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Libri per chi ama davvero leggere

Gianfranco Di Fiore, Bauhaus è il romanzo che dà forma al mio contenuto umano

L’autore agropolese racconta illusioni e disillusioni di un quarantenne che emigra in Irlanda alla ricerca di una svolta personale in un’opera autobiografica e introspettiva scritta nell’arco di oltre sei anni

Intervista di Sonia Vaccaro

Gianfranco Di Fiore

Alcuni lo chiamano John, ma non è il suo vero nome e lui non fa una piega. È emigrato dal Sud Italia con il desiderio di cambiar vita, ma l’Irlanda non è proprio come si aspettava. Anche la famiglia di suo cugino Mauro, che lo ospita in una grande villa di Enniskerry, nella Contea di Wicklow, è ben diversa da come la immaginava. Il protagonista di Bauhaus, appassionato romanzo autobiografico dell’agropolese Gianfranco Di Fiore recentemente pubblicato da readerforblind, attraversa una grande crisi identitaria in pieno esilio. Prima si perde, ma poi inizia a ritrovarsi e a intravedere la via per ricominciare, soprattutto grazie alla pratica della scrittura, unica forma di resistenza possibile. Per raccontare questa storia di formazione tardiva Di Fiore, già candidato al Premio Strega da Marcello Fois e Diego De Silva con Quando sarai nel vento (66thand2nd, 2018) e da Valeria Parrella con L’amore inutile (Wojtek Edizioni, 2023), ricorre a una prosa lirica e a scelte linguistiche chirurgiche, particolarmente efficaci nel restituire emozioni e inquietudini.

La copertina del libro "Bauhaus" di Gianfranco Di Fiore (readerforblind)

Bauhaus
Autore: Gianfranco Di Fiore
Editore: readerforblind
Anno edizione: 2026
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 572
ASCOLTA LA PLAYLIST ISPIRATA AL LIBRO

Consigliato a chi ritiene fondamentale posare uno sguardo indagatore su se stesso e la realtà circostante per ritrovarsi.



Gianfranco Di Fiore, il protagonista del suo Bauhaus è un quarantenne disoccupato in piena confusione identitaria, ben lontano dai concetti di essenzialità e funzionalità cui si rifaceva l’omonimo movimento artistico e architettonico che dà il titolo al romanzo. Com’è maturata l’idea di questo stratagemma narrativo che crea una tensione costante tra contenuto e forma del racconto?
Sono uno scrittore che lavora tantissimo alla stesura dei propri libri. Avendo una formazione cinematografica, ho sempre dedicato molto tempo alla struttura del racconto: se è vero che in media impiego dai sei ai sette anni per scrivere un romanzo, almeno due occupano tutta la parte di ideazione (o se vogliamo preproduttiva). Vuol dire che scaletto un romanzo come se fosse un film, scena per scena, annotando tutta una serie di dati che riguardano gli ambienti, i colori, la musica, anche gli oggetti… e solo dopo aver generato la storia sotto forma di tracce e segmenti sono pronto per sviluppare in stesura l’intero libro. Ma prima di cominciare ho necessariamente bisogno di un titolo, che per me non è mai orpello né strategia né segno intercambiabile, anzi. Il titolo per me è una sorta di monade che tutto percepisce e contiene: il titolo per me è il libro, per intero. Con Bauhaus è stato diverso dal solito perché non avevo alcuna intenzione di scrivere questo romanzo, e mai avrei pensato a qualcosa di autobiografico. Partito per l’Irlanda avevo tutti altri progetti, di vita e di lavoro, e avevo già un romanzo a cui lavorare, e che ora è fermo da qualche anno proprio per la sua complessità. Il viaggio serviva anche a continuare quella stesura parziale ma, come spesso mi accade, ho sentito che da quell’esperienza in Irlanda ne sarei uscito spezzato, perso, profondamente cambiato e allora forse l’unica via di salvezza era sublimare (o traslare) tutto in letteratura. Ma poi è sorto il vero problema: come facevo a scrivere un libro se non avevo un titolo? E allora ricordo la prima notte, chiuso in mansarda, senza dormire, pensando a come iniziare la stesura di un testo totalmente privo di struttura, di plot, di trama, di appunti, e in che modo dare forma a quel sentore, dove trovare la struttura essenziale della storia, come rendere tutti i miei dubbi funzionali a un romanzo. In quel momento mi sentivo un uomo vuoto, omologato a tanti esseri persi nel mondo, un oggetto senza particolari qualità, un ente per nulla artistico, un essere e un semplice ingranaggio replicabile. Dovevo costruire la mia casa, il mio nuovo abitare, dare forma al mio contenuto umano e viceversa, contenere la mia forma di uomo in un romanzo. Bauhaus allora era perfetto (come titolo, come monade sintetizzatrice).

