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Libri per chi ama davvero leggere

Pathogenesis, i germi impartiscono lezioni di umiltà

Indagando il ruolo che le malattie infettive hanno giocato nel plasmare la grande Storia, il noto saggio del sociologo Jonathan Kennedy ridimensiona quello degli esseri umani e li invita ad agire con più responsabilità

di Chiara Boccardo

La copertina del libro "Pathogenesis" di Jonathan Kennedy (Bompiani)

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 4.5 su 5.

Pathogenesis. Come i germi hanno fatto la storia del mondo
Autore: Jonathan Kennedy
Traduttore: Jadel Andreetto
Editore: Bompiani
Anno edizione: 2024
Anno prima edizione: 2022 (Gran Bretagna)
Genere: Scienze
Pagine: 327

Consigliato a chi ama la storia, ma cerca una prospettiva meno tradizionale e più centrata sui fattori biologici, ambientali e sociali.

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Spillover di David Quammen. Traduzione di Luigi Civalleri. Adelphi 2017
… un saggio cheapprofondisce il passaggio dei virus dagli animali all’uomo e le condizioni ambientalida cui possono nascere nuove epidemie.

Pathogenesis non è una semplice storia delle epidemie, ma un tentativo di rileggere l’intero percorso dell’umanità attraverso il suo rapporto con virus, batteri e parassiti. Il racconto comincia molto prima della comparsa delle civiltà. Jonathan Kennedy ricorda che i microrganismi non sono soltanto nemici dell’essere umano, ma hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della vita. Alcune funzioni essenziali del nostro organismo conservano ancora oggi la traccia di antichi incontri con virus e batteri. L’uomo, quindi, non è un essere separato dal mondo microbico, ma il risultato di una lunga convivenza con esso.

Questa prospettiva viene applicata anche all’affermazione dell’Homo sapiens. L’autore prende in considerazione l’ipotesi che le infezioni abbiano contribuito ai rapporti tra gli esseri umani moderni e le altre specie umane, come i Neanderthal. Popolazioni rimaste separate per migliaia di anni potevano essere portatrici di patogeni differenti e avere sviluppato forme diverse di resistenza. Il contatto tra questi gruppi avrebbe quindi prodotto non soltanto scambi genetici e culturali, ma anche conseguenze epidemiologiche capaci di influire sulla loro sopravvivenza.

Un passaggio decisivo avviene con la rivoluzione agricola. La sedentarizzazione, l’aumento della popolazione, la convivenza con gli animali domestici e la concentrazione dei rifiuti crearono condizioni ideali per la comparsa e la diffusione delle malattie infettive. Le comunità di cacciatori-raccoglitori erano generalmente troppo piccole e disperse perché molte epidemie potessero mantenersi a lungo. I villaggi e le città offrirono invece ai patogeni un numero continuo di nuovi ospiti. La nascita della civiltà coincise così anche con la costruzione involontaria di un ambiente più favorevole al contagio.

Con lo sviluppo delle grandi civiltà, strade, commerci, guerre e migrazioni aumentarono ulteriormente la circolazione delle malattie. Vengono esaminate le epidemie che colpirono il mondo greco e romano, mostrando come queste potessero ridurre gli eserciti, compromettere la produzione agricola, diminuire le entrate fiscali e aggravare crisi politiche già esistenti. Le pestilenze non vengono presentate come l’unica causa della caduta degli imperi, ma come forze capaci di accelerarne l’indebolimento.

Le epidemie influirono anche sul modo in cui le persone interpretavano la sofferenza e la morte. L’autore collega alcune crisi sanitarie dell’Impero romano alla diffusione del cristianesimo, la cui promessa di salvezza e la cui attenzione verso i malati potevano risultare particolarmente persuasive in un’epoca segnata da una mortalità improvvisa e apparentemente inspiegabile. Più tardi, le trasformazioni prodotte dalle pestilenze contribuirono a modificare gli equilibri del Mediterraneo e il contesto nel quale si sviluppò l’espansione islamica.

Uno dei momenti centrali del libro è la peste nera del XIV secolo. La morte di una parte enorme della popolazione europea produsse una grave carenza di lavoratori. I sopravvissuti poterono chiedere salari più alti, spostarsi più facilmente e sottrarsi almeno in parte ai tradizionali rapporti di dipendenza feudale. Le autorità tentarono di limitare questi cambiamenti, ma le strutture economica e sociale erano ormai state alterate. Kennedy interpreta quindi la peste come uno dei fattori che favorirono il lento indebolimento del feudalesimo e lo sviluppo di forme di lavoro salariato e di accumulazione economica più vicine al capitalismo.

La prospettiva diventa ancora più drammatica con la conquista delle Americhe. Gli europei non portarono soltanto armi, cavalli e ambizioni imperiali, ma anche vaiolo, morbillo, influenza e altre infezioni sconosciute alle popolazioni indigene. Queste malattie provocarono un crollo demografico immenso, disgregando comunità, strutture politiche e sistemi di trasmissione delle conoscenze. Il successo di piccoli gruppi di conquistatori contro imperi molto più vasti diventa difficilmente comprensibile senza considerare questo enorme vantaggio epidemiologico.

Malaria e febbre gialla ebbero poi un’importanza decisiva nello sviluppo dell’economia schiavista e nelle rivoluzioni del mondo atlantico. Alcune popolazioni dell’Africa occidentale possedevano forme di protezione parziale contro la malaria o avevano acquisito una maggiore resistenza alla febbre gialla. I colonizzatori interpretarono queste differenze come una maggiore predisposizione biologica al lavoro nelle piantagioni, utilizzandole per giustificare la deportazione e lo sfruttamento degli africani.

