. In Icarus prova a ricomporre il mosaico di cui la sua Ravenna conserva ancora le tessere e scrive un’opera che testimonia il suo legame tuttora vivo con la figura di Gardini. Con cui forse non ha fatto ancora i conti e di cui, sicuramente, soffre l’assenza.

Sebbene Cavezzali abbia svolto un buon lavoro, ben dettagliato, da bravo scrittore e giornalista, sul suo mosaico non è però apparso il volto di chi quel giorno premette il grilletto di quella pistola ritrovata sul comodino. Quantomeno, gli va riconosciuto il coraggio di averci provato.

Il libro in una citazione
«Tutti in quel momento sapevano che quel giorno non era solo successa una vicenda di sangue, la morte di un uomo che si era sparato alla testa. Quel giorno Ravenna aveva finito di essere una città per il resto del mondo.»

25 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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