Il popolare storico si avvale di attenzione al dettaglio e sapiente uso del linguaggio per far immergere pienamente il lettore nell’epoca e restituire il Vate a tutto tondo, cogliendolo nelle sue più grandi velleità e nei suoi più piccoli atti
di Raffaele Nuzzo

Poeta al comando
Autore: Alessandro Barbero
Editore: Sellerio
Anno edizione: 2022
Genere: Romanzo storico
Pagine: 246
Consigliato a chi è appassionato di storia, di primo Novecento, di biografie, di guerra, di poeti e scrittori italiani.
Se ti interessa, guarda anche
Il cattivo poeta (Italia, drammatico 2020) di Gianluca Jodice
… perché racconta gli ultimi anni di vita di Gabriele D’Annunzio.
Non sono sempre generali o condottieri a scrivere importanti pagine di storia. O per lo meno, non tutti coloro che lo fanno provengono dalle fila delle accademie militari o dalle trincee delle guerre. È accaduto che personalità della letteratura, giornalisti o scrittori, abbiano intrapreso folgoranti carriere politiche, abbiano fondato potentissimi movimenti politici. Ne sono esempi il Benito Mussolini romanziere e giornalista anzitempo che padre del fascismo e l’Adolf Hitler autore del Mein Kampf (Eher-Verlag, 1925), che diverrà il suo programma elettorale.
Un altro caso clamoroso è quello creato dall’arcinota “impresa di Fiume”, ideata e portata avanti da uno dei letterati più in vista del Novecento italiano. Stiamo parlando, ovviamente, del Gabriele D’Annunzio degli anni 1919-1920, ovvero quelli in cui lo scrittore abruzzese occupò la città di Fiume con i suoi legionari. Ed è proprio su di lui che si focalizza Poeta al comando, libro scritto qualche anno fa dal noto storico Alessandro Barbero.
La questione fiumana era quella di una terra “irredenta”, strappata al suolo italiano da un trattato di Versailles (1919) che, sebbene risolutorio del primo conflitto mondiale, era iniquo e ingiusto, reo di una “vittoria mutilata” per cui D’Annunzio si erige a soggetto parificatore.
Poeta al comando è ambientato precisamente negli ultimi mesi di occupazione di Fiume, quelli del Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) stipulato tra Italia e Jugoslavia, che dichiara la città Stato libero e indipendente, e quelli del perentorio ordine di sgombero ricevuto dal generale Enrico Caviglia.
Barbero introduce subito D’Annunzio nelle sue vesti di reggente a Palazzo di Fiume, impegnato a monologare sui mali del capitalismo e a lodare il modello sovietico. La voce narrante è quella del suo uomo di fiducia, Tom Antongini, che più di chiunque altro lo conosce nei vizi e virtù, riesce a captarne le intenzioni e a metterne a nudo le convinzioni più intime.
Decisamente ilare è nelle prime pagine il racconto della cena a casa del senatore Cosulich, dove da iniziali argomentazioni d’arte e letteratura, si devia verso disquisizioni giuridiche sul codice di legge che lo stesso D’Annunzio ha legiferato. Così, la conversazione assume i contorni di uno scoppiettante simposio condotto dal Comandante in tutta la sua abile oratoria, in grado di primeggiare e raggirare i suoi ascoltatori con discorsi farciti di retorica che spaziano dai diritti civili alla politica.
Qui emerge anche l’altra faccia del Vate, quella del filibustiere, del seduttore provetto. Dell’irrefrenabile ascendente che esercita sul gentil sesso, con un fascino pari al magnetismo delle sue liriche. A lui cedono le donne di casa Cosulich, madre e figlia che se lo contendono senza destare sospetti l’una dell’altra: la prima andando a trovarlo direttamente a palazzo; la seconda possedendolo carnalmente e leggendo i suoi romanzi proibiti. Un gioco quasi incestuoso, costellato di pensieri scabrosi e trasgressivi, se non di morbosa gelosia.
Ci sono delle verità storiche che Barbero sapientemente semina ed enfatizza in un Poeta al comando, che abbraccia pillole di storia e politica. Si rimarca la fedeltà dei Carabinieri alla monarchia in contrapposizione alla fedeltà dell’esercito a D’Annunzio; il ruolo che alcuni reparti della Benemerita ebbero nelle fucilazioni e le sanguinose decimazioni di militari durante la prima guerra mondiale; la rivalità e il disprezzo degli Arditi e dei legionari nei confronti dei Carabinieri a causa di tale ruolo. Senza tralasciare la piaga della schiavitù sessuale, della tratta di prostitute, degli stupri di massa, delle violenze e delle torture perpetrate da papponi privi di scrupoli, della mercificazione femminile.
