Attraverso la voce disincantata del giovane Lorenzì, che cerca di sfuggire al disagio personale e sociale catalogando malattie e improvvisando diagnosi, il collettivo Inverno Pluto racconta una capitale in cui serpeggiano violenza e criminalità
di Sonia Vaccaro

Criptorchidìa
Autori: Inverno Pluto
Editore: Pidgin
Genere: Racconti
Pagine: 65
Consigliato a chi ama la narrativa underground con una spiccata introspezione dei personaggi.
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perché è un viaggio per le strade buie della Roma dell’epoca, intrapreso proprio a seguito dell’omicidio di Luca Varani, che indaga la natura umana tra responsabilità e colpa.
Da un paio di anni Lorenzì e Vittoria si ritrovano su una panchina nei pressi di via Iginio Giordani al Collatino, quartiere situato a est di Roma. Preferiscono stare lì perché a San Basilio ci sono il papà di Lorenzì e suo zio Alfredo, i genitori di Vittoria, i tossici, le guardie fasciste. Ma, a dirla tutta, attorno al 2016 non è che dalle parti di via Giordani tiri un’aria migliore.
Lorenzì sogna di diventare medico e trascorre le sue giornate a catalogare malattie e a improvvisare segretamente diagnosi per tutti coloro in cui s’imbatte. Tra le patologie dai nomi spesso impronunciabili segnate sul suo quaderno c’è anche la Criptorchidìa, che è una malformazione per cui uno o entrambi i testicoli non si posizionano nel sacco scrotale, cui sono naturalmente destinati, e rimangono estranei al resto dell’apparato e che – nell’omonimo racconto di Inverno Pluto – viene metaforicamente associata a una percezione di prigionia e isolamento rispetto al mondo circostante.
Vittoria invidia le amiche che possono permettersi i vestiti di Balenciaga e le borse di Jimmy Cho, parla di continuo e solo romano, è costantemente attaccata a YouTube e si è presa una cotta per Cassapanca, un boro del Collatino quasi sempre affacciato alla finestra di casa, che lei si reca ogni giorno a sbirciare, appollaiata su un muretto assieme a Lorenzì, nella speranza di essere notata.
Apparentemente Lorenzì e Vittoria mal si sopportano, ma in realtà sono legati da un’amicizia profonda, unione di due solitudini in un contesto in cui il disagio personale si fonde a quello sociale. È chiaro che Lorenzì e Vittoria desiderano un’altra vita e si sentono diversi, probabilmente unici, ed è anche per questo loro sentire che non hanno amici.
Per padre, Lorenzì ha un uomo che tira a campare con i balli di gruppo e gli impicci, in cui spesso lo invischia lo zio Alfredo. Assolutamente inadeguato al ruolo, tenta quantomeno di ricoprirlo, come emerge da una serie di episodi raccontati dal figlio con disincanto. Della madre di Lorenzì non si sa nulla, forse esiste solo in foto. Invece la mamma di Vittoria è spesso costretta a letto – cheddice che è triste – e lei deve sostituirla andando a lavorare al banco del mercato rionale con suo padre.
All’ossessione di catalogare malattie, espediente per fuggire dal mondo, Lorenzì associa quella per l’omicidio di Luca Varani, avvenuto per mano di Manuel Foffo e Marco Prato, due cosiddetti “ragazzi di buona famiglia”, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 in un appartamento del decimo piano al civico 2 di via Giordani, la parallela alla strada dove si trova la panchina preferita da Lorenzì e Vittoria. Un delitto tremendamente efferato, che sembra non lasciare adito a dubbi di colpevolezza per nessuno tranne che per Lorenzì, attanagliato da un terribile sospetto su suo padre.
Criptorchidìa è un perfetto esemplare di narrativa breve underground. Sulla pagina viene impressa la periferia romana più respingente attraverso la voce del giovane protagonista, che frammenta la realtà con lo sguardo indagatore di chi cerca indizi per avvalorare (o meglio, per scongiurare) intuizioni che, se confermate, renderebbero l’esistenza ancora più misera. La voce del protagonista procede per accumuli, agevolando la composizione di un mosaico che – in un crescendo emotivo – consente di incastonare le tessere mancanti della losca vicenda che lo tormenta e di farsi un’idea precisa della sua personalità senza accenti. La compulsività con cui Lorenzì cataloga le malattie è molto simile all’atteggiamento con cui osserva tutto ciò che rientra nel suo campo visivo e che restituisce tramite elenchi, tanto essenziali quanto efficaci nel descrivere persone e ambientazioni.
Lo stile di Inverno Pluto è tagliente, asciutto. Le scelte lessicali ricorrono a espressioni dialettali o tecnicismi solo ove opportuno e hanno un ruolo determinante nella caratterizzazione dei personaggi. Benché Criptorchidìa segni l’esordio del collettivo – che si dichiara composto da Alaska, Sansalvario, Toledo e Aprilia – la forma risulta perfettamente coerente al contenuto, priva di quelle sbavature personalistiche che riservano talvolta le prime prove corali.
In Criptorchidìa il disagio non è descritto, ma rivelato attraverso frasi lasciate cadere in spazi bianchi, composte da liste di parole concrete, cui bisogna aggrapparsi per sopravvivere in una Roma violenta e criminale, dove succede di tutto, e ciò che succede lontano dai riflettori è ancor più atroce di quanto anche una fervida immaginazione possa lasciar intuire.
Il libro in una citazione
«Credo che Vittoria non abbia consapevolezza di cosa significhi l’abbandono, perché prima bisogna provarlo, prima devi essere abbandonato e, prima ancora, devi essere accolto.»
5 agosto 2026
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