Il cronista Mimì Gagliardi, protagonista del noir di Giuseppe Tecce ambientato nella provincia di Avellino, sa che l’orologio della vittima non si è fermato nell’esatto momento in cui è stata uccisa, non si arrende e nonostante mille difficoltà la sua caparbietà sarà premiata
di Enzo Palladini

Sette e Quarantacinque
Autore: Giuseppe Tecce
Editore: Graus
Anno edizione: 2026
Genere: Gialli & Noir
Pagine: 230
Consigliato a chi è appassionato di noir, in questo caso ambientato nella provincia irpina.
Mimì Gagliardi, 53 anni, è un bravissimo giornalista specializzato in cronaca nera. Da poco (siamo in un’epoca contemporanea alla nostra) è tornato a vivere nel paese natale, Gesualdo, in provincia di Avellino. Si è lasciato alle spalle una prestigiosa carriera milanese, presso le redazioni dei più prestigiosi quotidiani. La decisione di tornare alla base è nata, oltre che dal richiamo delle origini, anche da un fortissimo shock (con conseguente ricorso alla psicoterapia), provocato da un’indagine per omicidio plurimo alla quale ha partecipato fattivamente utilizzando le sue fonti giornalistiche.
Quella che vive nella sua Irpinia è una quiete solo apparente. La notte viene spesso tormentato da incubi causati dalle sue disavventure milanesi. E poi, comunque, continua a lavorare. Scrive per il quotidiano locale La Voce dell’Irpinia, testata molto seguita a Gesualdo e dintorni. Una telefonata del suo capo, Alfonso Ruggiero, squarcia quel poco di tranquillità che sta cercando di costruirsi. Gagliardi viene spedito su una strada statale, al bivio per Sant’Angelo: incidente stradale mortale.
La vittima si rivela essere una donna. Monia Fetto, titolare di un salone di bellezza. Mimì Gagliardi arriva contemporaneamente ai carabinieri e ha tutto il tempo di fotografarla, riversa sull’asfalto. Nota alcuni particolari che non lo convincono. Niente tracce di sangue, niente ematomi, nessuno strappo sui vestiti eleganti. E poi c’è il dettaglio che dà il titolo al romanzo. Sette e Quarantacinque è l’orario su cui si è fermato l’orologio di Monia. Un collezionista come Gagliardi sa bene che l’oggetto al polso della donna non si guasta praticamente mai. È dunque successo qualcosa appunto a quell’ora, che non è la stessa del presunto sinistro (avvenuto all’ora di pranzo).
I carabinieri archiviano l’evento come un semplice incidente stradale, ma Mimì Gagliardi, cronista di razza, non si arrende. Scava nel passato di Monia (che in realtà si chiama Monica), va in conflitto con gli interessi di alcuni potentissimi personaggi locali, riceve minacce di morte cui fanno seguito dei tentativi di passare alle vie di fatto. Ci sarà un altro morto, ma alla fine la caparbietà di Gagliardi porterà risultati strabilianti.
Il romanzo è raccontato in terza persona e il protagonista assoluto è proprio Mimì Gagliardi. Il dettaglio interessante è che moltissimi dialoghi sono in dialetto irpino, comunque abbastanza comprensibili anche da chi non è di quelle zone. Non c’è una traduzione letterale, ma quello che leggiamo prima e dopo le frasi dialettali (sempre evidenziate in corsivo) ci fa ampiamente capire il senso di quello che si sta dicendo. In assoluto, il linguaggio utilizzato è perfetto per il contesto. Semplice e diretto, come è giusto che sia quando si parla di temi come un omicidio o un incendio doloso (ce ne sono due nello sviluppo della storia), e anche di altri reati che vengono a galla con lo scorrere delle pagine.
È impossibile non affezionarsi a Mimì Gagliardi, nonostante i numerosi spigoli del carattere. Ha i difetti che ognuno di noi potrebbe avere. Fumatore incallito, fa del disordine totale la sua prima regola in tema di alimentazione. Eppure, viene descritto come “asciutto e abbastanza in forma”. Non ha la minima cura del suo abbigliamento (rifiuta l’uso della camicia) né del suo aspetto fisico, eppure esercita una rilevante attrazione su alcune signore locali. È il prototipo di giornalista che andava di moda fino a una trentina d’anni fa. A Gagliardi si possono perdonare dunque gli articoli scritti in prima persona, un privilegio che nella storia del giornalismo è stato riservato a pochi eletti.
Il tema principale è quello della provincia italiana, un luogo dove il protagonista sogna di ritrovare una vita tranquilla e invece trova un altro inferno. Una terra apparentemente innocente che si trasforma nel luogo perfetto per commettere dei crimini. Poi ci sono i fantasmi interiori di Gagliardi, il ricordo dei traumi vissuti a Milano che spesso gli tolgono il sonno o si trasformano in incubi notturni.
Giuseppe Tecce, beneventano, nato il 23 aprile 1972, è al suo undicesimo libro tra romanzi, racconti e diari di viaggio. Uno di questi, Storia di un presidente che si credeva un topo (Scatole parlanti, 2021), è stato tradotto anche in tedesco. Di se stesso dice: “Scrivo dell’Italia interiore, dei paesi, delle singole pietre, e di tutte le voci che il tempo vorrebbe portarsi via per sempre. Racconto i margini come se fossero il centro del mondo, perché lo sono”. È ideatore del Festival Letture dal Bosco, che si svolge ogni anno a Lago Laceno, in Irpinia, e scrive per il Corriere dell’Irpinia, per la rivista internazionale Masticadores e per il Quotidiano del Sud. Ma è anche molte altre cose: presidente della Cooperativa Sociale Medina, coordinatore di una struttura tutelare per persone non autosufficienti, coordinatore dei soci di Banca Etica per il Sannio, l’Irpinia e il Molise. Qui lo apprezziamo come narratore che riesce a raccontare i paesaggi e i sentimenti con la stessa efficacia e con l’amore per la propria terra che condivide con il protagonista di Sette e Quarantacinque.
Il libro in una citazione
«La cosa più assurda della morte è la naturale strafottenza del mondo rispetto ad essa.»
27 luglio 2026
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