Ambientato nell’Inghilterra dei primi anni Sessanta, il romanzo di Andrew Miller rientrato nella shortlist del Booker Prize 2025 intreccia le storie di due coppie di coniugi in una società alle prese con le difficoltà derivanti dal secondo conflitto mondiale per lambire temi di forte impatto
di Sabrina Colombo

La terra d’inverno
Autore: Andrew Miller
Traduttrice: Ada Arduini
Editore: NNE
Anno edizione: 2025
Anno prima edizione: 2024 (Gran Bretagna)
Genere: Romanzo Storico
Pagine: 400
Consigliato a chi vuole leggere un romanzo a sfondo storico che affronta il tema della solitudine, attraversato da una vena di poetica malinconia.
Nei primi anni Sessanta la Gran Bretagna subisce un’ondata di gelo eccezionale – “The Big Freeze“ nei resoconti giornalistici dell’epoca – che lascia diversi centri abitati delle aree più periferiche totalmente isolati. Tra il dicembre 1962 e il gennaio 1963 nel Western Country la situazione si fa quasi apocalittica: continui black out, binari congelati, incidenti stradali a ripetizione, carenza di approvvigionamenti alimentari e sanitari.
In un minuscolo villaggio del Nordovest – in quei giorni che passeranno alla storia della meteorologia – vivono Eric Parry, medico condotto e interno presso il vicino istituto psichiatrico, e sua moglie Irene. Con il cottage dei Parry confina la fattoria di Bill e Rita Simmons. Bill – figlio di esuli dell’Est Europa arricchitisi con attività al limite dell’illecito – ha lasciato gli studi per rincorrere il sogno di un’azienda agricola da organizzare secondo standard produttivi innovativi. Rita ha alle spalle un lavoro in un locale notturno londinese, qualche relazione finita nel peggiore dei modi, un padre malato psichiatrico.
Eric – di modeste origini – ha intrecciato una relazione extraconiugale con una paziente: i sensi di colpa nei confronti di Irene per le ripetute infedeltà lo attanagliano giorno e notte. Non riesce tuttavia a troncare, travolto da una passione ingestibile. Irene a sua volta – proveniente da una famiglia agiata – è abituata a una vita sociale attiva e patisce la mestizia della campagna: Eric ha una segretaria cerbero onnipresente e iperefficiente, che non le lascia modo di assumere il ruolo che le spetterebbe.
Bill cerca di ottenere un prestito bancario per realizzare alcuni interventi di efficientamento della sua impresa, ma incontra lo scetticismo degli istituti di credito: decide di mettere da parte l’orgoglio e torna nella capitale per chiedere al padre e al fratello un sostanzioso contributo. Rita rimane dunque sola nella fattoria a occuparsi degli animali con l’aiuto di un bracciante: si farà compagnia con la vicina Irene, la moglie del dottor Simmons, due giovani spose in attesa del primo figlio. Irene – in una delle sue interminabili giornate passate a rassettare la casa e a sistemare la biancheria del marito, scopre – nel peggiore dei modi – la tresca amorosa del medico.
Eric, Irene, Bill, Rita: per ognuno di loro il destino ha in serbo un imprevedibile cambio di marcia, un’accelerazione degli eventi proprio nel momento in cui la Gran Bretagna – sferzata dalla tempesta artica – si paralizza sotto una candida coltre di neve.
La terra d’inverno è un romanzo dalle atmosfere tenui e crepuscolari, che lambisce temi di forte impatto: la crisi di coppia, il disagio psicologico, la solitudine esistenziale, la gestione dei sentimenti in un contesto piccolo borghese, il tutto sullo sfondo di una società che ancora risente dei traumi della Shoah e delle ristrettezze del secondo conflitto mondiale, che ha lasciato taluni privi di risorse economiche e ha invece rappresentato il trampolino di lancio per l’accumulazione di patrimoni da parte di altri, più fortunati, scaltri o lungimiranti. Siamo lontani dall’immagine stereotipata dell’Inghilterra nei Sixities, la Swinging London, i teatri affollati del West End, la vita mondana, la minigonna di Mary Quant o la fascinazione per l’America. La provincia è asfittica, l’isolamento è più emotivo che geografico, ottunde la mente di chi non ha saputo inserirsi e fare propri i codici di condotta generalmente accettati.
