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Libri per chi ama davvero leggere

Il patto dell’acqua, la quotidianità diventa epica con Abraham Verghese

Ispirandosi ai racconti della sua famiglia, il medico-scrittore americano narra l’India del Novecento attraverso la storia di una matriarca andata in sposa dodicenne a un vedovo molto più anziano e ricorda come vadano accolti anche i momenti più tragici della vita

di Elisa Vuaran

La copertina del libro "Il patto dell'acqua" di Abraham Verghese (Neri Pozza)

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

Il patto dell’acqua
Autore: Abraham Verghese
Traduttore: Luigi Maria Sponzilli
Illustratore: Thomas Varghese
Editore: Neri Pozza
Anno edizione: 2023
Genere: Romanzo storico
Pagine: 736

Consigliato a chi ama le saghe famigliari, i romanzi storici, le ambientazioni esotiche e desidera una lettura sorprendente che unisca queste tre caratteristiche.

Se ti interessa, leggi anche
Shantaram di Gregory David Roberts. Traduzione di Vincenzo Mingiardi. Neri Pozza 2016
Mare di papaveri di Amitav Ghosh. Traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti. Neri Pozza 2008
… per ritrovare le stesse ambientazioni.

Anno 1900, India del Sud. Sulla costa delle spezie, in una terra che abbraccia l’acqua in un fiorire di fiumi e lagune, una dodicenne sta per andare in sposa a un vedovo molto più vecchio di lei e che stranamente, a differenza sua, l’acqua non la ama affatto. Pare che lui sia disposto a sposare una ragazza senza dote perché il suo albero genealogico nasconde un segreto: in ogni generazione qualcuno è morto annegato. È spaventata: non sa ancora quale lunga e grandiosa vita la attende – e senza quasi mai uscire dal villaggio di Parambil! Non sa ancora di come diventerà l’amata matriarca del paese e di come questo sotto i suoi amorevoli occhi accoglierà il progresso. Non conosce il grande amore che l’aspetta nonostante le diffidenze iniziali. Non può vedere come con nascite e morti la sua famiglia si trasformerà, portando cambiamenti che saprà sempre abbracciare con equanimità. Una sola cosa chiederà al suo Dio: curare la maledizione che affligge la stirpe di suo marito, o mandare qualcuno che sia in grado di farlo.

Giocosamente ispirato ai racconti di famiglia dello scrittore, le cui origini si radicano nel Kerala, Il patto dell’acqua è un imponente racconto epico di come anche quotidianità a volte si possa fare straordinaria. Lungo un intero secolo, la manciata di capanne che dà vita a Parambil e le persone che vi abitano – il contadino Shamuel e poi suo figlio Joppan e poi ancora sua nipote Podi, il vecchio e il giovane fabbro, la nonna centenaria e il piccolo ribelle Lenin – sono testimoni della potente trasformazione che attraversa l’India nel Novecento: dall’arrivo del giornale a quello dei libri e poi della radio, dalla divisione in caste al colonialismo inglese – che, come dice il giovane avvocato Banerjee, non fa altro che aggiungere un gradino più in alto nella scala. Dai matrimoni combinati alle marce di Gandhi e alle rivolte socialiste, per quanto la Storia si imponga sembra sempre meno importante della notizia della costruzione del primo ospedale locale o della vita in collegio di un amato nipote della grande famiglia.

Caschi coloniali e abiti tradizionali si mescolano in una prosa colorita e sorprendente, cucita addosso ai personaggi e sorretta da un’architettura raffinata, dove gli anni e i luoghi si intrecciano lasciando la giusta suspense tra i capitoli, intercalati da evocative illustrazioni in bianco e nero. Come uno degli indovini cui di tanto in tanto si affidano i personaggi del libro, il narratore esterno sembra conoscere ogni cosa del loro presente e futuro, ma preferisce svelarlo solo al momento giusto, concedendo studiati colpi di scena. Il lessico è ricco, colto ma accessibile, nello stesso modo in cui si pone il Dottor Orqvist, erudito svedese che tuttavia con il popolo scherza nella lingua locale, il malayalam, da cui molti termini vengono presi a prestito. Se si eccettua il modesto sforzo iniziale richiesto per immergervisi (e qualche piccola ricerca su Google per cogliere al meglio le sfumature dei termini onorifici e affettuosi riservati a sorelle maggiori o minori e altri parenti), dopo poche pagine sembra già di capire il linguaggio del Malabar e del Travancore.

L’altra grande componente lessicale che domina il romanzo è la terminologia medica: l’autore, Abraham Verghese, è egli stesso un medico, e mette la sua conoscenza a disposizione dei medici che fanno parte della trama. Al lettore capita di assistere a un intervento chirurgico, a un parto o alla fondazione di un lebbrosario senza fatica, ma senza cedere a luoghi comuni o inesattezze.

Non mancano momenti di lettura in cui le emozioni vengono messe alla prova: in una saga famigliare che abbraccia un periodo tanto esteso è inevitabile assistere alla scomparsa di personaggi cui ci si affeziona, soffrendo come ne soffrono gli altri membri della famiglia di cui ormai ci si sente parte. Tra riflessioni sull’arte, sul potere della lettura e della scrittura, sulla medicina e sull’umanità, il messaggio di questo raffinato ma coinvolgente romanzo sembra essere la verità che Mariamma di Parambil ha imparato nella sua longevità: anche le tragedie sono parte della vita, e ogni momento va accolto.

Il libro in una citazione
«Non è più saporito al mattino il pesce? È il bello di questa pentola di terracotta! Tienila da conto e non usarla mai altro che per il meen vevichatu, capito? Ogni anno il tuo curry verrà sempre più buono. Se scoppiasse un incendio in casa e dovessi scegliere fra mio marito e la mia pentola di terracotta…be’, potrei dire che lui ha avuto una bella vita. I curry che farò nella pentola mi renderanno meno gravosa la vedovanza!»

8 luglio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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