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Libri per chi ama davvero leggere

Alberto Rudellat, l’horror come lente d’ingrandimento sul mondo e sulla solitudine

Nel nuovo romanzo corale Nella carne/Nella pietra l’autore nuorese racconta cicatrici e assenze create da una perdita improvvisa

Intervista di Sabrina Colombo

Nella carne/Nella pietra è il nuovo romanzo horror del nuorese Alberto Rudellat, pubblicato da zona42. Protagonista è il borgo di Roccalama, un luogo di fantasia, abitato da personaggi ambigui e disturbati, intrappolati nei loro traumi infantili, legati a doppio filo a un territorio desolato e desolante, da cui non riescono a fuggire. È anche un romanzo che parla di solitudine esistenziale, di misteriose sparizioni, di legami ancestrali che sopravvivono alla morte. In uno scenario in cui spazio e tempo cambiano continuamente fisionomia, si muovono su piani differenti uomini e donne intrappolati nelle proprie idiosincrasie. E un misterioso “signore degli orologi” domina su tutto e tutti, scandendo i momenti topici della narrazione come un burattinaio o un pifferaio magico…

Alberto Rudellat, Nella carne/Nella pietra è un romanzo corale, composto da numerose voci. La vicenda ruota attorno a Roccalama, un borgo sperduto, aggrappato alla montagna, lontano dalla pulsante vita di città, abbruttito dal degrado edilizio. Come mai ha scelto questa ambientazione?
Roccalama è il vero protagonista del libro. I personaggi si muovono tra le sue strade e i suoi vicoli, vivono nelle sue case, ma è il luogo a essere al centro di tutto, il motore di tutta la storia. La narrazione ricostruisce la sua storia e la sua geografia nel corso degli anni. Volevo confrontarmi con il tema del “paese maledetto” – un archetipo del genere horror – e volevo un’ambientazione che fosse tipicamente italiana. L’ispirazione reale è un borgo in Sardegna che ha avuto una storia simile a quella che racconto: è stato travolto da un’alluvione, abbandonato e poi ricostruito qualche centinaio di metri più in alto. Io ci ho aggiunto degli elementi che potessero essere riconoscibili nel corso dei diversi racconti, che potessero costituire dei fili di collegamento tra le diverse trame. E tutto l’orrore di cui sono stato capace.

Il tempo non scorre alla stessa velocità per tutti gli abitanti di Roccalama. Alcuni sono intrappolati nel passato traumatico in cui hanno visto scomparire persone a loro care, in modo inspiegabile. Cosa li trattiene lì?
Roccalama è un’enorme ragnatela che attrae e trattiene chi la attraversa e la abita. Intrappola i suoi abitanti in un presente sempre uguale, in un incubo denso e sospeso nel tempo, proprio come un trauma che non è stato superato. Alla fine, anche chi se ne va è quasi costretto a tornare, perché c’è ancora qualcosa in sospeso, di non risolto. Perché Roccalama ha sempre fame e reclama vite.

La copertina del libro "Nella carne/nella pietra" di Alberto Rudellat (zona 42)

Nella carne/Nella pietra
Autore: Alberto Rudellat
Editore: zona42
Anno edizione: 2026
Genere: Horror
Pagine: 190

Consigliato agli appassionati di narrativa horror, in particolare al sottogenere del folk horror, in cui si prediligono ambientazioni rurali che amplificano il senso d’isolamento di protagonisti travolti dalla sensazione di vulnerabilità.

Il borgo, dopo un crollo improvviso, è stato ricostruito poco distante, ma il “paese vecchio” – definito dagli abitanti “l’Orrido” – richiama come una sirena i protagonisti. Cosa li affascina di quel luogo ormai inabitabile?
Quello del doppio è uno dei temi che tornano spesso nel libro. E anche il paese stesso ha il suo doppio: il borgo vecchio, sepolto da una frana dopo un’alluvione, sul quale il paese nuovo si affaccia e si specchia. L’Orrido è la voragine generata dal crollo, che separa il passato dal presente. I personaggi sono attratti proprio da questo passato che è ancora presente, da un luogo che dovrebbe essere morto e invece pulsa ancora, a suo modo.

