A mezzo secolo dalla conclusione della stesura, uno dei romanzi più discussi e necessari della narrativa italiana continua a interrogare le coscienze sulla questione femminile
di Giorgia Renna

L’arte della gioia
Autrice: Goliarda Sapienza
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 540
Consigliato a chi ama storie intense, personaggi femminili complessi e romanzi di formazione. Adatto anche a chi cerca una lettura profonda, provocatoria e fuori dagli schemi.
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L’arte della gioia di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini (drammatico, Italia 2025), miniserie tv tratta dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza.
Ci sono romanzi che raccontano la libertà e romanzi che ne mettono in scena il rischio. L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (1924-1996) appartiene alla seconda specie. L’opera più famosa della scrittrice, attrice e intellettuale catanese – che oggi è considerata una delle voci più originali e anticonformiste della letteratura italiana del Novecento – non si limita a rivendicare l’emancipazione di una donna: è un libro che interroga, con una radicalità ancora disturbante, il prezzo e la responsabilità dell’essere liberi.
Scritto nell’arco di quasi un decennio, tra il 1967 e il 1976, e rifiutato per anni dagli editori, il romanzo ebbe una storia editoriale quasi speculare a quella della sua protagonista. Una parte uscì nel 1994; l’opera completa fu pubblicata postuma nel 1998, dopo la morte dell’autrice. Il riconoscimento arrivò lentamente e soprattutto fuori dall’Italia, prima di trasformarsi in quella consacrazione che oggi sembra quasi paradossale, considerata la difficoltà con cui il libro era stato accolto in origine.
Il paradosso è eloquente: L’arte della gioia è il romanzo di una donna che rifiuta di farsi definire dagli altri e, per molto tempo, è stato un libro che gli altri non hanno saputo – o voluto – definire.
Al centro c’è Modesta, nata nella miseria della Sicilia d’inizio Novecento e destinata a attraversare, nel corso della propria esistenza, le fratture politiche, sociali e morali del secolo. L’infanzia, il convento, l’aristocrazia, il matrimonio, la maternità, gli amori, la politica, il fascismo, la guerra: ogni passaggio della sua vita diventa per lei un’occasione di conoscenza e, soprattutto, di autodeterminazione.
Modesta non procede verso la libertà come verso una meta. La esercita. È questa la sua radicalità. Non è una vittima che cerca emancipazione né un’eroina che combatte secondo un programma ideologico. È una creatura che osserva il mondo e ne comprende presto la struttura: comprende che il potere non risiede soltanto nelle istituzioni, nella ricchezza o nella violenza, ma anche nella capacità di stabilire chi può desiderare, chi può parlare, chi può possedere, chi può disporre del proprio corpo. E soprattutto comprende che il primo potere è quello di poter dire: questa vita è mia.
È impossibile comprendere Modesta senza comprendere il rapporto che intrattiene con il sesso. Nel romanzo, infatti, la sessualità non è un semplice elemento scandaloso né un espediente narrativo. È una delle forme attraverso cui la protagonista conosce se stessa e misura la propria libertà. Modesta desidera. E desidera senza accettare che il proprio desiderio debba essere autorizzato da un codice morale esterno. Questo è uno dei punti in cui Sapienza appare più radicale.
Per secoli il corpo femminile è stato raccontato come un corpo da proteggere, controllare, possedere, giudicare. Il desiderio femminile, quando emergeva, veniva spesso trasformato in colpa, patologia, peccato o scandalo. La donna poteva essere desiderata; molto più difficilmente poteva essere rappresentata come soggetto del desiderio. Modesta rovescia questa prospettiva. Non è soltanto il corpo che viene guardato: è il corpo che guarda, sceglie, cerca, sperimenta. Nell’Arte della gioia il corpo diventa territorio politico. E la sessualità diventa una questione di potere.
Non perché il sesso venga idealizzato – Sapienza è troppo lucida per farlo – ma perché attraverso il sesso Modesta rifiuta l’idea che il proprio corpo appartenga a qualcun altro. Il piacere non è una concessione ricevuta, ma una forma di conoscenza. L’eros non è subordinato al matrimonio, alla riproduzione o alla rispettabilità. E l’amore non coincide necessariamente con il possesso. In questo senso, il sesso è politico nel senso più profondo del termine: riguarda chi ha il diritto di disporre di sé.
