Nato come reportage giornalistico, il racconto del poliedrico intellettuale italiano si rivela ancora oggi un appassionato percorso sentimentale per immagini delle località costiere e delle genti che le animano
di Raffaele Nuzzo

La lunga strada di sabbia
Autore: Pier Paolo Pasolini
Editore: Guanda
Anno edizione: 2017
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 127
Note: Introduzione di Paolo Mauri
Consigliato a chi è appassionato di viaggi, di località balneari, di sociologia.
Scoprire nuovi posti e viaggiare come osservatore acuto possono diventare poesia, racconto, romanzo, anche cinema. Mai come nel caso della Lunga strada di sabbia – pubblicato per la prima volta in volume da Guanda nel 1959 – visto il curriculum dell’autore, Pier Paolo Pasolini. Da artista poliedrico qual era, Pasolini costruisce un’opera che vuol essere una particolare guida turistica, un reportage, un contemporaneo “appunti di viaggio” del litorale italiano. Per nulla tecnico, piuttosto sentimentale e passionale.
Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso. L’Italia prova a lasciarsi alle spalle la sanguinosa guerra che ha perso e che l’ha distrutta. È il momento del boom economico, il Paese vuole rialzarsi, ripartire, e il turismo è uno dei volani economici su cui puntare. Pasolini ha ricevuto l’incarico dalla rivista Successo di raccontare le coste italiane. Lo fa a suo modo, preparando quello che doveva essere un inserto e che invece si propone come un testo in cui si mescolano sapientemente parole e cinema.
La lunga strada di sabbia comincia da Nordovest, dal confine italo-francese nei pressi di Ventimiglia, dal Palazzo Circondario che si erge proprio nel punto in cui scorre il Rio San Luigi, la fluida linea demarcazione tra le repubbliche francese e italiana. Lo scrittore narra delle pittoresche scogliere scoscese delle Cinque Terre, austere e riservate, per poi scendere in Versilia, dove “paparazza” (a penna s’intende) i vip del tempo, gli Agnelli, in un timido principio d’estate di giugno.
Dopo un soggiorno nel Circeo, a bordo della sua Fiat 1100, Pasolini scrive di avere “tutto il Sud davanti a me” e fa sosta a Napoli, dove lo adocchia una cricca di elemosinanti. Tuttavia lui non si fa turbare, non si sente infastidito, anzi. Appare quasi felice di aver attratto quel genere di umanità. Questa ricerca del miserevole, questa volontà di scrutare soprattutto la classe operaia traspaiono spesso nel suo scritto. Tra l’altro, le trame dei suoi lavori cinematografici parlano chiaro al riguardo. Il suo obiettivo è probabilmente catturare i microcosmi delle località dove si ferma e mostrarli nella loro interezza, guardarli fino in fondo, sotto la superficie da cartolina patinata. L’autore dimostra un interesse viscerale per le vicissitudini umane, tanto da voler raccontare sia le vacanze dei nababbi in ciabatte sia quelle dei reietti senza un soldo, poiché tutti hanno una storia e tante sono le sfumature da cogliere.
Una volta documentate le indigenze nel capoluogo partenopeo, Pasolini imbocca la strada per la riviera amalfitana e Ischia, tappa obbligatoria fastosa snob e trendy, dove continua la sua indagine comportamentale nei confronti di chiunque incontri.
L’itinerario procede verso sud, anzi. “Rotola”, come cantano i Negrita, spingendosi in quel Meridione interno, defilato, introverso e sconosciuto. A Vallo della Lucania, Pasolini può fotografare quel Mezzogiorno buio, stantio, cristallizzato e senza riflettori di cui si parla pochissimo.
La rassegna su miserie e nobiltà accalcate sulle spiagge italiane continua fino in Sicilia, poi risale verso i “banditi” di Cutro, deviando verso est dai baroni di Leuca, nel Salento estremo, per poi ripartire verso nord e visitare il Gargano. Luoghi che lui percepisce come anacronistici, congelati in chissà quale era, al pari di frame in bianco e nero inseriti in un video a colori.
