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Libri per chi ama davvero leggere

Jina Khayyer, elogio al coraggio delle donne in Iran

Con Nel cuore del gatto la scrittrice tedesca racconta la resistenza di coloro che cercano di opporsi al patriarcato imposto dagli ayatollah

Intervista di Sonia Vaccaro

Jina Khayyer
Jina Khayyer ritratta da Elfie Semotan

Spesso la narrativa riesce quando la cronaca fallisce. Ne è una prova schiacciante Nel cuore del gatto, romanzo d’esordio della giornalista, poeta e pittrice tedesca Jina Khayyer, che esplora temi come il desiderio di emancipazione e affermazione della propria identità proponendo un viaggio al centro dell’Iran e nell’animo di tre generazioni di donne appartenenti alla stessa famiglia e vissute sotto il giogo degli ayatollah. Nata da genitori iraniani, Khayyer ben conosce le tradizioni millenarie del Paese che racconta e le intreccia alle storie sia di coloro che si sono fatte interpreti di un’eroica resistenza sia di coloro che sono condannate a convivere con il senso di perdita e nostalgia innescato dalla diaspora. Perfettamente integrata nella cultura occidentale, Khayyer sa prestare il suo sguardo penetrante e fornire una prospettiva accessibile a chi conosce l’Iran solo attraverso la narrazione dei media occidentali riuscendo così a decostruire i pregiudizi e gli stereotipi da loro alimentati. D’altra parte, non può essere un caso che Nel cuore del gatto – romanzo tanto politico e spietato quanto poetico e garbato – abbia ottenuto il Premio Mara Cassen, sia rientrato tra i candidati al Deutscher Buchpreis 2025 e abbia venduto i diritti di traduzione in diversi Paesi europei. In italiano è stato reso da Silvia Albesano per Iperborea.

Nel cuore del gatto
Autrice: Jina Khayyer
Traduttrice: Silvia Albesano
Editore: Iperborea
Anno edizione: 2026
Anno prima edizione: 2025 (Germania)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 301

Consigliato a chi desidera confrontarsi con la cultura dell’Iran e comprendere cosa significa preservare la propria identità di donna sotto il giogo degli ayatollah.

Jina Khayyer, il suo nome significa “colei che dà la vita” ed era anche il nome della ventitreenne che nel 2022 fu uccisa a Teheran perché qualche ciocca di capelli indisciplinata era sfuggita al velo. “Jina” diventò il grido delle donne iraniane, il nome della rivoluzione da loro intrapresa dopo l’assassinio. Ora quello stesso nome è sulla copertina di un libro, che sta portando la rivoluzione ben oltre le strade di Teheran. Con quale stato d’animo affronta questa sua responsabilità?
Con Nel cuore del gatto ho voluto raccontare cosa significa essere una donna iraniana, cosa significa trovare delle possibilità in mezzo all’impossibilità che il patriarcato impone al corpo femminile. Poiché la ragazza che portava il mio nome è stata uccisa, ho sentito la responsabilità di scrivere questa storia come scrittrice, donna e iraniana.

Sulla cartina geografica l’Iran ha la forma di un gatto. Nei primi anni Duemila la protagonista del suo romanzo fa un viaggio in auto con la sorellastra Roya e la guida turistica Iman alla scoperta del suo Paese d’origine, da Teheran a Persepolis, creando così l’occasione per farci conoscere in senso letterale e metaforico il cuore di questo gatto. Qual è il significato più profondo che possiamo attribuire alle due parole chiave del titolo?
All’inizio io scrivo tutto a mano su un taccuino. Lo faccio per le mie poesie e l’ho fatto anche per questo romanzo. Se le parole mi mancano, disegno. Quando Jina Mahsa Amini fu uccisa, iniziai con un poema, I am speaking, che mi aiutò e mi diede il coraggio di osare e fare tutto ciò di cui sentivo il bisogno. Successivamente feci un disegno dell’Iran, proprio quello che troverete nel mio romanzo, tracciando il contorno della terra dei miei antenati. Guardando la cartina geografica, mi resi conto che l’Iran ha la forma di un gatto e pensai al fatto che da quando qualcuno ha detto che l’Italia è uno stivale, tutti lo notano. C’erano molte cose che speravo che Nel cuore del gatto realizzasse: una di queste era che il lettore s’innamorasse del Paese dei miei antenati, che si innamorasse dell’Iran. Fu allora che mi venne l’idea di scrivere di un road trip. Volevo accompagnare il lettore nel cuore dell’Iran, letteralmente nel “cuore del gatto”. Un’altra cosa che desideravo ottenere era fargli conoscere l’incrollabile coraggio delle iraniane. In persiano chiamiamo le donne coraggiose shirzan, leonessa, da qui “gatto”. Perciò il mio romanzo conduce non solo nel cuore dell’Iran, ma anche nel cuore delle donne iraniane coraggiose.

Lei ora vive in Francia, ma è nata in Germania da genitori iraniani. Esattamente come la protagonista del suo romanzo, che narra la sua storia in prima persona. C’è più verità o più finzione tra le pagine che ha scritto?
Sono una narratrice. Ricorro a qualsiasi cosa serva per raccontare la mia storia nel miglior modo possibile.