Il romanzo è caratterizzato dalla presenza di un forte elemento di weirdness, che Andrew Miller cita nei ringraziamenti finali, sottolineando di aver voluto mantenerla, e che si riverbera nei profili psicologici dei Parry e dei Simmons. La propensione del testo all’enfatizzazione della “stranezza” è ben spiegata nella nota della traduttrice Ada Arduini, in cui questa evidenzia di essersi dovuta “arrendere” a tale aspetto, che ha conferito al romanzo una “qualità stordente” e una “aleggiante inquietudine”. È un romanzo di grande ricchezza lessicale, di silenzi che parlano la lingua della solitudine, di assenze che pesano e di presenze che non si appalesano, innervato da un tocco surreale, al limite del sovrannaturale.
Miller ha una notevole capacità evocativa, sa rappresentare il variare delle condizioni ambientali, la luce, i suoni, i cambi di registro delle voci, i movimenti impercettibili dei corpi o le imprevedibili manifestazioni di aggressività e violenza che spezzano la sobrietà complessiva del racconto. La prosa è ricca di immagini eleganti e suggestive (“la luce vetrosa arrivava a sprazzi, le nuvole colme di neve solcavano il cielo”).
Per quanto costruita su una doppia coppia di personaggi – le cui linee narrative, più volte intersecantesi, costituiscono l’ossatura del romanzo – l’opera vive di un’asimmetria di fondo della trama. Tutto sembra convergere solo verso Rita, la cui fragilità, esacerbata dall’isolamento e dalla difficoltà a esternare i propri demoni interiori, sfocia in un disturbo mentale conclamato. Il suo passato – non solo la parentesi come ballerina di night ma anche la ferita del ricovero paterno in una struttura psichiatrica, proprio quella in cui esercita Eric, il suo vicino di casa – la sovrasta e la travolge: nessuno riesce a comprendere i segnali che lancia sin dalle prime pagine, non il marito, non l’amica con cui condivide gioie e dubbi della gravidanza, non il medico curante. Quella sua fascinazione per gli extraterrestri, quel suo ordinare ossessivamente alla biblioteca ambulante testi su altri mondi e altre forme di vita non sono un ghiribizzo da “desperate housewife”, sono un campanello di allarme di uno stato di alterata percezione. Le voci che la perseguitano, il gesto di circondarsi – nel senso letterale del termine – di oggetti-totem, che placano la sua ansia creando uno scudo contro la brutalità del mondo, le frasi a mezz’aria che lancia ai suoi interlocutori rivelano l’intensità del suo disordine che in un crescendo la porterà all’apoteosi finale, terribile e poetica.
Il romanzo si chiude nel modo in cui si è aperto – e in questo riacquista una simmetria di massima – con un evento di alto livello drammaturgico, emotivamente impattante, potente, lirico, venato di significati metaforici, e lascia la sensazione che l’autore abbia voluto recuperare un equilibrio narrativo dopo avere abbandonato per buona parte del romanzo i personaggi liberi di prendere direzioni imprevedibili, dominati da una propria forza indipendente dalla volontà del suo creatore.
Andrew Miller (Bristol, 1960) è uno scrittore britannico, attualmente vive nel Somerset, i suoi libri hanno ottenuto diversi riconoscimenti anche oltremanica. La terra d’inverno è stato inserito nella shortlist del Booker Prize 2025; lo stesso anno ha altresì ricevuto il prestigioso Walter Scott Prize for Historical Fiction: la giuria di quest’ultimo premio, nel motivarne il conferimento, ha sottolineato come l’autore abbia saputo “dipingere grandi tematiche su una tela sottile di minuscoli dettagli”.
Il libro in una citazione
«Lui sapeva che era mostruoso guardarla così, ma è raro avere la possibilità di osservare qualcuno seduto nel proprio labirinto, inconsapevole, spoglio come un ramo. I dottori dovrebbero imparare il loro lavoro davanti alle finestre, di notte.»
26 gennaio 2026
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