Tutto ruota attorno a una Fabbrica di orologi e al suo proprietario, figura alquanto enigmatica. È un subdolo manipolatore di coscienze?
La Fabbrica di orologi è una presenza incombente. Un edificio di mattoni che domina il paese dall’alto. È uno dei tanti luoghi liminali di questo paese maledetto. Con il ticchettio incessante e asincrono delle centinaia di orologi simboleggia il tempo che passa in maniera diversa per ogni personaggio, perché ognuno affronta a modo suo – e con i suoi tempi, appunto – i propri lutti e i propri traumi. Il padrone della Fabbrica è un personaggio ambiguo: per metà burattino e per metà burattinaio. Manipola, ma è anche manipolato, perché anche lui è poco più di una comparsa in un mondo popolato da creature più grandi e più antiche.

Chi o cosa si nasconde dietro la scelta di far costruire il nuovo complesso residenziale chiamato “le case di cartone”?
Le case di cartone sono un altro dei luoghi liminali di cui Roccalama è piena. Tre torri di cemento, un’assurda architettura brutalista, fuori contesto in un paese così piccolo. Stranianti per chi le vede e per chi le abita. Rappresentano un posto che attrae e respinge al tempo stesso. Nel corso dei sessant’anni in cui si svolge la storia cambiano, si modificano, e fanno da sfondo a vite e vicende di diversi personaggi. Senza svelare troppo, al loro interno si apre un varco, uno squarcio su una realtà alternativa abitata da orrori, che talvolta riescono a filtrare nel nostro mondo.

Un elemento ricorrente è quello del labirinto, corridoi che si moltiplicano e su cui affacciano porte che conducono ad altrettanti corridoi: alcuni personaggi sono intrappolati in un “non luogo” da cui non possono scappare. Cosa o chi sperano di raggiungere?
Quando ho iniziato a scrivere Nella carne/Nella pietra una delle idee da cui sono partito era quella di contaminare il folklore tradizionale, di cui il nostro Paese è pieno, con un folklore più moderno, digitale: in particolare quello legato alle backroom. Una dimensione parallela fatta di spazi vuoti, di corridoi sterminati e labirintici, completamente spogliata di presenze umane. Non ci sono posti dove andare o dove fuggire: c’è soltanto un eterno vagare, un perdersi senza fine. Dopo aver visto le nostre città deserte durante la pandemia del Covid è diventato un incubo che in qualche modo ci è familiare. E per questo è così disturbante. È un tema che trovo molto affascinante, e non credo di essere il solo.

Definirebbe la sua scrittura “metaforica”?
Non so se lo sia la mia scrittura. Sicuramente lo è questo libro. Il tema di fondo è quello dell’assenza. Lo straniamento che si prova quando una persona scompare all’improvviso dalla nostra vita. È un libro che racconta delle cicatrici che lascia una perdita. Di quello che il tempo cancella e di quello che resta. Delle assenze che ancora abitano le nostre stanze.

La totale assenza di riferimenti spaziali e temporali destabilizza il lettore. Perché ha fatto questa scelta – rischiosa e indubbiamente coraggiosa – evitando qualunque connotazione in grado di collocare il racconto?
La storia si snoda nel corso di sessant’anni circa: dal crollo che ha cancellato il borgo vecchio al presente. I riferimenti temporali ad anni precisi sono pochi (un calendario appeso al muro, l’anno di apertura della Fabbrica di orologi). Nella gran parte dei casi è il mutamento del paesaggio a far capire a grandi linee in che periodo è ambientata la singola storia (le case di cartone, la casa del prete). Mi piaceva l’idea che fosse il lettore a dover ricostruire e collocare lo svolgersi degli avvenimenti. So che può essere faticoso tenere insieme tutti i fili, ma penso sia un’esperienza più “immersiva”, che contribuisce a far entrare il lettore in questo mondo distorto e labirintico.