Ed è proprio qui che il romanzo anticipa una delle questioni decisive della contemporaneità. La libertà sessuale non consiste soltanto nel poter avere rapporti sessuali senza essere formalmente punite. Consiste nel poter desiderare senza essere definite dal proprio desiderio; nel poter dire sì e no; nel poter cambiare desiderio; nel poter vivere la sessualità senza che essa diventi una misura del proprio valore. Modesta non separa il corpo dalla libertà. Per lei, il corpo è uno dei luoghi in cui la libertà diventa concreta.
Eppure, L’arte della gioia va ancora oltre, perché non presenta il sesso come un territorio naturalmente liberatorio. Il desiderio è anche un luogo di conflitto. Amare significa esporsi alla dipendenza, alla gelosia, alla perdita. Il corpo può diventare strumento di potere, ma anche luogo nel quale il potere viene esercitato sugli altri. Modesta lo sa, e proprio per questo non è mai semplicemente una vittima del desiderio. Sapienza rifiuta così una rappresentazione consolatoria della libertà femminile. Essere libere non significa essere innocenti. Significa assumere la responsabilità delle proprie scelte.
Modesta può usare il proprio fascino, la propria intelligenza, la propria sessualità. Può sedurre, manipolare, desiderare. Può essere egoista. Può sbagliare. Ed è precisamente questa ambiguità a renderla un personaggio straordinario. La libertà che Sapienza le concede è molto più ampia della libertà di essere “una donna emancipata”. È la libertà di essere anche moralmente imperfetta. Questa è una delle provocazioni più alte del romanzo.
Alla letteratura è stato spesso più facile rappresentare donne libere purché fossero anche buone, generose, vittime, coraggiose, esemplari. Sapienza fa qualcosa di diverso: sottrae Modesta alla necessità di essere un modello. Non deve essere imitata. Deve poter esistere.
Il tema della libertà di scelta attraversa l’intero romanzo. Modesta sceglie i propri legami, i propri amori, il rapporto con il proprio corpo, il proprio modo di intendere la famiglia, la maternità, la politica. Ma soprattutto sceglie di non considerare nessuna di queste dimensioni come un destino naturale. Ed è qui che la libertà diventa davvero radicale. Perché la questione femminile non è mai stata soltanto quella di concedere alle donne nuove possibilità. È stata, e continua a essere, quella di permettere loro di scegliere senza che la scelta venga immediatamente sottoposta a un tribunale morale.
Una donna che vuole una famiglia viene giudicata in un modo; una che non la vuole, in un altro. Una donna sessualmente libera viene giudicata; una donna che rifiuta il sesso viene giudicata. Una donna ambiziosa rischia di essere considerata aggressiva; una donna che rinuncia alla carriera può essere accusata di non aver sfruttato le proprie possibilità. Cambiano le forme, ma persiste il meccanismo: la società continua spesso a suggerire alle donne non soltanto che cosa possono fare, ma che cosa dovrebbero desiderare. È questa la gabbia più difficile da vedere. Modesta cerca di spezzarla. Non vuole essere libera secondo una definizione già pronta della libertà femminile. Vuole essere libera di costruire la propria definizione.
Per questo Modesta è molto più interessante di una semplice eroina femminista. È una protagonista scomoda. Può essere tenera e spietata, generosa e opportunista, lucida e contraddittoria. Non è costruita per suscitare una facile identificazione, anzi. In molti momenti il lettore è costretto a prendere le distanze da lei. Ed è proprio qui che Sapienza compie un gesto letterario di grande forza. Non assolve Modesta. Le concede qualcosa di più importante dell’assoluzione: la complessità.
La donna libera non deve essere necessariamente una donna buona. Non deve meritare la libertà attraverso la propria virtù. Non deve dimostrare di essere abbastanza pura, abbastanza altruista, abbastanza rispettabile per poter disporre di sé. Questa idea, portata fino alle sue estreme conseguenze, è una delle intuizioni più moderne del romanzo. La libertà non è un premio per i virtuosi. È un diritto.
Forse è proprio qui che si trova la ragione profonda della lunga incomprensione che ha accompagnato L’arte della gioia. Il libro è stato spesso letto attraverso categorie che gli stanno strette: romanzo erotico, romanzo femminista, romanzo storico, autobiografia, saga famigliare. È tutte queste cose e nessuna di esse. Ridurre il romanzo alla sua componente erotica significa non comprenderne il rapporto tra sesso e potere. Ridurlo a un romanzo femminista significa rischiare di trasformare Modesta in un simbolo, quando Sapienza la costruisce come individuo. Leggerlo soltanto come romanzo storico significa perdere la sua capacità di parlare direttamente al presente.
