Dalla traduzione alla vita, la prima raccolta di saggi narrativi di Claudia Durastanti fa riflettere su come prendere una cosa per un’altra possa indurre anche a guardarla più attentamente
di Giorgia Renna

Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere
Autrice: Claudia Durastanti
Editore: La nave di Teseo
Anno edizione: 2026
Pagine: 192
Genere: Storia e critica letteraria
Consigliato a chi ama la saggistica narrativa, la critica letteraria e i libri capaci di trasformare l’esperienza personale in una domanda sul presente.
Con Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere, Claudia Durastanti costruisce un libro difficilmente riconducibile a un solo genere. Undici saggi in cui autobiografia, critica letteraria, memoria personale e riflessione culturale si intrecciano senza mai trovare una forma definitiva. Non c’è una trama nel senso tradizionale del termine: al centro c’è piuttosto una voce, quella dell’autrice, che attraversa episodi della propria vita e li utilizza come punto di partenza per interrogare questioni più vaste, dalla classe sociale alla violenza, dalla maternità ai rapporti di potere, dalla letteratura all’editoria.
Durastanti – che è scrittrice, traduttrice, curatrice e critica letteraria – ha costruito nel corso degli anni un’opera attenta alle zone di confine: tra lingue e culture, autobiografia e invenzione, appartenenza e sradicamento. È autrice, tra gli altri, del romanzo La straniera, finalista al Premio Strega nel 2019 e tradotto in numerosi Paesi. Anche in Falsi amici ritorna quella particolare disposizione dello sguardo che le permette di partire dal dettaglio personale per arrivare a una riflessione più ampia, senza trasformare mai l’esperienza individuale in una verità universale.
Il titolo prende spunto dai cosiddetti “falsi amici” della traduzione: parole che, in lingue diverse, presentano una somiglianza formale ma possiedono significati differenti e possono dunque generare equivoci. La metafora si allarga presto fino a diventare una chiave di lettura dell’intero volume. Le parole possono ingannare, così come possono farlo i ricordi, le relazioni, le categorie culturali attraverso cui interpretiamo noi stessi e gli altri. Ma l’equivoco non è necessariamente un ostacolo: può diventare anche uno strumento conoscitivo. Sbagliare, fraintendere, prendere una cosa per un’altra significa talvolta essere costretti a guardarla più attentamente.
A fare da filo cromatico e simbolico al libro è il rosa, osservato nelle sue molteplici incarnazioni. È il rosa delle pareti di una casa povera, delle cotiche, delle scarpette da danza, degli alberghi della Costa Azzurra, delle opere d’arte e della pelle degli animali. Un colore che l’immaginario comune associa alla delicatezza, alla femminilità, all’infanzia, ma che Durastanti sottrae a ogni interpretazione univoca. Il rosa diventa una superficie ambigua, capace di contenere tanto il desiderio quanto la violenza, tanto la bellezza quanto il disagio. Attraverso questo colore, l’autrice osserva il corpo, la memoria, la classe sociale e le forme, spesso invisibili, attraverso cui il potere si manifesta.
Uno dei nuclei più significativi del libro è proprio la riflessione sulla classe. Durastanti guarda alla figura dei “transfughi di classe”, quegli scrittori che hanno raccontato il passaggio da un ambiente popolare o marginale a uno socialmente più privilegiato attraverso la cultura e l’istruzione. Annie Ernaux, Didier Eribon, Édouard Louis e Ocean Vuong appartengono, pur con esperienze e poetiche molto diverse, a una genealogia letteraria nella quale l’ascesa sociale diventa anche una frattura: cambiare posizione significa spesso cambiare lingua, ambiente, relazioni e persino il modo di percepire la propria origine.
Durastanti mette però in discussione l’idea che questa forma di riscatto sia ancora facilmente replicabile. Le condizioni sociali che nel secondo dopoguerra avevano consentito a una parte della popolazione di utilizzare l’istruzione come strumento di mobilità sembrano essersi profondamente trasformate. Il racconto dell’emancipazione attraverso la cultura rischia così di diventare il racconto di una possibilità storica ormai meno accessibile. Anche per questo la scrittura autobiografica legata alla classe assume oggi un valore particolare: non racconta soltanto un percorso individuale, ma anche la trasformazione delle condizioni che lo hanno reso possibile.
