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Libri per chi ama davvero leggere

Con Uccidiamo lo zio il passaggio all’età adulta si tinge di black humor

Puntando lo sguardo su due bambini più che irrequieti, Rohan O’Grady affronta questioni sociali e morali molto delicate senza mai perdere il tocco di penna leggero e scanzonato

di Sabrina Colombo

La copertina del libro "Uccidiamo lo zio" di Rohan O'Grady (WoM Edizioni)

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

Uccidiamo lo zio
Autrice: Rohan O’Grady
Traduttore: Matteo Pinna
Editore: WoM
Anno edizione italiana: 2021
Anno prima edizione: 1963 (Usa)
Genere: Horror & Gotico
Pagine: 323

Consigliato agli appassionati di narrativa crossover, che supera i confini di genere e di racconti gotici venati di black humor; a chi vuole riscoprire un’autrice versatile, fantasiosa, capace di porre il focus su temi sensibili senza mai perdere il tocco di penna leggero e scanzonato.

Se ti interessa, guarda anche
Gioco mortale di William Castle (film gotico, Usa 1966).

Se ti interessa, leggi anche
Il puma di Jane Stafford. Traduzione di Monica Pareschi. Adelphi 2023
… perché affronta il tema del passaggio all’età adulta di due ragazzini, Ralph e Molly, in perenne conflitto con gli adulti, in cui un puma assume ruolo da protagonista con un risvolto metaforico tutto da decifrare.

In una splendida isola canadese al largo della Columbia britannica, inserita in un arcipelago noto per la sua bellezza selvaggia, la nave Haida Prince – siamo nel secondo Dopoguerra – sbarca due ragazzini destinati a movimentare il tranquillo ménage dei pochi abitanti. Si tratta di Christie McNab, venuta a passare l’estate presso “la capraia” – una conoscente di sua madre che accetta di ospitarla in cambio di un modesto compenso – e Barnaby Gaunt, orfano di genitori ed erede della fortuna di famiglia, casata di industriali del settore dolciario.

Strano luogo, l’isola: è abitata solo da persone anziane; gli uomini giovani, partiti per la guerra, sono morti da eroi sul campo di battaglia. Tutti, salvo Albert Coulter, appassionato di arte etrusca, rientrato in patria senza apparenti traumi dopo un periodo di internamento in un campo di prigionia in Europa, ora sergente della Regia Polizia a cavallo.

Barnaby avrebbe dovuto trovare ad attenderlo al porticciolo lo zio, suo tutore e amministratore del fondo fiduciario intestatogli dai genitori; il maggiore Sylvester Murchinson-Gaunt, tuttavia, non si è presentato: ha comunicato di essere ancora in Europa per improrogabili impegni professionali. Si pone il problema di dove alloggiare il ragazzino: si fanno avanti i signori Brooks che lo accolgono, ben felici di aver in casa un ospite che li potrà in qualche modo consolare dal lutto per la perdita dell’unico figlio Dickie. Di lui, perito in battaglia, rimangono solo i riconoscimenti all’onore militare.

Il secondo conflitto mondiale è, a tutti gli effetti, una ferita ancora aperta anche in quel piccolo paradiso. Il monumento ai caduti, eretto al centro della piazza principale, assume per tutti i residenti un significato speciale, così come il cimitero, ove purtroppo molti dei militi caduti in Europa non potranno neppure riposare, sepolti a migliaia di chilometri dalla dimora avita.

I due ragazzi si affezionano l’uno all’altra: sono irrequieti, curiosi, sprovveduti e sprezzanti del pericolo come tutti i bambini; si trovano a condividere la solitudine in un ambiente a loro estraneo, dove possono interagire esclusivamente con adulti, a eccezione “del povero Desmond”, colpito durante l’infanzia da una malattia che ha fermato il suo sviluppo cognitivo, nei confronti del quale talvolta assumono un comportamento ottuso e poco commendevole, approfittando della sua disabilità.

Fra Barnaby e Christie nasce un sodalizio cementato da un patto scellerato: uccidere lo zio Sylvester, uomo all’apparenza docile e comprensivo, di fatto un sadico violento appassionato di psicologia, un sordido manipolatore delle coscienze che – nel racconto di Barnaby – ha provocato la morte dell’intera famiglia (sua madre, suo padre e sua zia) per potersi impadronire dei dieci milioni di dollari depositati sul fondo del nipote. Vi è di più: secondo Barnaby lo zio ha architettato la vacanza al solo fine di simulare un incidente in mare ed eliminare l’ultimo tassello che lo divide dal patrimonio cui ha da sempre guardato con cupidigia.

In cambio di una grossa ricompensa, Christie si offre di affiancare l’amico nella predisposizione di un piano volto all’eliminazione fisica dello scomodo tutore. Mors tua vita mea: i bambini sanno che non c’è altra scelta, il tempo stringe e – una volta approdato sull’isola – il maggiore Murchinson-Gaunt diventa un pericolo attuale. Inizia una partita a scacchi fra i tre, fatta di appostamenti, di prove tecniche di omicidio, di sotterfugi per procurarsi quanto necessario per realizzare l’intento criminoso.