Quella che ci racconta in Bauhaus può definirsi una tipica storia di emigrazione contemporanea, con illusioni e disillusioni annesse e connesse?
Non voglio citare Lev Tolstoj, eppure in qualche modo se tutti gli immigrati sono persone infelici che lasciano il loro territorio, la propria casa natìa, allora di certo in qualcosa si assomigliano: le frustrazioni, le insoddisfazioni, la mancanza di lavoro (e quindi di denaro), l’incapacità di trovare soluzioni, il coraggio cieco della disperazione, la solitudine sentimentale, l’essere nati in una famiglia proletaria, tutto questo accomuna di certo la maggior parte degli immigrati contemporanei. Ma poi c’è la dimensione profondamente individuale, la storia personale: ho avuto diverse esperienze di lavoro all’estero, anche felici, ho viaggiato molto, ho fatto lavori diversi, spesso interessanti. L’estero per me non era mai stato un confine, un limite, ma una soglia, una membrana da voler superare volontariamente, quasi un elemento connaturato alla mia biologia (soprattutto di essere pensante). Ma questo viaggio in Irlanda, invece, nascondeva delle fratture e dei dolori che erano diversi, un’insoddisfazione soprattutto intellettuale (anche se forse dovrei dire editoriale). Essendo svanite il giorno stesso del mio arrivo sia le tante illusioni che le annesse disillusioni legate ai libri (sostituite dalla rabbia), credo che qualcosa di particolare si sia insinuato in questo viaggio e lo abbia poi reso atipico, rispetto ad altre emigrazioni: e forse è stato proprio Bauhaus quel qualcosa.

Quando il protagonista di Bauhaus è in Irlanda, è lontano dagli affetti più cari, ma sembra anche molto lontano da chi vorrebbe diventare. Un perfetto esempio di come sradicamento e crisi identitaria possano alimentarsi reciprocamente. Come se ne esce?
Il tema è di per sé filosofico, nel senso più nobile possibile. Quando capisci che le opzioni consuete sono solo due – e cioè lasciarsi trasportare totalmente dalle illusioni, e quindi vivere una vita sradicata dal reale, in bilico tra esaltazione immotivata e rifiuto di ogni effettiva contingenza (rasentando la schizofrenia), oppure naufragare in preda alla disillusione più cupa, perdendo di vista ogni obiettivo o stimolo concreto (sprofondando nella depressione) – e realizzi che non ci sono alternative a questi due sentieri pericolosi, devi necessariamente crearti tu una terza via, che riguarda in modo radicale la conoscenza di te stesso: cosa senti davvero di essere, cosa vuoi, cosa è importante per te. Devi definire la tua essenza profonda (per dirla con Aristotele), e in questo lo studio della filosofia mi ha letteralmente salvato, e credo mi abbia salvato sempre. Quello che dà un senso ai miei giorni, che più di ogni cosa definisce da sempre la mia esistenza è lo studio, la conoscenza, il vivere dentro le maglie infinite e vastissime della cultura. Insegnare, quindi, e scrivere ogni tanto libri, leggendo tantissimo, erano tutto quello che poteva farmi stare bene e rimettermi in equilibrio. Ed è quello che faccio.

La difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo scaturisce talvolta dalla difficoltà di trovare un posto di lavoro, soprattutto quello dei propri sogni. Forse il suo quarantenne non sta bene con se stesso perché non si vuole arrendere. Fino a che punto è giusto lottare?
Credo che, purtroppo, da almeno due secoli il lavoro sia diventato il parametro definitivo per giudicare le persone. All’interno di un sistema (dis)umano a forte vocazione capitalistica non c’è un’altra variabile in grado di marcare le funzioni (e spesso le finzioni) degli uomini per poterne tracciare i grafici di significanza, di rispettabilità e relazione. Siamo pertanto obbligati a rincorrere il lavoro, nostro malgrado, senza di esso non possiamo appartenere al sistema mondo, la nostra funzione è nulla. E allora credo sia giusto lottare finché se ne abbia la forza, come contro una malattia, un dolore, una menomazione dello spirito: se non abbiamo più la forza (emotiva, psichica, fisica) di lottare contro certi mostri allora diventa naturale, oltre che comprensibile, mollare la presa.

La famiglia disfunzionale che accoglie (e respinge) il protagonista è un vero sistema di coercizione, basato su regole maniacali e totalmente privo di affettività. Perché ha deciso di raccontare una famiglia di questo tipo?
Ci sono cose che non si possono prevedere né decidere. Se da una parte è vero che non avevo mai pensato a questo romanzo né mai avrei potuto scegliere di lavorare a un libro autobiografico (o di autofiction, se vogliamo – per me tutti i libri sono fiction e autofiction insieme, sempre!), dall’altra parte è anche vero che nei romanzi che scrivo spesso le disfunzionalità famigliare e sociale sono fortemente presenti. Mi ricordo una lunga chiacchierata con Giulio Mozzi riguardo al mio romanzo d’esordio, La notte dei petali bianchi, e Giulio fu il primo – lavorando con me all’editing di quel libro – a pensare che vi avessi volutamente studiato e introdotto alcune parti che si rifacevano a una particolare scuola di psicanalisi, mentre a me era venuto naturale scriverne e approfondire alcuni temi e problemi di natura psicologica, senza esserne studioso o esperto. Con Bauhaus credo che si siano incrociati in modo doloroso e inaspettato le contingenze fattuali e i miei studi in materia di psicologia, sociologia, antropologia, che a un certo punto sono diventati non solo parte del mio lavoro di docente ma anche una lente necessaria per capire, o almeno provare a farlo, il mondo e la gente che mi circonda (fenomeni annessi).

Il protagonista preferisce osservare piuttosto che agire, anche quando assiste ad atroci atti di violenza psicologica e fisica perpetrati verso i bambini più piccoli della famiglia che lo ospita. Una caratteristica che potrebbe renderlo inviso al lettore. Perché questa scelta?
La motivazione è duplice. Per carattere, se dovessi ogni volta che mi ritrovo in situazioni di violenza o soprusi intervenire nel momento del dolo, rischierei di fare danni seri. Non riesco a gestire la rabbia dinanzi a certe ingiustizie, e siccome conosco i miei limiti e i miei difetti, nel tempo ho capito che per non peggiorare la situazione o creare danni ulteriori è meglio stare in disparte (ovviamente se la situazione non è particolarmente grave o pericolosa). Ma nel caso specifico della famiglia di Bauhaus, nelle relazioni tra genitori e figli (per quello che tutta una parte della letteratura scientifica in campo pedagogico e psicologico ci dice) bisogna stare molto attenti alle parole, ai gesti, alle azioni, alle decisioni che si possono prendere soprattutto nei momenti di crisi o di violenza, poiché agli occhi dei bambini/figli una figura terza, fuori dal nucleo famigliare, potrebbe alterare o compromettere la relazione stessa tra genitori e figli. Ne è un esempio assai noto, che da tempo occupa i tg, la famiglia del bosco.

Molti dei luoghi di Bauhaus colpiscono per la sporcizia. Quale significato possiamo attribuirle?
Ci sono tante cose in Bauhaus che colpiscono e lasciano perplesso il lettore. Ciò che ho scritto è ciò che ho visto, non importa quale sia il grado di verità tradotto in scrittura, a volte magari si ridimensiona, altre volte si può colorare o evidenziare una tonalità o un aspetto, ma resta il fatto che forse la domanda potrebbe essere rivolta a tanti scrittori contemporanei, irlandesi, giovani e non solo, che raccontano quell’isola in modo diverso, nei quali libri non si trovano le atmosfere e i reflui (materiali e sociali) di Bauhaus. Non so perché, se è una scelta o se semplicemente vediamo – o abbiamo visto – cose diverse. Posso solo dire che per me non si tratta di dare un significato quanto più di dare una connotazione precisa, vera, concreta e puntuale di una realtà, di un Paese che viene raccontato in modo diverso, da altri. E forse ciò rende Bauhaus un romanzo ancora più unico, e importante.

