Benché scritto oltre vent’anni fa, il romanzo del canadese Alistair MacLeod rivela ancora oggi tutta la sua efficacia nel sottolineare come il retaggio culturale sia fondamentale per rinsaldare i rapporti tra parenti che si sono incrinati
di Manuela Mongiardino

Calum il Rosso
Autore: Alistair MacLeod
Editore: Frassinelli
Traduttrice: Rossella Bernascone
Anno edizione: 2001
Anno prima edizione: 1999 (Canada)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 271
Consigliato a chi ama leggere le storie di immigrazione scozzese verso l’America del Nord; chi è interessato alle lingue celtiche come il gaelico, largamente usato nel testo; interessante per i lettori appassionati di saghe famigliari e storie che hanno a che fare con temi quali memoria ed emigrazione.
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… perché l’autrice narra la storia della sua famiglia emigrata in Canada dalla Scozia e tratta argomenti collocati sulla stessa linea del tempo.
Due fratelli, cresciuti lontano e con una diversa esperienza di vita, si ritrovano un giorno nella Toronto degli anni Ottanta; Alex, uomo maturo e affermato, va a visitare in uno squallido monolocale il fratello maggiore, Calum, alcolizzato. Entrambi iniziano a recuperare un tempo che li aveva allontanati attraverso ricordi e tradizioni che appartengono a una comunità alla quale si sentono legati.
Il ritrovarsi di questi due fratelli, raccontato all’inizio e ripreso nel finale, costituisce la cornice narrativa di Calum il Rosso, romanzo di Alistair MacLeod. La trama vera e propria inizia col ricordo di un evento tragico accaduto in una natura che non perdona e che segna inesorabilmente il destino di una famiglia. Da qui in avanti la storia si sposta a Cap Breton, al tempo della loro infanzia.
MacLeod descrive una terra dagli aspri contrasti, dove una natura selvaggia ed estrema governa inesorabilmente le esistenze e i ritmi delle attività, dove la vita è sì dura, ma è anche riscaldata dal calore umano, dove i legami famigliari sono saldi e tenaci e il forte senso di appartenenza al clan è suggellato dal gaelico, dolce idioma di casa. Gli avi, i nonni, i genitori, i figli, come anche gli zii e i cugini portano tutti i soliti cinque o sei nomi arrivati dalla Scozia con i primi membri della famiglia.
Calum il Rosso è basato su elementi storici e autobiografici, ma – pur narrando di fatti comuni ai primi migranti scozzesi nel Nordamerica – è un romanzo di finzione. Gli eventi e le tradizioni che si trovano nel testo fanno parte del retaggio della comunità gaelica della Nuova Scozia, da cui proveniva la famiglia dell’autore.
I MacDonald sono infatti approdati in Canada nel 1779. Qui sono cresciuti Calum e suo fratello. La loro vita è segnata in modo diverso dalla morte dei genitori e di due fratellini in un lago ghiacciato. I gemellini Alex e Cath, allevati dai nonni come figli con tutto l’amore e le cure possibili, vanno all’università e si fanno una bella posizione.
Calum ha il nome più prestigioso: quello dell’avo che per primo ha portato la sua famiglia in terra straniera e, proprio come il suo avo, anche lui ha avuto la vita più grama. Alla morte dei genitori è adolescente, inizia a lavorare, in parte orgoglioso di riuscire a provvedere a se stesso pur senza un’istruzione adeguata. Calum segue il percorso tradizionale degli uomini del clan, lavorando nelle miniere insieme ad altri parenti, in condizioni durissime. Il loro terreno comune è rappresentato dalle tradizioni, dalla musica, dai racconti dei nonni che hanno più volte ascoltato nel gaelico portato dalla Scozia a fine Settecento. I legami famigliari sono forti e ricordano ancora quelli dei clan: molto stretti e piuttosto chiusi verso il nuovo mondo.
