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Libri per chi ama davvero leggere

Marocco, romanzo. L’anima del Paese nelle parole di Ben Jelloun

Nel 2009 il noto scrittore di Fès compose un libro-mosaico che ancora oggi aiuta a esplorare cultura, tradizioni, complessità e storie di vita che abitano lo Stato nordafricano

di Manuela Mongiardino

La copertina del libro "Marocco, un romanzo" di Tahar Ben Jelloun (Einaudi)

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

Marocco, romanzo
Autore: Tahar Ben Jelloun
Traduttrice: Cinzia Poli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2010
Anno prima edizione: 2009 (Francia)
Genere: Memoir
Pagine: 292
Note: Include una lettera dell’autore a Eugène Delacroix, datata 2003.

Consigliato a chi in un libro cerca il modo di approfondire l’anima di un luogo, attraverso un viaggio culturale raccontato da una guida d’eccezione.

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Marocco, romanzo di Tahar Ben Jelloun, pubblicato in Italia nel 2010, è un libro difficile da racchiudere in un’unica definizione. Pur portando nel titolo la parola “romanzo”, l’opera si muove in una zona di confine tra autobiografia, memoir e narrazione letteraria. Si potrebbe definire come un romanzo-mosaico o un romanzo di viaggio, in cui l’autore compone – attraverso una successione di episodi, incontri, ricordi, leggende e riflessioni – il ritratto del suo Paese, vero protagonista del racconto. Pertanto le tappe del viaggio non prendono mai le sembianze di un itinerario, ma narrano i luoghi attraverso persone, tradizioni, racconti e immagini, che compongono un mosaico complesso.

Ben Jelloun racconta in prima persona e restituisce voci, memorie, profumi, colori e contraddizioni. Il suo Marocco non è soltanto uno spazio geografico, ma anche un intreccio di storie individuali e collettive, dove la memoria personale s’incontra con la letteratura, l’arte, la religione e la società.

Il libro non è da leggere come se fosse una guida turistica. Semmai, è una guida dell’anima del Marocco. L’autore stesso suggerisce che un Paese non si comprende attraverso un semplice elenco di monumenti o informazioni, ma attraverso le storie che lo abitano.

Il Marocco diventa così esso stesso romanzo, costruito attraverso mille racconti reali e simbolici. Un Paese dalle molte anime, capace di racchiudere paesaggi profondamente diversi, che spaziano dalle sabbie del deserto alle montagne innevate dell’Atlante, nonché differenti culture e lingue. Proprio il rimarcare questa complessità, fatta di incontri e stratificazioni storico-culturali, rappresenta il fascino più profondo del libro.

Uno dei momenti più significativi del racconto di Ben Jelloun è quello che riguarda Tangeri, città che più di altre porta con sé il peso degli sguardi che l’hanno raccontata nel tempo: Tangeri è stata a lungo non solo un luogo di passaggio, di incontro e di fascinazione per artisti e scrittori provenienti da tutto il mondo, ma anche uno spazio nel quale il mito spesso ha finito per sovrapporsi alla realtà. Nel 1947 il compositore e scrittore Paul Bowles sceglie Tangeri come propria dimora e contribuisce a farla conoscere a un ambiente culturale internazionale e anticonformista. Negli anni successivi la città diventa un punto di riferimento per molti esponenti della cultura occidentale, tra cui Allen Ginsberg, William S. Burroughs e Jack Kerouac, attratti dalla sua atmosfera libera e dalla sua posizione sospesa tra Africa ed Europa. Nel celebre Café Central si incontrano alcuni protagonisti della Beat Generation, trasformando la località in un luogo quasi mitico dell’immaginario letterario del Novecento. La città, amata dagli stranieri, è spesso guardata con distanza dai suoi stessi abitanti, perché dietro il fascino dell’esotismo si nascondono anche trasformazioni dolorose. La fine dello status privilegiato di centro internazionale lascia spazio a un periodo di declino, segnato da abbandono e difficoltà sociali. Il sogno di libertà e trasgressione che aveva attirato tanti artisti lascia emergere anche il lato più fragile di una metropoli trasformata dal turismo e dalle illusioni.

Ben Jelloun racconta il rapporto tra il Marocco e chi lo ha osservato dall’esterno, anche grazie all’arte visiva. Il pittore cileno Claudio Bravo, trasferitosi nel Paese negli anni Settanta, sceglie di rappresentare un Marocco tradizionale, legato alla vita rurale, alla spiritualità e ai luoghi religiosi. Molto simile è anche la scelta di Hassan El Glaoui, uno dei più importanti pittori marocchini, che porta nella sua opera il tema dei cavalli e dei cavalieri, stilizzati e in movimento. A Tangeri si contrappongono il Marocco visto, raccontato e trasformato dagli occhi degli altri, e il Marocco vissuto e ricordato da chi, come Ben Jelloun, ne porta dentro la memoria. Tra le località che la custodiscono senza intermediazioni troviamo Fès – raccontata nella sua complessità storica, sociale e religiosa – dove gli abitanti si sentono legati da un forte senso di appartenenza tutto locale. Diverso è lo sguardo rivolto a Marrakech, la città rosa capace di affascinare e allo stesso tempo di mostrare le proprie fragilità: ha una bellezza che porta con sé il rischio di venire sacrificata agli interessi economici e immobiliari. Marrakech, città dei sette santi, conserva tuttavia una dimensione spirituale profonda, legata alla presenza di figure religiose e di luoghi di devozione. La religiosità marocchina descritta da Ben Jelloun è fatta di una particolare attenzione verso santi e marabutti. Nel Corano non è previsto un intermediario tra il credente e Dio, tuttavia la figura del santo rimane radicata nella tradizione popolare; è una spiritualità che convive con l’islam sunnita di rito malachita, tradizionalmente considerato una delle sue interpretazioni più moderate e tolleranti.

In Marocco, romanzo emerge anche la profondità delle stratificazioni culturali che hanno formato il Paese. Accanto alla componente araba e islamica, Ben Jelloun ricorda la lunga presenza dei primi abitanti  – i Berberi – e delle comunità ebraiche, testimonianza di una storia complessa nella quale culture diverse hanno lasciato tracce profonde nel tessuto delle città e della società. Ma il vero centro del libro rimangono le persone. Ben Jelloun racconta la vita: incontri, passioni, conflitti famigliari, gelosie, emigrazione, desideri e sofferenze. Dietro le facciate spesso anonime delle case marocchine, prive all’esterno di grandi elementi distintivi, si apre un mondo privato fatto di cortili interni, giardini, fontane e terrazze, dove si svolge la vita quotidiana e dove si conservano storie che raramente vengono mostrate all’esterno. È proprio attraverso queste storie private che il Marocco smette di essere soltanto un paesaggio o un patrimonio culturale e diventa un Paese dove contano le persone con le loro storie.

A chiudere il volume è la Lettera a Delacroix del 2003, un dialogo ideale con il grande pittore francese dell’Ottocento che durante il suo viaggio in Marocco lasciò una straordinaria testimonianza del Paese attraverso disegni e dipinti. Ben Jelloun si rivolge al pittore da un’altra epoca e da un’altra prospettiva. Delacroix arriva in Marocco nel 1832, al seguito di una missione diplomatica in Algeria; la spedizione raggiunge Tangeri, poi Meknès e infine Algeri. Durante il viaggio, realizza rapidi disegni direttamente in strada, rubando attimi di vita che da annotazioni diventano ricordi che il pittore rielaborerà successivamente sulla tela. Il suo è un Marocco osservato da uno straniero, attraversato dalla sensibilità dell’epoca, dall’orientalismo e da una certa componente esotica, che gli offre un’esperienza artistica nuova che coltiva da lì innanzi. Nelle cinquanta pagine della lettera, Ben Jelloun scrive a un Delacroix diverso da quello della Libertà che guida il popolo (1830); in Marocco il pittore si affida alla luce, ai gesti quotidiani, ai colori e agli incontri. L’importanza della Lettera  sta tutta nell’incontro tra lo sguardo del pittore europeo che nell’Ottocento arriva in Marocco e quello dello scrittore francese e marocchino che, quasi due secoli dopo, torna a guardare il proprio Paese attraverso gli occhi del primo.

Ben Jelloun, nato a Fès nel 1944, è uno dei più importanti scrittori marocchini di lingua francese. Poeta, romanziere, saggista e illustratore, nelle sue opere esplora il rapporto tra identità, memoria, migrazione e appartenenza, raccontando le tensioni tra tradizione e modernità. Trasferitosi in Francia negli anni Settanta, mantiene un forte legame con il Marocco, Paese d’origine che si pone al centro della sua riflessione letteraria. Nel 1987 ha ricevuto il Premio Goncourt per La notte sacra, il seguito di Creatura di sabbia nonché romanzo in cui rappresenta le problematiche più dure della sua terra come la difficile situazione delle donne, sottoposte a stupri e dominazione maschile.

Lo stile di Marocco, romanzo si caratterizza per un registro medio, accessibile ma capace di alternare momenti narrativi e riflessioni più profonde. Il racconto in prima persona permette allo scrittore di accompagnare il lettore dentro il proprio Paese, intrecciando ricordi personali, osservazioni e conoscenze storiche e culturali. Il linguaggio è semplice e chiaro, lontano da una scrittura accademica, ma sa assumere toni più evocativi nei punti dedicati ai paesaggi, alla memoria e alle suggestioni del Marocco. Le descrizioni hanno spesso un carattere realistico, perché nascono dall’osservazione concreta di luoghi, persone e tradizioni, anche se talvolta aggiungono un tocco più sentimentale.

Il volume è arricchito da numerose illustrazioni: fotografie dei luoghi descritti, opere pittoriche di Delacroix e disegni dello stesso autore. La presenza delle immagini non ha una funzione puramente decorativa, ma accompagna la lettura e permette di avvicinarsi ai luoghi narrati attraverso uno sguardo anche visivo, rendendo ancora più concreta l’esperienza.

È forse questo il significato più profondo del titolo: il Marocco diventa un romanzo perché, come ogni grande opera, non racconta una sola verità, ma conserva al suo interno molte vite, molte epoche e molte possibilità di sguardo.

Il Marocco ha fatto tanti passi avanti di recente, con l’ampliamento dell’offerta formativa, con la revisione del diritto di famiglia e delle donne, favorendo l’emancipazione riguardo a matrimonio, divorzio, eredità, lavoro. Il Marocco – scrive Ben Jelloun – deve ancora andare avanti su questa linea, ha bisogno di centri culturali per i giovani, deve incrementare il numero di lettori e offrire occasioni di approfondimento artistico e culturale.  

Ben Jelloun ci racconta un Marocco con i suoi pregi e i suoi difetti e inframmezza le descrizioni dei luoghi con lunghe storie di persone comuni, che fanno capire meglio al lettore le dinamiche del luogo: ci sono mogli gelose dei mariti, mariti invaghiti di donne più giovani, agenti immobiliari senza scupoli, ma tra le storie più toccanti ci sono quelle in cui protagoniste sono le bambine, che le famiglie più arretrate, anni fa – quando l’età per contrarre matrimonio non era stata ancora innalzata a diciotto anni – ritiravano da scuola e privavano dell’infanzia.

Negli ultimi capitoli Ben Jelloun affronta il problema dell’essere e sentirsi marocchino in patria e all’estero; argomento che anticipa la riflessione sull’emigrazione che è iniziata negli anni Sessanta, allorché l’emigrante sognava il momento di poter tornare definitivamente nella sua terra. La corruzione e le disuguaglianze continuano, ma il Paese adesso è un posto sicuro, la stampa è libera, le diverse etnie vivono da sempre in armonia, le lingue parlate hanno pari dignità e arabo marocchino (darija), berbero e francese vengono parlati e insegnati a scuola.

Anche se scritto nel 2010 Marocco, romanzo è un libro prezioso per chiunque voglia vedere luoghi e persone, ascoltare storie e comprendere l’arte di un Paese molto spesso sottoposto a ingiusti pregiudizi. 

Il libro in una citazione
«Contrariamente all’immagine dominante nei media mondiali, l’islam è una cultura e una civiltà di sottomissione alla pace. Coloro che l’anno capito, coloro che l’hanno ricevuto in eredità, vivono in armonia con se stessi. Ma di questi non si parla.»

31 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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