Tenendosi ben lontano dal melodramma, Dario Ferrari racconta della solitudine di chi deve accompagnare un caro nell’ultima fase della vita e fa riflettere sull’importanza di custodire e tramandare la memoria collettiva
di Sabrina Colombo

L’idiota di famiglia
Autore: Dario Ferrari
Editore: Sellerio
Anno edizione: 2026
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 520
Consigliato a chi è interessato ad approfondire episodi misconosciuti di storia del Novecento; a chi apprezza la prosa brillante, sarcastica e venata di malinconia; a chi pensa che la letteratura alimenti la vita (e viceversa).
È il 2023 e Igor Nieri – quarantenne traduttore di origini viareggine – viene contattato dalla sorella Ester con delle tristi novità: il padre – “Herr Professor”, come lo hanno soprannominato per il suo carattere rigido – manifesta gravi sintomi di demenza senile. Si rende necessario un aiuto immediato: Igor lascia Roma, dove vive con la fidanzata Marta, e riguadagna la strada di casa.
Viareggio, con i suoi ritmi placidi e il suo fascino blasé, risveglia ricordi di infanzia: per Igor è un progressivo riavvicinarsi alla figura paterna con cui da sempre è in contrasto, non tanto per motivi di contrapposizione ideologica quanto per diversità di carattere e di approccio ai problemi del vivere quotidiano.
Sarà la provincia – da cui era fuggito alla volta della Capitale, con l’ambizione di diventare scrittore – a fornire al protagonista l’occasione per riscattarsi e per misurare il proprio spessore umano.
Dal punto di vista della complessiva struttura, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari ricalca il precedente La ricreazione è finita. In un’ambientazione prevalentemente viareggina, s’intrecciano due linee narrative: la prima è declinata al presente e con un protagonista colto e spiantato, predisposto agli psicodrammi e dotato di un’ironia alla Woody Allen; la seconda trae spunto e ispirazione da un episodio di storia locale (in questo caso le “le Tre Giornate di Viareggio”, dal 2 al 4 maggio 1920), che entra di prepotenza nel vissuto del protagonista, cambiandone le prospettive.
La prosa è elaborata, con proposizioni lunghe che enfatizzano il flusso di pensieri del narratore, Igor stesso: è caratterizzata da un lessico vario, con rimandi e suggestioni tratte dalla poesia e dalla letteratura, del resto non poteva essere altrimenti in un romanzo che decanta la bellezza della parola e ha come protagonista un traduttore innamorato delle lettere e della letteratura.
Igor è un personaggio pieno di sfumature: un quarantenne che ha fatto proprie molte delle contraddizioni che caratterizzano questo scorcio di secolo, un intellettuale postideologico e senza certezze di reddito, che si affanna dietro alle difficoltà quotidiane più che attorno alle architetture filosofiche. È un fragile in una società che ci vuole tutti intraprendenti e assertivi, legato a una donna che ha saputo volgere il suo fallimento più grande in un’opportunità di riscatto professionale. Ed è roso dall’invidia che gli suscitano i successi di lei, oppresso dal senso di colpa per non essere all’altezza del padre e – più in generale – per non avere l’intraprendenza necessaria a sgomitare in un ambiente lavorativo competitivo e snervante.
Parafrasando il titolo del brano dei Radiohead citato in esergo (How to disappear completely), Igor – che ormai non si riconosce più ed è il fantasma dell’uomo che intendeva diventare (“that there, that’s not me”) – vorrebbe scomparire per se stesso e per chi lo circonda, congelare emozioni e dispiaceri per consegnarsi all’oblio di un universo parallelo in cui vivere gli risulti meno faticoso.
Il perno del romanzo – motore di ogni snodo narrativo – non è tanto Igor quanto “il Professore”, “Herr Professor” o “il Nieri”, che dir si voglia: è commovente e divertente il racconto di questo insegnante d’altri tempi, berlingueriano nell’aplomb, veterocomunista nel profondo, ateo e anticlericale, severissimo con gli allievi, patito dei russi e di Fëdor Dostoevskij in particolare, impegnato nella politica locale, propugnatore dell’unità della sinistra in anni di forti divisioni, osteggiato nelle sue ambizioni più dai suoi compagni di area che dagli esponenti della destra. Un uomo che – resosi conto del declino inarrestabile – un attimo prima che la sua coscienza si trasfiguri nelle ombre della malattia sceglie di affidare a Igor il suo testamento morale, nell’unica forma in cui sa che suo figlio è in grado di accoglierlo e valorizzarlo: la forma romanzesca.
L’idiota di famiglia offre l’occasione per meditare sul tema della perdita di lucidità, sulle difficoltà che incontrano i famigliari che devono garantire assistenza ad anziani affetti da degenerazioni cognitive, sull’impatto psicologico deflagrante di queste situazioni e sulla solitudine di chi si trova ad accompagnare l’ultima parte della vita di un proprio affetto. Ferrari offre questi contenuti tenendosi ben lontano dai toni patetici o da melodramma.
Nondimeno l’opera impone una nutrita serie di riflessioni anche sul ruolo della memoria collettiva, sull’importanza di custodire e tramandare episodi di storia minore, che raccontano i valori e le aspirazioni di chi ci ha preceduto e ha chiesto a gran voce “il pane e le rose”: sopravvivenza economica, rispetto della dignità e diritti sociali, avanzando istanze e rivendicazioni – queste ultime – non necessariamente garantite neppure oggi.
Dario Ferrari (Viareggio, 1982) ha conseguito un dottorato in Filosofia presso l’Università di Pisa, è insegnante e traduttore. Ha all’attivo altri due romanzi: La quarta versione di Giuda (Mondadori 2020), un giallo pieno di garbo e ironia, e – sempre pubblicato da Sellerio – La ricreazione è finita (2023), che getta uno sguardo abbastanza impietoso, fra l’altro, sull’universo della ricerca scientifica in Italia. Quest’ultimo è diventato in ben poco tempo un caso letterario: tradotto in sei Paesi, “Libro dell’anno” per gli ascoltatori di Farenheit-Radio3, si è aggiudicato anche il Premio Flaiano per la narrativa.
Il libro in una citazione
«Bisogna intervenire al primo bocciolo, alla prima temeraria fogliolina che fa capolino tra le crepe dell’asfalto: bisogna coltivare la propria spietatezza. Non a caso gli stoici ne avevano fatto uno degli esercizi spirituali da praticare con costanza: la meditatio malorum, la costante ruminazione dei mali possibili al fine di renderli incapaci di scalfire la nostra imperturbabilità. Ogni sera, prima di coricarti, prefigurati il peggio; solo così la realtà non ti coglierà impreparato.»
5 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA




