In piena guerra fredda l’americana Joan Samson scrive un romanzo che, soffermandosi sulla “paura per lo straniero”, risente del clima sociale dell’epoca e che, evidenziando il conflitto tra politica ed economia, anticipa i tempi che stiamo ancora vivendo
di Sabrina Colombo

Il banditore
Autrice: Joan Samson
Traduttore: Christian Pastore
Editore: Neri Pozza
Anno edizione italiana: 2026
Anno prima edizione: 1975 (Stati Uniti)
Genere: Horror & Gotico
Pagine: 334
Note: Prefazione di Paola Barbato
Consigliato agli appassionati di thriller e rural horror.
I coniugi John e Mim Moore, la figlioletta Hildie e l’anziana madre di John (Ma’) vivono a Harlowe, nel New Hampshire, da diverse generazioni, occupandosi di agricoltura e allevamento. La proprietà è ottimamente posizionata su un declivio che affaccia su un piccolo lago, contornato da pascoli e foreste di conifere. Harlowe è un paradiso terrestre, dove la gente ha bisogno di poco per essere felice: non lontana da Boston, è meta di turismo stagionale da parte di coloro che – siamo presumibilmente negli anni Settanta – intendono immergersi in un’oasi di natura e tradizioni della “vecchia America”.
La pace viene turbata dall’arrivo di Perly Dunsmore, un predicatore e banditore d’aste che dice di avere girato il mondo maturando l’idea che la vita di campagna sia la migliore possibile, sotto ogni punto di vista. Il New England, secondo Dunsmore, è il luogo perfetto in cui crescere e prosperare in armonia: è la culla dello spirito dei pionieri che, con coraggio, hanno eretto le prime dimore sul suolo americano.
Dunsmore è anche molto attivo nel sociale, attraverso donazioni cospicue si costruisce la fama di filantropo e si guadagna il favore e la stima dei più ingenui. Dapprima convince gli abitanti a cedere alcuni ferrivecchi, oggetti di scarto e paccottiglia varia, con l’intenzione di rivenderli nel corso di aste di beneficenza il cui ricavato sarà destinato ad ampliare l’organico della polizia locale: quello della sicurezza – secondo Dunsmore – è un problema estremamente sentito al di fuori di Harlowe e in centri urbani limitrofi la popolazione si sta organizzando per combattere la criminalità, fenomeno sempre più pervasivo.
Tuttavia, le richieste di Dunsmore – con il passare delle settimane – si fanno pressanti: ogni giovedì il banditore e i suoi uomini sollecitano surrettiziamente nuove donazioni, e i più – intimoriti dai suoi modi, dalle mezze frasi che si lascia sfuggire – consegnano non solo oggetti inutilizzati ma anche arredi, abbigliamento, mezzi agricoli, armi, attrezzi, fino a privarsi del minino per la sussistenza autonoma.
La situazione sfugge di mano alla famiglia Moore: la paura di ritorsioni la induce a sottostare alle pretese di Dunsmore che – nel frattempo – si sta organizzando per dare corpo a un progetto che coinvolge l’intera cittadina, ai limiti dell’illecito. Nell’arco di qualche mese gli abitanti di Harlowe si vedono privati non solo dei beni personali ma anche della libertà stessa di muoversi, decidere, autodeterminarsi.
Il banditore di Joan Samson avvince fin dalle prime pagine: il climax è un crescendo di piccole trascurabili scoperte sulle reali intenzioni di quest’uomo apparso dal nulla, demagogo e populista, abile nella manipolazione mentale. Dunsmore è chiaramente ben più di un personaggio nato dalla fantasia dell’autrice, è l’epitome dell’affarista privo di scrupoli morali, corruttore e corrotto, affabulatore e seducente pifferaio magico che sa toccare i tasti giusti per sollecitare la massa a seguirlo e sostenerlo, nella convinzione che garantirà benessere, sicurezza, opportunità di lavoro e – in ultima analisi – il diritto alla felicità.
Samson – con una prosa trascinante, lucida, efficace – suggerisce scenari apocalittici senza mai evocarli direttamente.
Il romanzo risente del clima culturale degli anni in cui è stato pubblicato: siamo in piena guerra fredda, è ancora viva l’onda lunga del Maccartismo, in molti è stata instillata la paura per “lo straniero”, il dubbio che forze esterne stiano complottando per abbattere il baluardo della libertà rappresentato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di estendere a Ovest la sfera di influenza del gigante sovietico.
Samson non si pone su di un piano di superiorità morale: non giudica i suoi personaggi, ma riflette con il lettore e si domanda fino a che punto si possa rinunciare alla propria autonomia per delegare allo Stato la tutela della collettività. Nondimeno, l’autrice pone il focus sul tema del conflitto di interesse tra politica ed economia, sugli indebiti intrecci tra malavita e istituzioni e sulle distorsioni che ne derivano ai danni dei più emarginati.
Il banditore è un romanzo in anticipo sui tempi, non possono non evidenziarsi numerosi punti di contatto con la condizione delle odierne società occidentali, afflitte da populismi e nazionalismi che possono degenerare nell’autocrazia e nel culto carismatico della personalità: ci interroga sul limite superato il quale la democrazia diventa un totem privo di sostanza, un’idea astratta svuotata di concreta applicazione.
Joan Samson (1937-1976), nata in Pennsylvania, si è laureata presso l’University of Chicago nel 1959 e successivamente presso la Tufts University nel 1969; ha insegnato a Chicago, Newton e Londra. Ha scritto quest’unico romanzo, pubblicato pochi mesi prima della sua prematura morte.
Il libro in una citazione
«Siamo pur sempre in America. Non possono. Esistono dei limiti.»
30 marzo 2026
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