Nel cuore del gatto sottolinea come generazioni di donne appartenenti a epoche diverse possano reagire alla privazione del bene più grande, la libertà di vivere pienamente la propria identità. Pur non vivendo in Iran, la protagonista agisce da perno tra il passato, racchiuso nell’esperienza di vita delle zie paterne, e il presente del Paese, rappresentato da sua nipote Nika. La distanza può aiutare a comprendere meglio?
Non credo nelle generalizzazioni. A me la conoscenza aiuta a vedere più chiaramente. In quanto scrittrice, il mio obiettivo è arricchire la conoscenza dei miei lettori, oltre alla mia. Per me scrivere è un dialogo, prima di tutto con me stessa e con il mondo circostante, che cerco di comprendere meglio proprio attraverso la scrittura. Il dialogo con i miei lettori è altrettanto importante. Ormai sono in tour per la presentazione del libro da quasi un anno e ci sono stati tanti momenti che, più e più volte, mi hanno aiutato a capire meglio.

Veniamo alle donne del suo romanzo. Iman è lesbica, ha deciso di restare nel Paese che la respinge trasformando la sua esistenza in una ribellione silenziosa e allo stesso tempo assordante. Qual è il messaggio che ha voluto affidare a Iman? A chi si è ispirata per caratterizzarla?
Iman rappresenta molte cose. L’Iran è un Paese in cui vige l’apartheid di genere, eppure la lingua persiana non ha genere grammaticale. È come l’inglese: c’è un unico articolo determinativo, sia esso riferito alla luna, alla donna o all’uomo. Anche alcuni nomi propri sono neutri dal punto di vista del genere, proprio come Iman, che è dato sia alle bambine sia ai bambini, così come tutti i nomi delle zie della protagonista del mio romanzo. Quando creo un personaggio, ciò che m’interessa è esplorare diversi modi di essere. Sono un’umanista. Amo le persone. Sono affascinata dalla nostra diversità. Allo stesso tempo, ogni volta che osservo gli altri, mi chiedo: cosa farei io? Cosa penserei? Cosa direi? Come mi comporterei? In questo senso, Iman rappresenta una possibile versione di me stessa: come sarebbe potuta essere la mia vita se, in quanto donna lesbica, fossi nata e cresciuta in Iran negli anni Ottanta, Novanta e Duemila.

Roya, la sorellastra della protagonista, è nata in Iran dalla stessa madre. Dopo aver vissuto in Europa, sposa un iraniano e decide di tornare nel Paese d’origine per “nostalgia e struggimento”. Fino a che punto si può amare la propria patria?
Questa domanda è una delle chiavi del mio romanzo. Credo trovi risposta nel mio libro. Invito a trarne una citazione che vi risponda.

Nika, la giovane nipote della protagonista, si chiama proprio come la sedicenne che nel 2022 è stata violentata e uccisa dalla polizia morale dell’Iran dopo essere stata catturata durante le proteste per la morte di Jina Mahsa Amini. Come la sua omonima, appartiene a una generazione che ha trovato il coraggio di lottare per l’autodeterminazione e i diritti fondamentali e di credere nella vittoria. Da dove arriva questo coraggio delle ragazze d’oggi? Cosa le distingue dalle generazioni precedenti?
Ciò che le distingue è la conoscenza! Questa è la prima generazione cresciuta con i social media. Sanno cosa succede nel mondo: la propaganda della dittatura non le raggiunge. Nel mio romanzo i social media – e il telefono stesso – fungono da importante voce narrativa proprio per questo motivo: per dimostrare che la “generazione Nika” non si lascia cullare nell’autocompiacimento della propaganda del regime. È questo che le distingue: conoscono il mondo, anche se non hanno mai lasciato il Paese. Con un solo clic, possono teletrasportarsi ovunque e in qualsiasi momento, e vogliono vivere questa libertà nella loro quotidianità.

Dal testo emerge chiaramente il suo background di pittrice, soprattutto nel restituire il contrasto tra luce e buio, vividezza alimentata dai paesaggi e oscurità imposta dal velo. Le pennellate dell’Iran che ci racconta sono dense, sature. Esiste la trasparenza in Iran?
Bellissima domanda. Ne aggiungo un’altra: la trasparenza esiste in qualche Stato?

Nel cuore del gatto ha sicuramente il merito di rompere diversi stereotipi che gli occidentali affibbiano da tempo agli iraniani, quasi esclusivamente associati al terrorismo, alle donne velate, agli ayatollah… Quale altro libro o film ci consiglierebbe per mantenere la prospettiva che adotta nel suo romanzo?
La mia preferita in assoluto è Marjane Satrapi, con Persepolis. E naturalmente ci sono molti film iraniani straordinari. Il mio regista preferito è Jafar Panahi: il suo Taxi Teheran è uno dei film più belli che abbia mai visto. Oppure Abbas Kiarostami, con Il sapore della ciliegia, o ancora Tatami. Una donna in lotta per la libertà di Zar Amir Ebrahimi, una delle poche registe donna, e Guy Nattiv.

24 luglio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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