Il suo emigrato soffre la solitudine, ma spesso la cerca. Quando è giusto cercarla?
Io sono un solitario per natura, anche se ho vissuto da sempre nel mondo, nei mondi dei miei amici o compagni di calcio e di tennis o colleghi di lavoro. Da uomo del Sud ho respirato la strada sin da piccolissimo, a casa ci stavo molto poco, ma nello stare tra la gente e nel caos del mondo ho capito che ritagliare uno spazio invalicabile, solo mio, anche nei sentimenti e nella emotività era necessario, vitale. Nel tempo sono diventato ancor di più solitario, oggi non frequento più persone, se non pochissime, e raramente partecipo a eventi legati ai libri. Credo che c’entri molto il rapporto con la verità: non sopporto le recite, la falsità, l’essere sempre in scena, straparlare perché qualcuno possa notarmi e quindi sentirmi partecipe. Preferisco il silenzio, che per me è isolamento e non solitudine.

Veniamo alle donne del romanzo. Le più lontane – come l’amata Lodovica, sua madre e le sue sorelle – sembrano un po’ idealizzate; le più vicine, come Gema e Tamara, appaiono quantomeno poco volitive; altre, come la padrona della casa in cui il protagonista vive, sono molto problematiche. Cos’è la donna per lui?
Credo che la Donna – e ci metterei l’iniziale maiuscola – come archetipo o idea sia il fenomeno più difficile da poter descrivere: troppo vasto il suo mondo interiore, troppo forte la sua luce, troppo perturbante la sua bellezza; forse ciò che un uomo può fare è provare a vivere questo tumulto splendido che è la Donna, lasciandosi attraversare totalmente dalla sua vertigine, che è al tempo stesso vita e dannazione. Nel libro essenzialmente viene fuori quanto la distanza sia spesso la superficie reale del sentimento, l’area che racchiude il nostro tumulto emotivo, pertanto più è vasta questa superficie più diventa vasto e doloroso il sentimento che ci lega alle persone, in questo caso alle donne lontane. L’esempio di Lodovica è emblematico, si tratta di vero Amore, non di un’idea, non di un artificio letterario. Ci tengo a dire che non sono idealizzate le donne lontane, ma rappresentano precisamente ciò che in quel momento il protagonista sentiva. L’amore poi è come una malattia della vista, rende tutto sfocato, incerto, nebuloso, riesci a vedere e a realizzare bene (oggetti, persone e sentimenti) soltanto quando ti allontani dal paesaggio e tutto, come per magia, diventa nitido e ben definito: autentico.

Lo sguardo del protagonista si posa sul verde e chiaroscurale paesaggio d’Irlanda in modo pressoché ossessivo e le riflessioni che ne derivano sono spesso indice di straniamento. Qual è l’esatta funzione narrativa del paesaggio nel suo romanzo?
I paesaggi, gli spazi, le case, le stanze, le strade, qualsiasi ambiente nei miei romanzi è un vero e proprio personaggio, forse il principale protagonista delle storie che racconto. Credo che noi siamo decisamente forgiati e condizionati dall’ambiente in cui viviamo, dove cresciamo, le idee e gli atteggiamenti e il modo di vestire e parlare, tutto è condizionato dal contesto (anche qui la risposta meriterebbe ampie divagazioni in ambito psicosociale-antropologico!). Credo che potrei fare a meno addirittura dei personaggi, in un romanzo, ma sarebbe impossibile scrivere un libro senza un’ambientazione precisa, luoghi definiti, oggetti e colori e forme che riempiono le nostre vite, e quelle dei personaggi, più di quanto siamo disposti ad ammettere. C’è una potenza enorme (non solo narrativa e letteraria) nella materia, e mi fa strano che una mente eccelsa come quella di Cartesio non se ne fosse accorta.

