Il romanzo del libanese Wajdi Mouawad, in cui la narrazione corale è affidata a specie non umane e offre un punto di vista estraneo alle nostre convenzioni, continua a rivelarsi in grado di interrogare le coscienze senza offrire facili consolazioni
di Giorgia Renna

Anima
Autore: Wajdi Mouawad
Traduttrice: Antonella Conti
Editore: Fazi
Anno: 2015
Anno prima edizione: 2011 (Francia)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 496
Consigliato a chi ama letture sfidanti sul piano emotivo ed etico.
Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. Anima di Wajdi Mouawad appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un romanzo che mette alla prova il lettore e lo costringe a guardare dove normalmente distoglierebbe lo sguardo e, una volta terminato, continua a risuonare nella memoria.
La vicenda prende avvio quando Wahhcch Debch rientra nella propria abitazione e trova la moglie Léonie assassinata con inaudita brutalità. Da quel momento, il protagonista intraprende una ricerca dell’assassino che si trasforma presto in un viaggio molto più profondo: un percorso attraverso il proprio passato, le proprie origini e le ferite lasciate dalla violenza della storia.
Anima è ambientato in tempi moderni, con flashback storici risalenti al 1982, e si svolge in Canada (Québec) e in Libano. Il viaggio di Wahhcch Debch ha inizio nelle gelide riserve indigene e in territori canadesi, dove scopre l’assassinio della moglie. Gli Stati Uniti del Nord rappresentano una tappa intermedia del percorso di ricerca, mentre il Libano è il punto d’arrivo, legato a un tragico segreto d’infanzia del protagonista e alle radici del trauma. L’epoca contemporanea segna il presente della narrazione, in cui si svolge la caccia all’assassino, mentre l’anno 1982 segna l’origine del trauma, in concomitanza con il drammatico massacro di Sabra e Chatila in Libano durante l’invasione israeliana. Questo intreccio di elementi conferisce alla storia narrata i contorni di un thriller, di un romanzo di formazione e di una riflessione filosofica sulla natura del male.
I personaggi di Anima sono costruiti più attraverso le ferite subite che attraverso le azioni compiute. Wahhch è un uomo apparentemente comune, ma il lutto lo costringe a confrontarsi con una memoria rimossa e con una violenza che scopre appartenere anche alla propria storia famigliare. Léonie, pur scomparendo nelle prime pagine, rimane una presenza costante, motore dell’intera narrazione. Attorno a loro gravitano figure che incarnano diverse forme del dolore e della colpa, componendo un mosaico in cui nessuno può dirsi davvero innocente.
L’aspetto più sorprendente dell’opera è però la voce narrante. Ogni capitolo è raccontato da un animale diverso: gatti, cani, cavalli, uccelli, roditori, insetti, rettili e molte altre creature osservano gli esseri umani dal proprio punto di vista. Si tratta di una scelta narrativa audace e perfettamente riuscita. Gli animali non umanizzano il racconto, ma conservano il proprio modo di percepire il mondo, offrendo uno sguardo estraneo alle convenzioni e alle giustificazioni della specie umana. Questa pluralità di prospettive conferisce al romanzo un tono insieme poetico, visionario e profondamente inquietante.
Ciò che distingue Anima e, al tempo stesso, divide i lettori è l’estremo realismo delle scene di violenza. Mouawad non addolcisce nulla: omicidi, torture, stupri e atrocità vengono descritti con una precisione quasi insostenibile. Il libro è un autentico pugno allo stomaco e richiede una notevole resistenza emotiva. Non è una violenza gratuita o spettacolarizzata; al contrario, serve a mostrare fino a che punto l’essere umano possa spingersi quando perde ogni forma di empatia. La crudeltà diventa così uno strumento di denuncia e riflessione, non di intrattenimento. La vera ferocia – lascia intendere Mouawad – non appartiene agli animali, ma all’essere umano quando rinuncia alla propria umanità.
È proprio qui che emerge il contrasto più affascinante del romanzo. Mentre gli uomini si rendono responsabili delle peggiori atrocità – tanto che il cielo, come suggerisce Mouawad, “non ha visto niente di più bestiale dell’uomo” – gli animali osservano, giudicano e spesso manifestano qualità che tradizionalmente attribuiamo all’umanità: compassione, fedeltà, coraggio e capacità di prendersi cura dell’altro. Mouawad ribalta così il significato stesso della parola “bestiale”. La vera bestialità non appartiene agli animali, guidati dall’istinto e privi di malizia, ma all’uomo, capace di pianificare il male, perpetuare la guerra e tramandare l’odio. Il risultato è una riflessione potente sul confine tra natura e civiltà, che costringe il lettore a interrogarsi su cosa significhi davvero essere umani.
Drammaturgo, regista e romanziere di origine libanese, Mouawad è nato nel 1968 e cresciuto tra l’esilio e il Canada, e ha fatto della memoria, della guerra, dell’identità e del trauma il cuore della sua produzione artistica. Anche in Anima questi temi ritornano con una forza straordinaria, intrecciandosi in un’opera che sfugge a qualsiasi classificazione. Si tratta di un romanzo che difficilmente lascia indifferenti. Proprio per la sua intensità, non può definirsi per tutti. Oltre alla violenza esplicita, alcuni lettori potrebbero trovare destabilizzante la continua alternanza di narratori appartenenti al mondo animale. Chi prova particolare disagio nei confronti di rettili, insetti, poiché Mouawad restituisce la loro prospettiva in modo estremamente realistico e immersivo. È una scelta narrativa affascinante, ma che richiede apertura e disponibilità ad abbandonare i consueti punti di riferimento.
Nonostante la durezza dell’esperienza di lettura, Anima è un’opera di straordinaria originalità e forza letteraria. È un romanzo che sfida il lettore sia sul piano emotivo sia su quello etico, dimostrando come la letteratura possa ancora interrogare le coscienze senza offrire facili consolazioni. Non è un libro che si ama facilmente, ma è uno di quelli che difficilmente si dimenticano.
Il libro in una citazione
«Il cielo non ha mai visto nulla di più bestiale dell’uomo.»
5 agosto 2026
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