La seconda parte di Poeta al comando, pubblicato in prima edizione nel 2003, è incentrata nel rievocare il pernicioso aut aut del generale Caviglia, intimato a un Comandante ora angosciato e ora speranzoso in un ribaltamento della situazione. Impossibile non cogliere il repentino cambio di spirito del D’Annunzio, da baldanzoso e tracotante a dimesso, sfiduciato e frustrato. Insomma, irriconoscibile.
Del resto, l’esercito dei regolari ha circondato la città e la nave Doria dal mare ha già sparato una palla di cannone sul suo quartier generale, rischiando di ucciderlo per un soffio. Come può, il poeta, restare ottimista, braccato dal Governo Giolitti, dimenticato dal popolo dei passati furori, fallito fautore di un’impresa venduta sì come epica ma durata solo un anno?
Alessandro Barbero è docente di storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, autore di romanzi storici tra cui Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori, 1995), con cui si è aggiudicato il Premio Strega nel 1996; Carlo Magno. Un padre dell’Europa (Laterza, 2000) e Caporetto (Laterza, 2017). Oltre a essere considerato tra gli storici attualmente più autorevoli del panorama italiano, il Professor Barbero è un affermato e seguitissimo divulgatore di storia e lectio magistralis attraverso podcast e conferenze in giro per il web e il Paese.
Poeta al comando è scritto in prima persona, quella figurativa dell’attendente di D’Annunzio. Il linguaggio è aulico, forbito e, contemporaneamente, accattivante e burlone. Non risultando perciò noioso e pesante. I dialoghi e i battibecchi tra Antongini e D’Annunzio sono gustosi, gradevoli al pari delle scene che li coinvolgono, rese animose e movimentate. Il registro delle conversazioni e quello della prosa sono di taglio novecentesco, d’antan, in perfetto stile dannunziano. Poetico, raffinato, altisonante. Talvolta sottilmente ironico, il testo assume tinte osé, grazie alla trasposizione letteraria di un soggetto – il Vate – celebre per essere un dandy imperterrito, dedito al consumo di droghe e alle notti brave. Tuttavia, l’autore non scade mai nel volgare: le scene “hot” sono ammiccanti gag erotiche pur comunque contenute nei ranghi della decenza.
Barbero ha il merito di aver permesso al D’Annunzio di riuscire quasi ad autoritrarsi attraverso le parole di chi lo conosceva personalmente, fornendo una minuziosa traiettoria delle sue movenze, e quindi di averlo saputo decifrare. Soprattutto, Poeta al comando dà al lettore l’impressione di leggere un’opera del tempo, assolutamente conformata nello stile, frutto di una pignola e profonda ricerca storica. Lo scrittore opera, perciò, un perfetto manierismo dell’eloquenza colta e chiccosa del D’Annunzio.
Il Comandante dalla facciata d’eroe nazionalista, temerario, romantico, debole di carne, portavoce delle aspirazioni di popoli che non si riconoscono nei confini entro cui sono rinchiusi. Uomo dall’ego smisurato che mira a rubricare la spinosa impresa di Fiume come memorabile fatto storico e a ergersi risolutore della stessa. Che smania per farsi ricordare dai posteri.
D’Annunzio è il leader carismatico di una “rivoluzione d’ottobre” all’italiana, reinterpretata dalla sua personalistica ideologia, da una chiave di lettura tutta sua. Quella chiave di lettura di chi ha voluto esser tutto, provare tutto, vivere a mille, sfidare e attendere la “bella morte”. La sua impresa militare sarà ricordata come una folle illusione o come il folle affronto di Davide a Golia. Quanto a quella letteraria, non v’è nessun dubbio: D’Annunzio è il pioniere dell’uso ipnotico della parola, suo sapiente armeggiatore. E di lì a breve, si moltiplicheranno le manipolazioni verbali attuate da capi politici e rivoluzionari che daranno luogo a surreali – se non drammatiche – ipnosi di massa.
Il libro in una citazione
«“Chiunque il quale!”. Al timbro ironico di quella voce, l’ilarità cominciò a serpeggiare fra le file. “Chiunque il quale!” ripeté meravigliato e sprezzante. “Capitano, e lei vorrebbe obbedire a un generale che scrive così?”»
13 luglio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scopri di più da Let's Book
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