L’Irlanda ha dato i natali ad autori che, dopo avervi ambientato molte opere, hanno lasciato il segno nella storia della letteratura mondiale. Perché il suo protagonista scrittore fa tanta fatica a trovarvi l’ispirazione?
Io penso sia esattamente l’opposto, e le mie risposte precedenti lo dimostrano. Se ho deciso di scrivere un libro così denso e pieno e importante, lavorandoci oltre sei anni, dopo essere arrivato in Irlanda, vuol dire che non solo la mia necessità emotiva ed estetica me lo chiedeva ma anche i luoghi, quel mondo, quell’isola, quei colori e odori si sono imposti con estrema forza, sin da subito, alla mia ispirazione. Per quello, dicevo prima, non so come mai tanti altri miei colleghi irlandesi ne hanno parlato e scritto in modo molto diverso. Non c’è stata alcuna rivalsa né esagerazione né travisamento della realtà (irlandese). Ciò che ho scritto in Bauhaus è essenzialmente ciò che ho visto, il residuo di ciò che in me è rimasto da quel viaggio.

Dunque quanto c’è di effettivamente autobiografico in Bauhaus?
A poter semplificare, potrei dire “tutto e niente”, e in parte è così. Cito a tal proposito un caposaldo della filosofia del Novecento, Differenza e ripetizione di Gilles Deleuze, che definiva lo studio dell’apprendimento come una soglia tra l’inconoscibile e il conoscibile, una dialettica giocata tra il problema e la sua soluzione: da una parte l’idea (del vivere) e dall’altra l’esperienza (da vivere). Se penso a Bauhaus come a un’idea di letteratura e alla mia vita come l’esperienza concreta che fa da sfondo al romanzo, allora, per mutuare Deleuze, per il mio libro posso dire che la differenza è la ripetizione: è una storia differente dalla mia vita, ma ne è al tempo stesso una ripetizione, un duplicato fedele.

C’è chi ha definito il suo romanzo ambizioso. Nelle prime pagine chiede sicuramente un considerevole atto di fiducia al lettore comune. Come ha cercato di ripagarlo?
Lo dicono spesso, in tanti, dei miei romanzi: sono sempre libri ambiziosi i miei. Ho smesso da tempo di chiedermi il perché, di cercare una spiegazione per tale aggettivo. Credo di essere molto diverso e di voler fermamente, e con cognizione, restare lontano da una determinata produzione editoriale (che solo in rarissimi casi sa essere davvero letteraria, di valore). Credo che il mio essere scrittore non omologabile, non catalogabile (tanto è vero che faccio molta fatica a rientrare in qualche catalogo, a trovare un editore disposto a pubblicare i miei libri), questo mio rimanere acceso e imperturbabile nella mia forma sia il modo migliore con cui io possa ripagare il lettore.

Il lungo monologo interiore di Bauhaus ricorre a un periodare di ampio respiro, caratterizzato da scelte lessicali molto precise e la prosa si fa spesso lirica. A quante revisioni ha sottoposto il testo per ottenere questo risultato? Quali sono stati i passaggi più impegnativi?
Per Bauhaus ho lavorato in modo forzatamente diverso, non per mia volontà, rispetto agli altri libri. Di solito durante gli anni sottopongo il testo a tantissime revisioni, aggiunte, sottrazioni, a volte ho scritto scene o sequenze molto belle, poi diventate essenziali o emblematiche, all’ultimo momento, senza mai averci pensato prima. Con Bauhaus invece è stato l’opposto: la prima stesura l’ho messa giù in solo due mesi, sul campo, lavorando di notte (cosa inusuale per me), ma poi per sei anni ho continuamente rivisto e corretto, limato, riscritto, ma senza dover mai aggiungere o togliere. Sono state davvero tantissime le stesure cui ho lavorato prima di pubblicare il libro, ma fondamentalmente è rimasto lo stesso, stessa struttura, stessi capitoli, dopo un estenuante lavoro di revisione e modellamento. La cosa più impegnativa è stata dare un corpo e una definizione precisa al racconto senza poter o voler mai cambiarne le scene, gli ambienti, i personaggi, le dinamiche: cambiare tutto, tanto, per non cambiare nulla.