L’itinerario avanza poi verso Settentrione. Lo scrittore visita le spiagge abruzzesi di Pescara e Francavilla e le trova familiari, rivede l’archetipo di quelle cui – da settentrionale qual è – è abituato. Qui avverte e sottolinea la spaccatura tra le due Italie, quella evidente dicotomia tra opposte “civiltà balneari” – come lui originalmente le definisce – di un Sud ancestrale e arretrato e di un Nord più progredito e libertino. Allo stesso tempo, profetizza l’arrivo di quel “turismo di massa” che, talvolta, porterà a snaturare l’essenza di alcune località vacanziere.
Insomma, Pasolini offre un’analisi a tutto tondo, anche socio-economica, dei territori che visita. La nota querelle con la classe dirigente calabrese per alcuni epiteti su certi luoghi testimonia proprio ciò, oltre a farne risaltare la “sincerità brutale”. L’autore sa essere oggettivo nei giudizi, tagliente all’occorrenza, ovvero quando non apprezza e disdegna (vedi il caso di Porto Corsini, nel Ravennate). Del resto, Pasolini è stato un personaggio scomodo che nella sua carriera artistica ha suscitato indignazione, ha sofferto la censura e la contestazione. La lunga strada di sabbia termina a Trieste, dove l’autore chiude il suo periplo costiero italiano e conclude un ritratto vivace e neorealista degli italiani in vacanza durante il secondo Dopoguerra.
Come è ben noto, Pasolini è stato un comprimario della letteratura italiana del Novecento, artista poliedrico, scrittore, poeta, regista. Tra le sue opere letterarie ricordiamo Una vita violenta (Garzanti, 1959), finalista Premio Strega; Ragazzi di vita (Garzanti, 1955). Per il cinema citiamo Accattone (drammatico, Italia 1961); Salò o le 120 giornate di Sodoma (horror, Italia 1975), col quale vinse il Premio Venezia Classici; e Il Vangelo secondo Matteo (drammatico, Italia 1964), che gli è valso il Gran Premio della Giuria.
Della scrittura della Lunga strada di sabbia non si può assolutamente discutere la bellezza. Poeta di indubbio livello, Pasolini agisce da reporter incantatore e la sua è una disamina che visivamente rende più d’una fotografia. I paesaggi vengono presentati con un’ammaliante vena poetica: Pasolini li tesse in parole, ricreando immagini vivide e movimentate. Egli è tutto tranne che un semplice viaggiatore. È un contemplatore, che non si concede nessuna distrazione nell’osservare lo spazio attorno, che condisce le descrizioni di aggettivazioni sinestetiche, con uso sapiente dell’accumulazione letteraria, pur senza mai risultare ridondante.
Lo scrittore osserva ed etichetta l’umanità circostante, ne studia profondamente le movenze e fattezze, si districa in una sorta di fisiognomica letteraria. I suoi scritti danno un’anima alla geografia, così i Monti della Versilia diventano “ridenti e foschi” e, al contrario, la tolgono agli umani, che sono “biondi come pannocchie”. La lunga strada di sabbia è un romanzo di viaggio dal registro musicale e sovente aulico, ammantato di metafore perfettamente calzanti, che immortalano l’immagine nella testa del lettore meglio di una fotografia.
Pasolini intercetta e canta le genti tutte, aristocrazie e plebaglie, nell’unico posto che forse le raccoglie insieme: il mare dell’estate. Perché, alla fine, il mare resta e resterà di tutti, poveri e ricchi, comuni e non comuni mortali.
Il libro in una citazione
«Un temporale, blu come la morte, acqua che si scatena. A Ostia è novembre. Il mare ha il colore di un brodo freddo.»
23 aprile 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA




