Il maestro del noir contemporaneo preannuncia cosa accadrà nelle Buone intenzioni, ultimo capitolo della trilogia che ha anche prefigurato la vicenda dei cacciatori di uomini nella Guerra dei Balcani prima che diventasse cronaca
Intervista di Enzo Palladini

In Spagna Las buenas intenciones è uscito il 21 gennaio ed è già un successo. In Italia dobbiamo aspettare ancora qualche settimana. La traduzione (Le buone intenzioni) di Pierpaolo Marchetti è pronta, ancora un ultimo editing e poi sarà pubblicata per i tipi di elliot. Si tratta del terzo e conclusivo capitolo della Trilogia del sicario senza nome di Víctor del Árbol, riconosciuto a livello internazionale come uno dei maestri del noir contemporaneo. I due libri precedenti sono Nessuno su questa terra e Il tempo delle belve. Prima della trilogia, del Árbol (un lungo passato nella polizia a Barcellona) si era fatto conoscere con il coinvolgente Il figlio del padre, nel quale oltre alla componente investigativa entravano in gioco i legami famigliari e soprattutto tanta storia della Spagna nell’ultimo secolo.
Víctor del Árbol, in attesa di avere tra le mani Le buone intenzioni, ci può dare qualche anticipazione?
La caratteristica che differenzia questo romanzo dai primi due ha a che fare con il sicario senza nome. Se nelle opere precedenti l’assassino aveva potere di vita e di morte sulla maggior parte della gente, in questo ultimo atto viene spogliato di tale potere. Lo trasformo in una vittima: ciò permette di conoscerlo nel suo aspetto più fragile, più umano. Diventa uno di noi.
Come ha accennato, è l’ultimo libro della Trilogia del sicario senza nome. Scopriremo chi è?
Scopriremo l’uomo, molto al di là dello stereotipo letterario. E… sì, a quel punto conosceremo la sua vera identità.



Come potranno vivere i suoi lettori senza la presenza dell’ispettore Julián Leal, che è morto alla fine del Tempo delle belve?
Julián è uno degli eroi moderni più amati, grazie a quello che rappresenta: la sua dignità, la sua umanità in un certo senso anche tragica, i suoi valori. Leal continua a vivere nel ricordo degli amici, soprattutto di Soria e Clara, che tentano di mantenerne vivi gli insegnamenti. Più che un uomo, Julián diventa un’idea, un faro nell’oscurità.
Com’è nata l’idea del sicario senza nome?
Il personaggio è basato su una persona reale che ho conosciuto in Messico. Ricordo la prima cosa che mi disse: avrei potuto utilizzare tutto quello che stavo raccontando, ma senza mai rendere noto il suo nome. Pensai che sarebbe stata una metafora perfetta: la violenza trasformata in business, in professione, senza un’identità concreta se non come riflesso di un modo di intendere la vita.
Lei saprà sicuramente che pochi mesi dopo la pubblicazione del Tempo delle belve, in Italia ha creato – giustamente – scandalo la vicenda dei personaggi facoltosi che pagavano per uccidere dei civili innocenti durante la Guerra dei Balcani. Com’è riuscito a raccontare questa storia nel suo romanzo prima che diventasse cronaca?
Era qualcosa di cui si parlava sottovoce alla fine degli anni Novanta. All’epoca io lavoravo ancora nella polizia e avevo colleghi nella Eufor (European Union Force vale a dire l’insieme delle forze civili e militari addette alle missioni di pace, ndr) che mi confermarono questi sussurri. Decisi di investigare per mio conto, recuperare alcuni testimoni anonimi, fare ricerche nei quotidiani, andare a fondo sulle reti del crimine organizzato che hanno operato nei Balcani in questi anni. Un documentario del regista Miran Zupanič mi ha dato le ultime dritte per creare la fiction. La mia intenzione era quella di riportare alla luce un’atrocità che era finita nel dimenticatoio. Sono molto felice che la Procura di Milano si sia messa al lavoro su questo crimine, anche se con trent’anni di ritardo.
Come ha deciso di diventare uno scrittore di noir?
Non l’ho mai deciso davvero. Mi sono sempre identificato con le vittime della Storia, con i perdenti che il sistema lascia ai margini, con l’ingiustizia di un mondo che a volte sembra un tritacarne. In maniera naturale, nel genere noir ho trovato l’ecosistema perfetto per tutte queste mie caratteristiche.
Quanto c’è del Víctor poliziotto all’interno della sua produzione letteraria?
Ci sono tante riflessioni sulla natura umana che ho imparato in prima persona durante quegli anni, la doppia morale del potere, la differenza tra giustizia e legge, la violenza contro i bambini, i maltrattamenti nei confronti delle donne. Tutto quello che scrivo si nutre di quei vent’anni che ho trascorso nella polizia.
Cosa le viene in mente quando legge un romanzo noir scritto da un autore che non ha mai lavorato nella polizia? Ci riferiamo al lessico, che è un punto di forza dei suoi libri.
In tutta onestà? C’è gente che scrive di polizia e poliziotti senza essersi mai avvicinata a un commissariato, che non si è mai sporcata le mani e che utilizza modelli importati delle serie televisive e dal cinema americano. Cercare la semplicità eccessiva in una realtà che, di suo, è più ricca e stimolante, anche se complessa, mi risulta un’operazione abbastanza deludente.