Da questa prospettiva si comprende meglio anche la riflessione sull’autofiction. Raccontare se stessi è diventato una delle forme dominanti della narrativa contemporanea, ma Durastanti ne osserva le ambivalenze. L’io può essere non solo uno strumento letterario potentissimo, ma anche una scorciatoia: raccontare la propria esperienza può risultare più immediato rispetto alla costruzione di un mondo narrativo complesso e, in un sistema editoriale sempre più interessato alla riconoscibilità dell’autore, può assumere anche una dimensione economica. La prima persona, dunque, va utilizzata con cautela. Un’esperienza personale non è automaticamente una chiave universale e il rischio è che il particolare venga scambiato per norma.
La stessa attenzione critica accompagna le pagine dedicate al femminismo, al patriarcato, alla maternità e alla violenza. Durastanti parte dalla propria storia famigliare, ma non la utilizza come semplice materiale confessionale: la sottopone a un processo di analisi, mettendola in relazione con la letteratura e con le forme attraverso cui la cultura ha raccontato la violenza. Il personale diventa così un luogo di verifica delle idee, non una loro dimostrazione.
In questo percorso trova spazio anche Beverly Marsh, personaggio di It di Stephen King. La sua storia, segnata dalla violenza paterna e dalla successiva relazione con un uomo violento, permette a Durastanti di interrogarsi sulla possibile trasmissione dei modelli affettivi e famigliari. La letteratura popolare diventa così un territorio tutt’altro che secondario: attraverso un personaggio apparentemente lontano dall’esperienza dell’autrice, il saggio torna a interrogare la realtà e il modo in cui uomini e donne imparano a stare in relazione.
Un altro passaggio particolarmente interessante è quello dedicato al “fascio-romance”, espressione con cui Durastanti individua una certa tendenza della narrativa contemporanea: storie ambientate negli anni del fascismo, spesso costruite intorno a protagoniste femminili e a percorsi di formazione o trasformazione individuale. Anche qui l’interesse dell’autrice non consiste semplicemente nel registrare un fenomeno editoriale, ma nel chiedersi che cosa riveli del nostro presente. Perché il fascismo continua a fornire alla narrativa un immaginario così produttivo? E cosa significa raccontarlo attraverso vicende private, sentimentali e famigliari?
È proprio nella capacità di collegare piani apparentemente distanti che Falsi amici trova la sua originalità. La traduzione può condurre alla memoria; la maternità alla riflessione sul potere; un personaggio di Stephen King alla violenza domestica; il rosa alla classe sociale; l’editoria all’autofiction. Il libro procede per associazioni, deviazioni e ritorni, secondo una logica più vicina a quella del pensiero che a quella di un trattato sistematico.
La scrittura di Durastanti è colta senza essere accademica, densa ma generalmente lontana dalla tentazione dell’esibizione. L’erudizione non serve a chiudere il discorso, bensì ad aprirlo. Scrittori, artisti e figure della cultura — da Cesare Pavese a Nick Cave, da Amy Winehouse a Vincenzo Consolo — entrano nel testo non come semplici riferimenti, ma come interlocutori attraverso cui l’autrice mette alla prova le proprie intuizioni.
Il pregio maggiore del libro sta forse proprio in questo atteggiamento di continua autocritica. Durastanti non si limita a mettere in discussione le categorie con cui osserva il mondo: mette in discussione anche il proprio modo di raccontarlo. L’io non viene presentato come un’autorità, ma come un materiale problematico, pieno di contraddizioni e zone d’ombra. L’esperienza individuale non viene cancellata, ma nemmeno elevata a spiegazione definitiva.
Falsi amici è dunque una raccolta di saggi che parte dall’io per allontanarsene continuamente. È sì un libro sugli equivoci — quelli delle parole, della memoria, delle relazioni e delle identità — ma anche sulla possibilità che proprio l’equivoco produca conoscenza. Ciò che sembra un errore di traduzione può diventare una differenza da comprendere; ciò che appare come una contraddizione può rivelare la complessità di un’esperienza; ciò che pensavamo di conoscere può tornare improvvisamente estraneo.
Il libro in una citazione
«Anche l’errore, il fraintendimento e l’abbaglio possono diventare strumenti per capire meglio se stessi e il mondo.»
21 settembre 2026
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