Il secondo romanzo di Leonardo Gliatta inizia col raccontare una storia milanese sul male di vivere per poi affrontare con efficace analisi introspettiva il dramma della mancanza di un genitore
di Enzo Palladini

Hotel Camelot
Autore: Leonardo Gliatta
Editore: Les Flâneurs
Anno edizione: 2026
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 260
Consigliato a chi è consapevole del prezzo altissimo che può comportare la conoscenza della verità.
Periferia est di Milano, case popolari di Viale Molise, quartiere Calvairate. Alexandre Pereira, per tutti semplicemente Alex, vive lì in un appartamento modesto insieme alla mamma Hasna, marocchina. Un ragazzo come tanti, studia Scienze politiche alla Statale, lavora in un grande negozio di elettronica per pagarsi in parte gli studi. Gli piace bighellonare in giro per il quartiere insieme al suo amico Stefano Toson, detto il Toso, più sfaccendato di lui. Come spesso accade, la frequentazione diventa sempre meno assidua quando Alex inizia a vedersi con Viola, una ragazza emancipata della quale finisce per innamorarsi.
Di suo padre Alex non sa molto. Lo ricorda vagamente, nei primi anni di vita, nella casa in cui la famiglia abitava a Lisbona. Matheus Pereira era portoghese, al ragazzo è stato detto che è morto undici anni prima. Ogni volta che si azzarda a rivolgere una domanda alla mamma sull’argomento, viene rimbalzato con sdegno: “Lascia stare, tuo padre non merita niente. Era un donnaiolo e un uomo senza morale”. Eppure, il ragazzo non vuole arrendersi. Un giorno un cliente del negozio in cui lavora lo fulmina con una frase: “Sei identico a Matheus, puoi solo essere suo figlio”. Turbato, Alex si limita a dire: “Mio padre è morto undici anni fa”. Ma l’uomo insiste: “Io l’ho conosciuto, è stato nove anni fa, in Toscana, a Camelot”.
Inizia così un lungo viaggio alla scoperta delle origini. Alex va qualche giorno a Lisbona per conoscere davvero la famiglia paterna: l’austero nonno Pedro, azzerato mentalmente da un ictus; la rancorosa nonna Marta; la zia Ana, sorella del padre, e soprattutto lo zio Rui, marito di Ana, l’unico che gli dimostra affetto vero. Qui arriva la prima scoperta: Matheus non è morto undici anni prima, come è stato fatto credere a Hasna e Alex, ma molto dopo. Nel frattempo, si è trasferito in Toscana, a Populonia, insieme a un’altra donna di cui si è innamorato, Helena.
Proprio a Populonia, finalmente Alex si schiarirà le idee con mille rivelazioni sul padre e il lettore capirà il vero significato del titolo: il luogo in cui si svolgono le vicende principali si chiama Camelot, ma viene ironicamente definito Hotel Camelot, perché è una specie di albergo dove viene accolto chiunque arrivi da un’esperienza traumatica oppure abbia un peso morale eccessivo da portare sulle spalle. Non si paga per avere una stanza o un semplice giaciglio, l’unico vincolo è che chi trova asilo in questo luogo deve saper fare qualcosa e rendersi utile al gruppo di persone a cui si accosta, una vera comune, ricavata da un casolare abbandonato, sconosciuto persino al catasto, sulla spiaggia di Populonia. Il fondatore di questa comunità è proprio Matheus, il padre di Alex.
Hotel Camelot di Leonardo Gliatta è un romanzo che conquista con le sue accelerazioni improvvise. Parte lento, giusto per far conoscere i protagonisti in maniera abbastanza approfondita. Una storia milanese come un’altra, fatta di immigrazione, di discriminazione. Male di vivere. Poi c’è un punto di svolta a partire dal quale la vicenda scatena emozioni senza fine. I temi qui si elevano, sforano l’ambito delle incertezze adolescenziali, vanno a scavare nella psiche dei personaggi. Più di tutto emerge il grande dramma della mancanza di un padre, aggravato dalla percezione negativa che del genitore scomparso gli viene trasmessa.
Alex si ribella all’atteggiamento eccessivamente protettivo di Hasna, la scavalca senza pietà. Vuole sapere chi era davvero Matheus Pereira, vuole capire esattamente se davvero fosse il male assoluto oppure se in lui ci fosse qualcosa di cui essere fiero, qualcosa da imitare. Un continuo rimbalzo tra l’immagine negativa e quella positiva del padre. Un intreccio di sentimenti raccontato con uno stile chiarissimo, con un’analisi introspettiva molto accurata, con un linguaggio contemporaneo che accompagna gradevolmente lo scorrere delle pagine, con alcune svolte sorprendenti e inaspettate. La storia è narrata sempre in terza persona, dialoghi sono sempre diretti e accompagnati dalla precisa descrizione delle espressioni facciali che li accompagnano. Ovviamente il personaggio principale è Alex e tutto ruota intorno a lui sull’asse Milano-Lisbona-Populonia.
Gliatta è un giovane autore originario di Foggia, ma da parecchi anni residente a Milano. Hotel Camelot è il suo secondo romanzo, arriva sei anni dopo La fabbrica del Santo (Ianieri Edizioni, 2020). Il suo primissimo libro invece è stato il saggio Wong Kar-Wai (Audino Editore, 2002), dedicato al regista di Hong Kong reso famoso da In The Mood of Love. Grande appassionato di cinema e arti visive, nella vita di tutti i giorni Gliatta si occupa di marketing per un gruppo media americano. Con questo romanzo, intanto, arriva a un risultato davvero notevole: parla al cuore del lettore, scoperchia pentoloni da cui escono vapori intensi, spinge a momenti di riflessione profonda. È già una grande vittoria.
Il libro in una citazione
«Ci sono attimi che cadono sul mondo e fanno sentire nelle fibre più intime dell’uomo l’espansione del tempo.»
29 giugno 2026
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