I personaggi soffrono tutti di un qualche tipo di disagio, di mancanza, di carenza. Perché non riescono a intessere tra loro delle relazioni umane significative?
Perché Roccalama non è una comunità. È un paese soffocato dai propri segreti. Ogni personaggio deve fronteggiare i suoi traumi, le sue assenze. Ogni corpo, ogni luogo è segnato da cicatrici. Non c’è spazio per la condivisione. Ognuno è solo davanti all’orrore.

La scrittura (e, con essa, la lettura) può essere terapeutica?
Per me lo è. La lettura, e di conseguenza la scrittura, sono momenti intimi. Ci chiedono di prenderci del tempo per noi, un tempo che è solo nostro. Solo dopo, in un secondo momento, si affacciano sul mondo, possono essere condivisi, diventare argomenti di conversazione. Ma l’atto di leggere e scrivere è personale. È un tempo di splendida solitudine.

Com’è nata la sua passione per la letteratura horror? Secondo lei, da cosa dipende il persistente interesse per questo genere anche nel pubblico contemporaneo, come dimostra la molteplicità di pubblicazioni?
L’horror mi affascina da quando ero bambino, da quando guardavo le locandine dei film in videoteca (quando ancora esistevano le videoteche): quelle immagini mi spaventavano e mi rapivano, mi facevano venire voglia di avere paura. Credo sia lo stesso principio alla base di molte fiabe, o di molte storie del folklore. Il fascino di qualcosa che ci spaventa, ma che vogliamo esplorare. In questo periodo sembra che in Italia stiamo riscoprendo questo fascino, anche grazie al lavoro preziosissimo delle case editrici che stanno portando nel nostro Paese voci internazionali contemporanee, che raccontano un orrore attuale, credibile nel 2026, che affronta le nostre paure di oggi. E in Italia stiamo vivendo un periodo particolarmente florido per la narrativa horror e weird: penso ad autori e autrici come Lucio Besana, Emanuela Cocco, Francesco Corigliano, Germano Hell Greco, Luigi Musolino, e tanti altri che in questo momento mi sfuggono o che non ho ancora letto. Stiamo capendo che l’horror non è semplicemente letteratura di genere, o di evasione, ma è una lente che permette di guardare il mondo da un altro punto di vista, che a volte – spesso, ultimamente – è quello più appropriato.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Se penso a cosa mi ha fatto venire voglia di battere sui tasti e scrivere, sicuramente tanta letteratura russa (Michail A. Bulgakov, Nikolaj V. Gogol’) e americana (Charles Bukowski, John Fante, Raymond Carver), ma anche Dino Buzzati, Franz Kafka, Stefano Benni. Se devo stare nel genere, sicuramente Clive Barker, Edgar A. Poe, Amparo Dávila, Julio Cortázar, Eraldo Baldini, Thomas Ligotti.

Se dovesse consigliare ai lettori un autore da cui partire per avvicinarsi alla narrativa horror, quale indicherebbe?
Se proprio devo fare un nome, per me è Clive Barker. Ci sono racconti dei Libri di sangue che ancora mi girano in testa a distanza di venti anni.

Cosa sta leggendo attualmente?
Ho appena letto Cadavere squisito di Agustina Bazterrica, un libro di una crudeltà rara, intensamente politico. Sto rileggendo Il maestro e Margherita per la terza volta, che è stato a lungo il mio libro preferito. E Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, che forse è attualmente il mio libro preferito.

Nomini un personaggio letterario cui sente di assomigliare.
Brontolo, il nano di Biancaneve (è un personaggio letterario?).

Si descriva come lettore in tre parole.
Leggere. Apre. Mondi.

Si descriva come scrittore in tre parole.
Scrivere. Crea. Mondi.

23 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Interviste// Notizie d'apertura

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