Forse L’arte della gioia è stato a lungo poco compreso perché chiedeva al lettore di accettare qualcosa di difficilissimo: una donna che non domanda di essere capita per poter essere libera. Modesta non vuole che il mondo diventi più gentile con lei. Vuole poter decidere. E questa differenza è enorme.
È facile accettare la libertà quando coincide con ciò che riteniamo giusto. È molto più difficile riconoscere la libertà di qualcuno quando sceglie diversamente da noi. Per questo il romanzo non è soltanto un libro sulla libertà delle donne. È un libro sul nostro rapporto con la libertà degli altri.
Anche la parola “gioia” del titolo merita di essere valutata attentamente. Non indica una felicità facile, e nemmeno una forma di edonismo. La gioia di Modesta nasce dalla possibilità di vivere pienamente, di attraversare il desiderio, il dolore, la perdita, la maternità, il sesso, la politica, l’amore senza consegnarsi completamente a nessuna delle identità che il mondo ha preparato per lei. È una gioia conquistata contro la passività. Non la gioia di chi possiede tutto, ma quella di chi si sente autore della propria esistenza. In questo senso il titolo potrebbe quasi essere letto come un ossimoro: la gioia non è naturale, non è innocente, non è garantita. È un’arte. E come ogni arte richiede esercizio, rischio, conoscenza di sé. Modesta impara a vivere come s’impara un’arte. E il primo principio di quell’arte sembra essere: non delegare agli altri la definizione della propria vita.
È difficile chiudere L’arte della gioia senza tornare alla domanda da cui tutto il romanzo sembra nascere: chi decide della vita di una donna? La famiglia? La morale? La religione? L’uomo che la ama? La società? La maternità? Il desiderio degli altri? Modesta risponde, con la sua intera esistenza: io. È una risposta semplice soltanto in apparenza. Perché la storia delle donne è, in larga misura, la storia della progressiva conquista di questa parola: io. Io desidero. Io scelgo. Io rifiuto. Io amo. Io non amo. Io voglio un figlio. Io non lo voglio. Io lavoro. Io parto. Io resto. Io appartengo a me stessa. È questa la vera radicalità di Goliarda Sapienza.
E forse è anche la ragione per cui L’arte della gioia continua a essere un libro così necessario e, in qualche modo, così difficile da digerire. Non ci consola con l’idea che la libertà sia stata conquistata una volta per tutte. Non ci permette di archiviare la questione femminile come un problema del passato. Al contrario, ci costringe a riconoscere quanto siano sottili e resistenti le forme attraverso cui il potere continua a decidere che cosa una donna possa essere.
Soprattutto, Sapienza ci ricorda che il controllo sul corpo è una delle forme più antiche del controllo sul potere. E che la sessualità, quando viene restituita alla persona che la vive, smette di essere soltanto un fatto privato: diventa una dichiarazione di sovranità. Modesta non è libera perché fa tutto ciò che vuole. È libera perché non accetta che qualcun altro possa stabilire, al posto suo, ciò che deve volere. Ed è una differenza decisiva.
Forse L’arte della gioia è arrivato troppo presto. O forse, più semplicemente, è arrivato in un mondo che non era ancora disposto a guardare fino in fondo ciò che proponeva: non una donna da liberare, ma una donna già capace di liberarsi; non una donna da proteggere dal proprio desiderio, ma una donna che rivendica il diritto di attraversarlo; non un’eroina da ammirare, ma un essere umano da prendere sul serio. A quasi mezzo secolo dalla sua conclusione, la forza del romanzo sta proprio qui.
Modesta non chiede il permesso di essere libera. E il lettore, davanti a lei, è costretto a chiedersi se sia davvero disposto a concedere agli altri – e soprattutto alle donne – quella libertà che tanto volentieri rivendica per sé. È forse questa la vera arte della gioia: non la felicità di avere tutto, ma il coraggio di riconoscere che la propria vita, prima di essere una storia da raccontare, è una scelta da assumere.
Il libro in una citazione
«La vita è mia.»
9 settembre 2026
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