“Siamo tutti migliori quando ci amano” dice Calum, anziano e alcolizzato, quando Alex lo va a trovare; con tale frase riassume il suo destino tanto diverso da quello di Alex, affermato dentista. Il fratello più fortunato osserva il declino dell’altro con un misto di senso di colpa, affetto e impotenza. Tuttavia, nonostante la distanza sociale ed emotiva che li separa, il loro legame famigliare sembra indissolubile. L’autore insiste sulle difficoltà della vita, sulle perdite, sulla durezza del lavoro in miniera; vuole però comunicare che la speranza viene da quello che abbiamo dentro da sempre: il ricordo, le tradizioni, la famiglia.
La conclusione del romanzo non porta a una reale comunione tra fratelli, ma entrambi comprendono che ci sono sempre stati per l’uno per l’altro, anche se erano lontani e vivevano in contesti molto diversi.
Alistair MacLeod, nato in Saskatchewan nel 1936, a dieci anni si è trasferito con la famiglia nell’Isola del Cap Breton, in Nuova Scozia. Qui ha svolto vari mestieri legati alla terra e alla tradizione del luogo: taglialegna, pescatore, minatore, di cui scrive nel suo romanzo e che gli hanno permesso di sostenersi all’università. La sua carriera di scrittore inizia nel 1976: scrive alcune raccolte di racconti, una novella natalizia e il suo unico romanzo Calum il Rosso, premiato nel 2001 con l’International Impac Dublin Literary Award. Vince nel 2009 il Premio PEN/Malamud (PEN/Malamud Award and Memorial Reading), riconoscimento letterario statunitense assegnato annualmente ad autori che si sono distinti nell’arte del racconto.
MacLeod è stato definito “ambasciatore di narrativa di Cap Breton”, di cui descrive il paesaggio e la gente che lo abita: fiera e vivace. Proprio per questo è diventato Ufficiale dell’Ordine del Canada. L’autore ha anticipato il desiderio di tanti suoi concittadini di tornare nel Vecchio Continente per riscoprire le origini delle proprie comunità culturali e linguistiche.
Nei passi in cui ricorda gli antenati in Scozia, mostra come le relazioni e la memoria non siano concetti astratti, ma qualcosa che è sempre presente nelle tradizioni famigliari, che spingono i discendenti a intraprendere un viaggio alla riscoperta del piccolo Paese d’origine.
Per descrivere la sua gente MacLeod usa uno stile semplice, colloquiale, caratterizzato da espressioni in gaelico, con cui il lettore impara a familiarizzare. Nel testo troviamo sia dialoghi sia descrizioni della fredda natura canadese e dei caldi ambienti casalinghi.
In Calum il Rosso ripercorre la storia della propria famiglia, discendente da Calum Ruadh (ilR), capostipite del clan emigrato in Nuova Scozia nel XVIII secolo dopo la vittoria degli Inglesi sugli Highlander, causa di fame e disperazione. Egli riesce a rendere chiaro il fatto che se riusciamo a tramandare le nostre tradizioni famigliari e linguistiche non saremo mai soli o abbandonati; ecco perché il legame tra i due fratelli si percepisce quando iniziano a cantare insieme in gaelico, momento in cui si avverte la loro connessione.
In questo libro ricorrono due elementi molto potenti: la maestosità e la fierezza della natura che agisce secondo movimenti propri, indipendentemente dalla presenza umana, e il legame creato dalla lingua. Il gaelico per Alex e Calum diventa più di una lingua: è memoria, è intimità, è appartenenza, è un modo di sentire il mondo. Calum il Rosso è un romanzo su ciò che resta, quando è andato tutto perduto, tranne il legame umano, che le vecchie canzoni della tradizione gaelica fanno sopravvivere. L’uso del gaelico, dei canti, dei proverbi e delle genealogie non è decorativo: è un modo per dire che tramandare è sopravvivere.
MacLeod scrive come qualcuno che sa che quella cultura sta scomparendo e che la letteratura può diventare archivio emotivo; egli non racconta se stesso, ma dà voce a una comunità che ha una memoria culturale condivisa. È questo che rende il romanzo così autentico e potente.
Il libro in una citazione
«Siamo tutti migliori quando ci amano.»
23 dicembre 2025
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