Dopo pagine in cui predomina la profondità delle riflessioni del protagonista, Bauhaus arriva a soffermarsi, in modo piuttosto inaspettato, sui bisogni corporali dei personaggi in passaggi che cambiano quantomeno registro. È questa la vita vera che si fa letteratura?
Non so se sono in grado di rispondere a questa domanda, essendo molto difficile e complessa. In parte credo sia vero, la letteratura accade nel momento in cui la vita e la forma si attraversano, si plasmano, si infettano, facendo sì che niente più sia come prima: con le parole noi giochiamo a fare Dio, a essere come lui, creiamo mondi, diamo vita, indirizziamo i destini, e questo meccanismo necessariamente ci trascina oltre la vita. Come sosteneva Aristotele, diventiamo Dio per amore, ci mettiamo in movimento per attrazione verso l’oggetto amato, in questo caso la letteratura. Però poi penso al fatto che noi indichiamo con la parola corpo anche il carattere con cui scriviamo, e allora c’è qualcosa di profondamente organico nelle parole, nella scrittura, che travasa nella vita o dalla vita.

Di letteratura in Bauhaus ce n’è comunque molta. Nella biblioteca personale di John compaiono libri di Jack Kerouac, Sándor Márai, Peter Handke, José Saramago, Virginia Woolf. Se potesse decidere di acquisire una peculiarità di ciascuno di questi scrittori, quale sceglierebbe?
Di Kerouac sicuramente la poesia della sua dissoluzione, la capacità di essere randagio in una dimensione del tutto sacra, fragile e ancestrale. Nessun altro autore è capace di tenere insieme abisso e stelle come lui. Di Márai credo il coraggio, la perseveranza, l’ostinazione di andare contro la Storia e al tempo stesso raccontarla con estrema eleganza. Handke è un po’ il mio Platone letterario, c’è solo lui in quell’Iperuranio di grandezza dove le parole assumono una forma ideale e perfetta; a lui ho già rubato l’ostinazione di scrivere, sempre e comunque, quello che mi pare, fuori da ogni logica commerciale o di mercato o lettore potenziale. Invece a Saramago ruberei la capacità di essere surreale e ironico insieme, mentre racconta di temi e personaggi altamente tragici e dolenti. Di Woolf ammiro tantissimo il senso della frase, la precisione con cui riesce a definire con perfezione assoluta qualsiasi moto dell’anima o gesto o situazione: la maniacalità del dettaglio.

La scrittura, si legge in Bauhaus, è la vera casa. Come può diventarlo?
Non credo che lo possa diventare, semplicemente ci nasci all’interno, la abiti da sempre, non te ne puoi separare se non con la morte, e forse anche con essa diventa impossibile, visto che resteranno in vita le tue opere, eternamente. Poi c’è chi pensa, e lo pensano/sognano in tanti, che la scrittura diventa casa quando vendi tanti libri, incassi tanti soldi, diventi un autore famoso e allora con la scrittura ti puoi comprare una casa. Io ho capito in fretta quanto non mi interessavano certi discorsi/pensieri intorno alla scrittura. So che i miei lettori trovano nei miei libri una casa sempre diversa, solida, dalle fondamenta poderose, ciò vale più di tutto.

Quale libro consiglierebbe di leggere dopo Bauhaus per far acquisire un punto di vista complementare sugli stessi temi?
Potrei citare diversi titoli, che ho amato, che mi hanno forgiato e aiutato, da Il mio anno nella baia di nessuno di Peter Handke a O Lost di Thomas Wolfe, da Libro di memorie di Péter Nádas alla saga di Karl Ove Knausgård, La mia battaglia. Ma voglio menzionare due libri molto poco conosciuti, e diversi dai precedenti: uno è Veloce come la notte di Jonathan Ames, sempre un romanzo autobiografico, e anche l’altro (scritto da un grande musicista) Rock, amore, morte e follia di Mark Oliver Everett.

9 aprile 2026
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