Quali sono i suoi punti di riferimento tra gli autori del genere noir?
Senza dubbio menzionerei Dennis Lehane. Mi incanta il trattamento emotivo dei conflitti cui i suoi personaggi devono sottostare. Poi Seichō Matsumoto, per l’eleganza che ha nello scrivere le cose più spaventose senza mai cadere nella banalità. Infine Pierre Lemaitre, per l’ingegnosità delle trame.
Uscendo dall’argomento noir, quali sono i suoi idoli letterari?
Albert Camus per la sincerità con cui sa raccontare temi molto complessi, William Faulkner per la profondità di vedute, John Steinbeck per la grande umanità.
Prima della trilogia, lei ha ottenuto un grande successo con Il figlio del padre, che è un’opera totalmente differente. Pensa che scriverà ancora su temi come i sentimenti e la famiglia?
Di sicuro. La parte più importante dell’identità di una persona sta nelle radici, la terra dell’infanzia, la famiglia, il passato. Sono temi cui la mia mente torna sempre.
Qual è stata l’influenza della famiglia nella sua formazione di scrittore e ovviamente anche di uomo?
Vengo da una famiglia estremamente povera però ricca di dignità, con l’orgoglio della classe lavoratrice, formata da gente che lotta senza mai abbandonare i suoi principi. Questi sono i valori che mi hanno trasmesso i miei genitori, i miei zii, i miei fratelli. Soprattutto devo a mia madre gratitudine per avere appoggiato il mio sogno di diventare scrittore fin da quando ero bambino. È stata lei a comprare, a costo di grandi sacrifici, i miei primi libri, i miei primi quaderni. Era lei a portarmi in biblioteca. Il premio più prestigioso che ho ricevuto non è nulla se comparato con l’orgoglio della mamma.
Le piace qualche scrittore italiano contemporaneo?
Mi ha molto colpito un libro, Anna, di Nicolò Ammaniti, per la sua delicatezza. Apprezzo molto le vicende del Commissario Ricciardi, del mio amico Maurizio de Giovanni, altro autore che ammiro molto. Sto scoprendo l’universo di Gianrico Carofiglio e mi piace anche Paolo Cognetti, sebbene non riesca ancora a leggerlo fluidamente in italiano.
Lei ha un rapporto molto intenso con l’Italia. Può raccontarci com’è nato?
Curiosamente, mi sono sempre piaciuti gli scritti di Pierpaolo Pasolini e Antonio Gramsci, ma anche Cesare Pavese. A casa, io e mio fratello adoravamo Franco Battiato e Lucio Dalla, ma ascoltavamo anche le opere di Giorgio Gaber. La vita ha voluto farmi un regalo e farmi sposare un’italiana, di Bari. Abbiamo una casetta nella zona di Ostuni, dove ho trovato il mio paradiso personale e dove trascorro una buona parte dell’anno, scrivendo. In più, l’Università Gabriele D’Annunzio mi ha nominato qualche mese fa membro onorario del senato accademico, ho anche una collaborazione con loro. Mi sento molto amato, anche la casa editrice elliot, che pubblica i miei libri, mi tratta benissimo. Non scartiamo l’ipotesi di trasferirci definitivamente dalla Spagna.
Parlando invece di radici, quanto si sente catalano nell’anima?
Sono accidentalmente catalano. Sono nato a Barcellona perché i miei genitori sono emigrati lì. Sono figlio di un incrocio di culture. La mia lingua madre è lo spagnolo, però mi piace molto parlare catalano perché amo la cultura e l’orgoglio del popolo catalano, il suo modo di vedere la vita. Ho il meglio di due mondi.
Può definire con un aggettivo il suo stile di scrittura?
Liberatorio.
Quanti mesi le servono per scrivere un libro?
Dipende dal lavoro investigativo che c’è dietro. Generalmente pubblico ogni due anni, più o meno. Alcuni libri, come Un millón de gotas (non tradotto in italiano, ndr) hanno richiesto cinque anni di scrittura. Altri, molto meno.
Ora che la conosciamo meglio come scrittore, ci dice che tipo di lettore è?
Mi piace farmi emozionare dai libri senza lasciarmi manipolare. Sono molto esigente con lo stile e ho bisogno di capire qual è il significato profondo della storia. Leggo molto, ma abbandono anche molti libri senza arrivare alla fine.
A questo proposito, ha un consiglio di lettura per gli amici di Let’s Book?
Visti i tempi che viviamo, consiglio a tutti L’americano tranquillo di Graham Greene. È un modello perfetto di romanzo contro la guerra senza la necessità di fare propaganda. Ogni frase è un pugno nello stomaco, i dialoghi sono molto intelligenti e i personaggi sono caratterizzati da sfumature che ci impediscono di giudicare senza conoscere. Un grande lavoro di uno dei migliori scrittori della sua generazione.
Conclusione meno letteraria e più rock, ma forse c’entra con la domanda precedente: Bruce Springsteen è ancora il suo idolo?
Ora più che mai, dopo che le ha… cantate a Donald Trump e ai suoi. Per me è l’ultimo eroe urbano rimasto.
17 aprile 2026
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