Con l’industrializzazione il rapporto tra società e malattia assume nuove forme. Le città crescono rapidamente, concentrando i lavoratori in quartieri sovraffollati, privi di acqua pulita e di sistemi fognari adeguati. Il colera diventa il simbolo di un mondo nel quale la povertà e le condizioni abitative determinano chi ha maggiori probabilità di ammalarsi. Le classi dirigenti tendono inizialmente ad accusare i poveri della propria situazione, ma il miglioramento delle conoscenze sulla trasmissione delle infezioni dimostra che la salute dipende anche dall’organizzazione collettiva degli spazi urbani.

La costruzione delle fognature, l’accesso all’acqua potabile e lo sviluppo della sanità pubblica segnano così un cambiamento fondamentale. Le epidemie costringono lo Stato ad assumersi nuove responsabilità e mostrano che non basta curare il singolo malato: è necessario modificare le condizioni sociali e ambientali che permettono alla malattia di diffondersi.

Il percorso di Kennedy si conclude nel presente, dove le infezioni non sono affatto scomparse, nonostante vaccini, antibiotici e progressi della medicina. Molte malattie curabili continuano a uccidere soprattutto nelle aree più povere del mondo, dove mancano strutture sanitarie, acqua sicura, alimentazione adeguata e accesso ai farmaci. Kennedy definisce queste patologie “pestilenze della povertà”, perché la loro persistenza non dipende soltanto dai microrganismi, ma anche dalle disuguaglianze economiche e politiche che espongono alcune popolazioni a rischi molto maggiori di altre.

Il primo grande tema di Pathogenesis è la messa in discussione dell’idea che l’essere umano sia l’unico vero protagonista della Storia.

Kennedy non sostiene che gli uomini siano irrilevanti o che ogni evento sia determinato dai microbi. Contesta però la nostra abitudine a considerare la Storia come un prodotto quasi esclusivo della volontà umana. Gli individui agiscono, prendono decisioni e costruiscono istituzioni, ma lo fanno entro condizioni biologiche e ambientali che non controllano completamente.

Un secondo tema è l’ambivalenza della civiltà. La crescita delle città, l’espansione dei commerci, la costruzione degli imperi e la globalizzazione migliorano la capacità umana di produrre e scambiare risorse, ma creano anche reti di contagio. Le stesse strade che trasportano merci permettono alle infezioni di viaggiare. Le città che producono ricchezza concentrano corpi vulnerabili. Gli allevamenti che garantiscono cibo possono facilitare il passaggio di patogeni tra specie.

Il terzo tema rilevante riguarda la disuguaglianza. Le epidemie vengono spesso definite democratiche perché il patogeno, in teoria, può infettare chiunque. Il libro mostra però che le conseguenze della malattia sono profondamente influenzate dalla posizione sociale. Il povero è più esposto, dispone di meno risorse per proteggersi e incontra maggiori ostacoli nell’accesso alle cure. La biologia del microbo può essere indifferente alla ricchezza, ma la società non lo è.

L’autore affronta inoltre il rapporto tra cause naturali e responsabilità umana. Il vaiolo favorì la conquista delle Americhe, ma non obbligò gli europei a sfruttare e massacrare le popolazioni indigene. La malaria influì sulla formazione dell’economia delle piantagioni, ma non rese inevitabile la schiavitù. I patogeni modificano le possibilità storiche; sono gli uomini a scegliere come utilizzare i vantaggi che ne derivano.

Lo stile del saggio è limpido, energico e costruito per rendere accessibile una quantità enorme di informazioni. Kennedy intreccia epidemiologia, genetica, archeologia, storia economica, sociologia e scienza politica, passando da un’epoca all’altra senza trasformare il volume in un manuale accademico. Il ritmo è sostenuto e l’autore ricorre spesso a episodi sorprendenti o a rovesciamenti di prospettiva per catturare l’attenzione.

La sua scrittura è particolarmente efficace quando parte da una convinzione storica consolidata e introduce un elemento capace di metterla in dubbio. I Neanderthal non sarebbero scomparsi soltanto perché meno intelligenti; gli europei non avrebbero conquistato le Americhe soltanto grazie alle armi; il feudalesimo non si sarebbe indebolito soltanto per l’evoluzione delle idee economiche. In ciascun caso Kennedy inserisce i patogeni nella ricostruzione, non necessariamente per sostituire tutte le spiegazioni precedenti, ma per mostrarne l’incompletezza.

Kennedy insegna Politica e salute globale alla Queen Mary University of London e ha conseguito un dottorato in sociologia all’Università di Cambridge. La sua formazione spiega la capacità di collegare gli aspetti medici delle epidemie alle istituzioni politiche, alle disuguaglianze e ai rapporti di potere. La sua ricerca interdisciplinare è stata pubblicata in riviste di medicina, sanità pubblica, sociologia e storia.

Nel complesso, Pathogenesis è un saggio ambizioso, documentato e capace di modificare il modo in cui guardiamo il passato. La sua forza non risiede soltanto nelle informazioni che raccoglie, ma nella prospettiva che costruisce. Dopo averlo letto, diventa più difficile osservare la caduta di un impero, una conquista coloniale o una rivoluzione economica senza domandarsi quale parte abbiano avuto la demografia, l’immunità e la circolazione delle malattie.

La lezione più profonda è una lezione di umiltà. L’umanità ama raccontarsi come la padrona del pianeta, ma la propria Storia è stata continuamente deviata da forme di vita infinitamente più piccole. Riconoscere questa dipendenza non significa negare il valore dell’intelligenza e dell’azione umana. Significa comprenderne i limiti e, forse, utilizzarle con maggiore responsabilità.

Il libro in una citazione
«… la vita umana anzi la vita complessa in qualsiasi sua forma sarebbe inconcepibile senza microbi…»

21 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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