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Libri per chi ama davvero leggere

Il giorno della civetta, il temerario capolavoro di Leonardo Sciascia che smascherò la mafia

Scritto nel 1960, il romanzo breve dello scrittore siciliano denunciò per primo il fenomeno criminale lasciandoci un’eredità sociopolitica importantissima

di Raffaele Nuzzo

Coperina del libro "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia (Adelphi)

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

Il giorno della civetta
Autore: Leonardo Sciascia
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1993
Genere: Romanzo storico, Gialli & Noir
Pagine: 117

Consigliato a chi è appassionato di storia contemporanea, mafia, gialli, Sicilia.

Se ti interessa, guarda anche
Il giorno della civetta di Damiano Damiani (drammatico, Italia 1968)
… perché ispirato al medesimo romanzo.

Mass media e artisti hanno raccontato le gioie e i dolori del loro tempo. Chi in modo più istantaneo con un articolo di giornale, chi con una foto, chi con un dipinto o con una canzone. Chi in modo più riflessivo come Leonardo Sciascia, con un romanzo, Il giorno della civetta, pubblicato in prima edizione nel 1961. Penna in mano, un po’ di fantasia e tanto coraggio, Sciascia ha illuminato un lato oscuro della sua terra, la Sicilia del secondo Dopoguerra. Proprio per questo, non mancano nel libro i parallelismi con le recenti vicende di guerra civile tra partigiani e fascisti.

Fin dalle prime battute, il lettore ha l’impressione che l’autore stia raccontando dinamiche già viste e riviste, quasi scontate, ataviche, con tono dimesso. Sciascia è infatti profondo conoscitore di vizi e virtù della Sicilia in cui è nato e si prefigge di informare chi legge di certi locali malcostumi. Il suo compito è quello di ricreare la scena, comporre un “presepe macchiettistico” di “pupi”, giusto per rimanere in tema col territorio. Una provincia profonda e lontana e delle sue peculiarissime vicissitudini.

Quindi Il giorno della civetta non può che avere un incipit adrenalinico e tragico: un uomo, Colasberna, viene assassinato vicino la fermata del bus nella totale indifferenza dei passeggeri e di altri testimoni oculari. Siamo a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, non si specifica in quale cittadina, sappiamo solo che la vittima era in partenza per Palermo.

Interviene la legge – i carabinieri – che si scontra con un muro di omertà, eretto per paura di ritorsioni. Un terrore che sovrasta finanche i famigliari della vittima, preoccupati e intimoriti più per i possibili ulteriori risvolti della faccenda che per la morte del loro caro. Interrogati dalle autorità, non rilasciano alcuna indicazione utile all’identificazione dell’autore del delitto. Da ciò che ne consegue, lo scrittore stila il ritratto di quella società siciliana. La diffusa omertà, il maresciallo-sceriffo inquisitore dei carabinieri del paese, la fisiologia della mafia come le assegnazioni degli appalti che Sciascia spiega con lento e ragionato eloquio. Ancora altre comparse tipo il “confidente” dei carabinieri, l’“infame” che si divide e sgomita tra legge e crimine, che preserva un’utilitaristica posizione di neutralità, il parassita arraffone che prova a essere utile a una e l’altra fazione e a godere beneficio da entrambe.

E poi c’è lui, il protagonista principale del Giorno della civetta, il capitano dei carabinieri Bellodi. Una figura scomoda per molti, uno “sbirro” guastafeste, irreprensibile uomo del Nord considerato al pari di uno “straniero” o “continentale”, allogeno per forza estraneo a certe meccaniche autoctone, “gentile, ma che non capisce niente” come si diceva dei settentrionali. Lui coordina le indagini sull’omicidio di Colasberna e qui la trama si arricchisce di elementi di polizia giudiziaria, tecniche investigative di quegli anni, astute strategie poliziesche volte a dividere i due interrogati per costringerli a vuotare il sacco. Si mette in risalto anche quel “gap” generazionale, quella diversità di vedute, quei mondi diversi di appartenenza – che sono il Sud e il Nord – tra il maresciallo anziano dai modi bruschi e rudi e il giovane ufficiale cortese con la popolazione e dalla mentalità più aperta. Secondo il capitano Bellodi, il caso di Colasberna è ricollegabile alla scomparsa, avvenuta nei giorni seguenti, di un tale Nicolosi, residente nei pressi del luogo dell’omicidio. È una pista interessante e in controtendenza al consueto modus operandi che vede bollare sbrigativamente molti episodi simili come “delitti passionali”. Manco sia una soluzione jolly, che consente ai mafiosi di spadroneggiare impunemente e alle forze dell’ordine di archiviare frettolosamente i tanti fatti criminosi dell’epoca.

