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Libri per chi ama davvero leggere

Quattroventi, storia di una guaritrice che soffre del dolore più grande

Raffaello Di Mauro ci porta nella Sicilia degli anni Trenta raccontandoci di una donna che, mentre si prende cura degli altri, deve fare i conti con la perdita di un figlio nato da violenza carnale

di Chiara Boccardo

La copertina del libro "Quattroventi" di Raffaello Di mauro (21lettere)

⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 3.5 su 5.

Quattroventi
Autore: Raffaello Di Mauro
Editore: 21lettere
Anno edizione: 2026
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 176

Consigliato a chi ama le storie lente radicate in un contesto storico e sociale penetrante.

Se ti interessa, leggi anche
Accabadora di Michela Murgia. Einaudi 2014
… perché esplora il rapporto tra tradizione, comunità e riti legati alla vita e alla morte in un contesto in cui il sapere popolare convive con il giudizio collettivo.

Negli anni Trenta, nel cuore di una Sicilia sospesa, arcaica e insieme profondamente concreta, prende forma la vicenda di Angiola, protagonista di Quattroventi. La sua è una presenza che s’impone più per sottrazione che per definizione: una figura che sembra esistere ai margini fin dall’inizio, come se il mondo che la circonda non fosse mai davvero disposto ad accoglierla.

Angiola è conosciuta nel paese come guaritrice. Sa riconoscere le erbe, sa preparare rimedi, sa leggere i segni del corpo. Ma il suo sapere non è mai del tutto rassicurante: si muove su un confine ambiguo tra cura e superstizione. A questo si aggiunge il suo ruolo di prefica, di lamentatrice, voce prestata al dolore altrui, capace di trasformare la morte in rito.

Durante l’adolescenza, negli anni della guerra, subisce una violenza brutale da parte di alcuni soldati. Da quella violenza nasce un bambino, che però scompare nel nulla dopo pochi mesi di vita, lasciando dietro di sé un vuoto che il romanzo non colma mai del tutto e che continua a risuonare come una presenza silenziosa. Questa esperienza segna in modo irreversibile il destino di Angiola, ma ciò che rende ancora più complessa la sua condizione è la reazione della famiglia. Il padre, incapace di distinguere tra violenza e colpa, finisce per attribuirle una responsabilità che non le appartiene. I genitori decidono così di lasciare il paese: parlano di America, ma in realtà si trasferiscono a Torino, fuggendo da ciò che non riescono ad affrontare. Angiola viene lasciata indietro, esclusa non solo fisicamente, ma anche simbolicamente.

Quando Angiola viene affidata agli zii, Aurelio Scornavacca e Ninetta Lorusso, la sua situazione non migliora, anzi. Subisce un nuovo trauma: il tentativo di abuso da parte dello zio Aurelio. È un altro momento di rottura, un’altra conferma dell’instabilità del mondo in cui la ragazza si muove. È allora che entra in scena il Professor Spartà. Insegnante del paese, figura colta e profondamente umana, Spartà riconosce in Angiola una possibilità. La accoglie nella propria casa, la protegge, le offre uno spazio in cui esistere senza essere definita esclusivamente dal trauma. Il loro rapporto si costruisce nel tempo, con discrezione. Spartà diventa per Angiola una figura paterna, ma senza mai imporsi. È una presenza costante, una delle poche certezze in una vita segnata dall’abbandono.

Nel frattempo, il paese continua a vivere secondo le sue regole. La comunità osserva, giudica, commenta. Angiola è necessaria e temuta, cercata e respinta. La sua figura si colloca su un confine instabile, mai completamente definito. La narrazione procede per frammenti, per ritorni, per piccoli scarti. Il passato continua a emergere, il presente fatica a stabilizzarsi.

La seconda parte del romanzo abbandona Angiola come fulcro narrativo e si concentra sugli zii, Aurelio e Ninetta, spostando la vicenda negli anni Sessanta. Il cambio di prospettiva è netto e, almeno inizialmente, spiazzante. Una coppia di parenti rientra dall’America e viene ospitata proprio in casa di Aurelio e Ninetta. Il loro arrivo porta con sé non solo un’idea di altrove, ma anche una destabilizzazione degli equilibri domestici.

In questa seconda parte emerge con forza il mondo delle comari. Le donne del paese si riuniscono, osservano, raccontano. Le parole circolano, si trasformano, arrivano a destinazione già mutate: prima alla moglie di lui, poi al marito di lei, in una catena narrativa che costruisce e distrugge reputazioni.

All’interno di questa rete si sviluppa la relazione clandestina tra Aurelio e la moglie dell’uomo tornato dall’America. Il racconto si muove così su un piano più corale, meno incentrato su un singolo personaggio. La tensione cresce lentamente fino all’epilogo: Aurelio e l’amante fuggono insieme in America, lasciando dietro di sé una frattura definitiva. Ninetta, invece, resta. La sua vita prende una direzione inattesa: va a vivere con il marito della donna fuggita, in una convivenza che assume i tratti di un rapporto quasi fraterno, fondato più sulla condivisione del dolore che su qualsiasi altra forma di legame. Quanto ad Angiola, in questa fase della storia sembra scomparire quasi del tutto. Eppure, la sua ombra resta sullo sfondo, come se il mondo che l’ha prodotta continuasse a raccontarsi anche in sua assenza.

Uno dei temi centrali del romanzo è quello della marginalità. La protagonista è sospesa tra appartenenza ed esclusione: la comunità ha bisogno di lei, ma non riesce ad accoglierla davvero. Tuttavia, pur essendo il fulcro dichiarato della narrazione, resta in parte sfuggente. Il racconto sembra spesso privilegiare ciò che le ruota intorno — la comunità, le voci, i personaggi secondari — lasciandola in una posizione quasi laterale. Più evocata che realmente indagata, la sua interiorità rimane talvolta in ombra.

Il tema della colpa è affrontato con forza. La violenza subita da Angiola viene considerata da suo padre responsabilità: un rovesciamento crudele, che mostra come il trauma possa essere deformato dallo sguardo degli altri. La fuga dei genitori rappresenta una rimozione, un rifiuto di affrontare ciò che è accaduto. Angiola viene così privata non solo della famiglia, ma anche del riconoscimento della propria effettiva condizione.

Il rapporto con il Professor Spartà introduce il tema della cura e lo fa in modo concreto, quasi silenzioso. Dopo il rifiuto della famiglia e l’incapacità dei genitori di riconoscere ciò che è accaduto, la sua presenza rappresenta una frattura nel modo in cui la società aveva risposto alla protagonista fino a quel momento.

In un contesto che respinge o giudica, Spartà compie un gesto semplice ma radicale: accoglie. Non interviene per correggere o normalizzare, ma per offrire uno spazio in cui poter esistere senza essere continuamente definita dal trauma. Il suo è un atto di responsabilità più che di pietà, e proprio per questo assume un valore ancora più significativo.

Il legame che si crea non ha nulla di retorico. Non sostituisce ciò che è stato perduto, ma costruisce qualcosa di diverso: una forma di famiglia scelta, fondata non su vincoli di sangue, ma su un riconoscimento reciproco. Spartà diventa così una presenza stabile, discreta, che accompagna senza invadere, offrendo ad Angiola una possibilità di radicamento in un’esistenza altrimenti segnata dalla precarietà.

Un altro tema fondamentale è quello della maternità negata. Il bambino nato dalla violenza e poi scomparso rappresenta una presenza-assenza che attraversa tutta la vita della protagonista, senza mai trovare una vera elaborazione emotiva e narrativa. Non si tratta semplicemente di una perdita, ma di una frattura profonda. Quella maternità esiste e allo stesso tempo viene cancellata: non ha il tempo di diventare esperienza, non ha uno spazio in cui essere riconosciuta. Resta sospesa, come se fosse stata sottratta prima ancora di potersi definire. La scomparsa del bambino non è solo un evento traumatico, ma anche una zona d’ombra che il romanzo non illumina del tutto. Questa scelta, se da un lato contribuisce a mantenere un’aura di mistero e inquietudine, dall’altro lascia il tema in uno stato d’incompiutezza, come se non venisse mai realmente attraversato fino in fondo.

La seconda parte del romanzo introduce con forza il tema del pettegolezzo. Le comari diventano agenti narrativi, costruttrici di realtà. Le loro parole definiscono ciò che è vero e ciò che non lo è. In una Sicilia conservatrice, il giudizio collettivo diventa una forma di controllo sociale. La storia tra Aurelio e la “Miricana” non è solo una vicenda privata, ma anche un evento che attraversa l’intera comunità. Tuttavia, questo ampliamento del racconto produce anche una dispersione. La moltiplicazione delle voci e delle storie, pur interessante, finisce per allontanare il lettore dal nucleo iniziale, rendendo meno compatta l’esperienza di lettura complessiva.

Lo stile di Raffaello Di Mauro – scrittore nato a New York che vive in Sicilia – è denso, evocativo, profondamente radicato nel contesto. La lingua restituisce con efficacia l’atmosfera della mentalità e del luogo, soprattutto attraverso l’uso del dialetto. Questa scelta conferisce autenticità, ma introduce anche una certa difficoltà. I termini dialettali, spesso accompagnati da note, interrompono il flusso della lettura, costringendo il lettore a uscire dalla narrazione. La discontinuità è incrementata da una struttura narrativa caratterizzata da salti temporali e cambi di prospettiva, particolarmente evidenti quando si perde di vista la protagonista. Il risultato è una scrittura che richiede attenzione costante, e che non sempre riesce a mantenere una piena fluidità. Più che accompagnare il lettore, il testo sembra talvolta chiedergli  uno sforzo continuo di adattamento.

Quattroventi è un romanzo che affronta temi importanti — il dolore, la colpa, la marginalità, la comunità — e lo fa con un impianto narrativo ambizioso. La figura di Angiola resta suggestiva, ma non sempre risulta pienamente sviluppata, mentre la seconda parte amplia il racconto senza riuscire del tutto a mantenere la stessa intensità. È un libro che contiene sì elementi di grande interesse, ma che procede in modo diseguale, alternando momenti di forte suggestione ad altri più dispersivi. Resta una lettura che richiede attenzione e disponibilità, capace di restituire un mondo complesso, ma che non sempre riesce a far scaturire da questa complessità un pieno coinvolgimento.

Il libro in una citazione
«Un uomo guidato dall’odio non potrà mai vincere contro il male perché la sua mente sarà offuscata e la sua forza sarà fuori controllo.»

4 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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