L’esordio di Paul Murray, ripubblicato dopo il successo del Giorno dell’ape, intreccia microcosmi narrativi e stilistici per affrontare in modo personalissimo il distacco dalle illusioni dell’infanzia
di Sabrina Colombo

Skippy muore
Autore: Paul Murray
Traduttore: Beniamino R. Ambrosi
Editore: Einaudi
Anno edizione italiana: 2026
Anno prima edizione: 2010 (Irlanda)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 703
Consigliato a chi ama le ambientazioni in collegi o scuole private con protagonisti adolescenti.
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Il giorno dell’ape di Paul Murray. Traduzione di Tommaso Pincio. Einaudi 2025.
Al Seabrook College di Dublino – istituto scolastico con un antico pedigree, fucina della classe dirigente irlandese da oltre un secolo – la routine è funestata dall’incredibile morte dell’allievo Daniel Juster, “Skippy” per gli amici, che si accascia al suolo in un fast food mentre sta partecipando a una gara di “ingurgita ciambelle” con l’amico fraterno Ruprecht Van Doren.
Il romanzo si apre in medias res con la morte del ragazzo e ripercorre le settimane che hanno preceduto il fatto: perché prima di spirare Skippy – volgendo lo sguardo disperato a Ruprecht – ha scritto sul pavimento, con lo sciroppo, le misteriose parole “dì a Lori”? Chi è Lori e cosa avrebbe dovuto riferirle Ruprecht?
In Skippy muore si intrecciano numerose linee narrative – un profluvio di microcosmi a tenuta stagna, in ognuno dei quali domina la scena un personaggio: Ruprecht, piccolo genio, sogna di andare a studiare a Stanford con il Professor Tamashi e approfondire con lui “la Teoria M” sugli universi paralleli; Lorelei, “la ragazza con il fresbee”, iscritta al vicino collegio femminile, accende le notti di Skippy con le prime pulsioni sentimentali; Carl, il bullo, nasconde un serio disagio dietro ai comportamenti disturbati; il Signor Howard, ex allievo, insegna alla classe di Skippy la storia della prima guerra mondiale attraverso le poesie di Robert Graves e si interroga sulla solidità della sua vocazione professionale; il preside, detto l’”Automa”, vuole dare nuovo lustro alla scuola, rilanciandone l’immagine; infine i sacerdoti dell’Ordine del Paracleto, fondatori del collegio ma destinati a vedersi sostituire da una nuova ondata di educatori laici, più adatti a una società che va secolarizzandosi anche nella cattolicissima Irlanda del XXI secolo. Molte altre figure contribuiscono a tessere una tela di relazioni, spesso disfunzionali, componendo un mosaico vivido e realistico delle ultime settimane di Skippy.
Dire di più sulla trama sarebbe imprudente, il rischio di svelare aspetti topici della vicenda è alto, anche solo citando i temi affrontati: basti suggerire che il romanzo di Paul Murray tocca argomenti delicati legati alla crescita e al distacco dell’adolescente dalle illusioni dell’infanzia. L’opera è permeata da un senso di sconforto lancinante per l’incapacità di comunicare che affligge i ragazzi e gli adulti: ognuno è un navigatore a se stante, genitori e figli, docenti e studenti, tutti condividono il medesimo senso di frustrazione e disagio, “parlano” ma “non si ascoltano”.
Nelle settecento pagine di cui l’opera si compone molti punti di vista si alternano, pur ricorrendo a un solo narratore esterno. Murray sceglie di raccontare i fatti anche affidandosi a lunghe riflessioni personali o collettive, monologhi caotici e frammentati: è richiesto un surplus di attenzione per accorgersi del passaggio dal discorso interiore all’effettiva interazione tra personaggi e – soprattutto – per capire quando dalla visione lisergica od onirica si passa all’azione reale.
Domina una certa anarchia nello schema: l’alternarsi di visi, immagini, episodi di vita quotidiana apparentemente secondari è vorticosa e spiazzante. Murray dà l’impressione di muoversi con libertà, quasi che la sua sia una “stesura di getto”: in questa confusione narrativa risiede la cifra distintiva del romanzo, che sembra non soggiacere a nessuna particolare regola, è folle e sorprendente come la vita vera. Anche i tempi dell’azione si susseguono così, in maniera randomica, apparentemente un po’ arruffata: se una regola esiste non la si coglie – inutile affannarsi – e non resta che lasciarsi trasportare fino a un finale amaro, realistico, commovente.
Le proposizioni sono lunghe, complesse e argomentative, seguono le ossessioni degli studenti e dei docenti del Seabrook: la struttura è ipotattica, lo stile è “a cascata” per sottolineare l’instabilità emotiva, caratteristica comune a tutti coloro che ruotano attorno alla vita e alla morte di questo ragazzino silenzioso e introverso. L’uso personalissimo che Murray fa della punteggiatura è funzionale al suo stile barocco e sovrabbondante e si esprimerà pienamente con il successivo Il giorno dell’ape (2025), in cui l’autore segue le idiosincrasie di uno dei componenti della famiglia Barnes (Imelda) per centinaia di pagine senza un segno di interpunzione e con una sintassi ininterrotta: un tour de force che toglie il fiato.
Murray è piuttosto “controverso”: ha suscitato il plauso di tanta parte della critica e del pubblico – alcuni lo hanno addirittura accostato a Jonathan Franzen per stile e temi, tuttavia non è mancato anche chi lo ha definito un romanziere sopravvalutato, meno sofisticato di Franzen. Non è facile prendere posizione su questo argomento, se non accettando il rischio di fornire una chiave di interpretazione inevitabilmente partigiana perché legata al gusto del recensore di turno.
Se l’universo composito e variegato dei lettori fosse magicamente riducibile ai minimi termini, lo si potrebbe dividere in due macro ambiti: da un lato c’è chi predilige un approccio “razionale” (il romanzo va capito a fondo fin nei minimi dettagli, lo si deve poter scomporre e ricomporre per giungere sempre al medesimo finale, come un’espressione matematica che ha un solo risultato utile); dall’altro c’è chi invece si affida all’approccio “emotivo” (non conta il punto di arrivo quanto il sentiero che lo scrittore ha tracciato, un itinerario complesso in cui ci si perde, a volte ci si ritrova e dove non tutto trova una spiegazione). Solo chi abbraccia quest’ultima visione della “lettura” – più anarchica che logica, più emozionale che metodica e sistematica – può verosimilmente apprezzare a fondo Skippy muore.
Paul Murray (Dublino, 1975) si è laureato in letteratura inglese al Trinity College e successivamente ha conseguito un master in scrittura creativa presso la University of West Anglia. Ha vissuto in Spagna, dove ha insegnato inglese. È autore di saggi, romanzi e racconti: ha esordito nel 2010 proprio con Skippy muore che – uscito in Italia lo stesso anno per Isbn Edizioni – non ha avuto particolare fortuna in termini di pubblico. Nel 2026 Skippy muore viene ripubblicato da Einaudi, sulla scia del successo del Giorno dell’ape; quest’ultimo – nella traduzione di Tommaso Pincio – nel 2025 gli è valso il Premio Strega Europeo (XII Edizione).
Il libro in una citazione
«L’universo in questo momento gli sembra qualcosa di mostruoso, esile e logoro e vuoto; e l’universo sembra rendersene conto, e girarsi dall’altro lato per la vergogna.»
19 maggio 2026
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