Il capitano Bellodi scopre annose connivenze delle istituzioni, le protezioni politiche del boss del paese e un fenomeno mafioso negato all’evidenza. Tenta di scardinare una meccanica sociale incontrovertibile. Non si arrende, vuole andare a fondo e Sciascia ci dettaglia di realistici interrogatori in caserma, in cui le versioni sugli omicidi cambiano, vengono ritrattate in un avvincente gioco all’indovina chi. O all’infama chi. Dalle dichiarazioni, dai panegirici letterari, spiccano importanti riflessioni sulla verità, su quale sia la visione degli uomini d’onore. Ricostruzioni, indagini, accertamenti. Alla fine, la verità di Bellodi è quella giusta o è solo un personalistico costrutto basato su preconcetti e pregiudizi?

Leonardo Sciascia è considerato una figura eccellente del panorama letterario italiano. È stato scrittore, giornalista e politico, insignito di numerosi premi tra cui il Libera Stampa di Lugano e il Premio Pirandello. Tra le sue opere si ricordano Le parrocchie di Regalpetra (Laterza, 1956), A ciascuno il suo (Einaudi,1966) e, ovviamente questo suo più celebre Il giorno della civetta, che ha riscosso notevole successo anche all’estero, vendendo milioni di copie e divenendo oggetto di numerose ristampe.

La scrittura di Sciascia è ammantata di fatalismo. La sua è una fotografia psichica dei personaggi, che sono connotati con acribia attraverso i dialoghi. Sciascia ha la grande abilità di alternare il diretto e l’indiretto, mantenendo un’equivalenza in termini di efficacia narrativa. Le metafore si sprecano, sapienti e godevoli, l’autore le “impasta” al momento, prelevando gli elementi che si ritrova in quella precisa scena del romanzo. Questo denota un’apprezzabile maestria nell’immediatezza.

La trama è nodosa, sebbene si riesca a tenerne il bandolo senza difficoltà, il vocabolario è d’antan, aulico. Sciascia si spinge oltre: il suo lavoro si rivela profetico di quella che negli anni a venire sarà definita la “trattativa Stato-mafia”. L’autore indica con la sua penna temeraria ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vuol vedere, e praticamente scrive la sceneggiatura di un film di mafia. Che poi, effettivamente, Il giorno della civetta un film lo diventerà.

“Come la civetta quando di giorno compare”, recita un passo dell’Enrico VI di Shakespeare ed è questa la più intelligente figura retorica ripresa da Sciascia. La mafia è uscita allo scoperto, non ha più bisogno di nascondersi nelle tenebre come la civetta.

Il giorno della civetta è un romanzo di denuncia sotto le mentite spoglie di un classico giallo ed è il primo in cui, coraggiosamente, si parla apertamente di mafia. In epilogo, Sciascia spiega quanto è stato difficoltoso scrivere quest’opera, quale ginepraio ha dovuto affrontare per completarla.

Questo romanzo è un’eredità sociopolitica importantissima. I posteri non potranno che confermare l’ardua sentenza che si legge – anche non troppo – tra le sue righe. Uno scritto che probabilmente ha innescato un lento, ma inesorabile, processo di dissotterramento del fenomeno mafioso fin lì perfettamente mimetizzato. Grazie, Sciascia, per aver gridato: “Il re è nudo”.

Il libro in una citazione
«La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.»

5 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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