Con il suo fascino sensuale, lo zio Sylvester è in grado di mascherare i suoi obiettivi ferali, guadagnandosi la simpatia degli abitanti dell’isola. Solo il sergente Coulter ha qualche dubbio, dopo aver scambiato della corrispondenza con un ex commilitone. Quest’ultimo gli rivela alcuni particolari della vita passata di Murchinson-Gaunt, ex membro delle truppe di assalto dell’esercito, con il quale ebbe la sfortuna di condividere la prigionia in campo di detenzione di massima sicurezza a Colditz, in Polonia.

I due bambini perseguiranno i loro propositi indirettamente coadiuvati da “Un orecchio”, un puma che si aggira fra le montagne in attesa di vendicarsi del fatto di essere stato sfregiato dai cacciatori nel corso di una battuta da cui è riuscito a salvarsi per il rotto della cuffia, lasciando – è proprio il caso di dirlo – sul campo di battaglia un orecchio mozzato e un artiglio.

Strano personaggio questo puma, potremmo definirlo passivo-aggressivo: se da un lato rifugge gli uomini, che lo hanno offeso nel fisico costringendolo alla clandestinità dopo aver tentato di annientarlo, dall’altro non disdegna la compagnia di Barnaby e della sua sodale, anzi. Accetta mestamente di ricevere le attenzioni dei due, che lo trattano come un pupazzo di peluche e tentano addirittura di addestrarlo. Il puma è affamato, i continui roghi sull’isola, causati dal caldo anomalo, hanno distrutto la flora e conseguentemente hanno indotto la fauna esistente alla fuga, lasciando il felino senza cibo, destinato all’inedia: ciò nonostante Un orecchio non tocca i bambini e si trasforma in inaspettata ancora di salvezza.

Il lieto fine è dietro l’angolo, ma è tale solo per alcuni dei protagonisti della vicenda: qualcuno pagherà a caro prezzo l’aver presunto di ricevere riconoscenza dalle persone cui si è salvata la vita, anche quando ciò ha significato contravvenire alla legge e ai propri principi morali, mettendo oltretutto a rischio carriera e reputazione. La lealtà non è merce di questo mondo.

La prosa è briosa, ironica, ma sa trasformarsi improvvisamente, acquistando toni cupi, grotteschi e pulp per fare da contrappunto agli snodi più drammatici. Si alternano i punti di vista nella narrazione, la terza persona lascia spazio alla prima quando entra in scena Un orecchio, che snocciola direttamente le ragioni della sua aggressività, in un flusso di coscienza fortemente simbolico.

Rohan O’Grady ricorre al linguaggio allegorico per affrontare delicate questioni sociali e morali: non solo il tema della prepotenza nei confronti dei più deboli, dell’indifferenza verso le esigenze dell’infanzia ma anche quello – sfumato – del sadismo, dell’intolleranza, del plagio attraverso tecniche manipolatorie, dell’incapacità di provare empatia verso il prossimo, il tutto sullo sfondo di un’epoca che ancora risente degli strascichi del secondo conflitto mondiale e che si interroga sulla funzione pedagogica della letteratura.

Da questo romanzo – uscito nel 1962 corredato dai disegni di William Gorey – è stato tratto il film Gioco mortale (1966), diretto da William Castle, un piccolo cult del genere gotico.

Rohan O’Grady – pseudonimo di June Margaret O’Grady Skinner (1922-2014) – è stata una scrittrice canadese di romanzi gotici, moglie di un giornalista e madre di tre figli. Iniziò a scrivere solo a quarant’anni. Tutte le sue opere, per anni rimaste nel cassetto, vennero date alle stampe tra il 1961 e il 1970. In Italia è stato pubblicato anche La maledizione dei Montrolfe (1962) da Neri Pozza (2025).

Della presente edizione di Uccidiamo lo zio, proposta da WoM, si sottolinea la cura dei dettagli nella realizzazione della doppia copertina, una sorta di lettura del romanzo in chiave grafica, la particolarità del formato ridotto e la non convenzionale rilegatura a filo nero, che ne fanno un oggetto particolarmente elegante e raffinato, da collezionisti.

Il libro in una citazione
«“Ascoltami,” disse Barnaby “io sono cattivo. E sai perché? Per colpa sua! Ti dirò una cosa che nessuno vorrà mai credere”
“Che cosa?”
Si chinò in avanti.
“Mi picchia”
…
“Mi picchia solo quando mi comporto bene! Se faccio qualcosa di male, mi fa dei regali. È pazzo, ma nessuno lo sa a parte me. È la verità Christie, mi picchia solo se mi comporto bene” Dopo una pausa aggiunse mestamente: “Non vengo picchiato molto spesso”.»

12 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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