Attraverso la lente della geopolitica umana il noto giornalista dimostra come siano le comunità in movimento a scrivere la storia e ne indaga lingue, religioni, miti e idee
di Raffaele Nuzzo

Il destino dei popoli. Come l’umanità ha fatto la storia e creato il nostro tempo
Autore: Dario Fabbri
Editore: Gribaudo
Anno edizione: 2025
Genere: Storia
Pagine: 171
Consigliato a chi è appassionato di lingue, di storia, di grandi civiltà antiche.
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Geopolitica umana di Dario Fabbri. Gribaudo 2023
… perché aiuta a comprendere concetti di geopolitica e conoscere meglio le dinamiche di imperi e nazioni.
Ciò che troviamo sui libri, negli archivi, nelle trasposizioni audiovisive, non sempre coincide a reale verità storica. È seguendo il flusso delle parole, le loro mutazioni, acquisizioni, soppressioni, che secondo l’esperto di geopolitica Dario Fabbri può essere ricostruita la più realistica identità di un popolo. E il suo ultimo saggio Il destino dei popoli batte interessanti strade di ricerca in tal senso.
In questa sua opera, Fabbri non manca di ribadire alcune tra le sue più ferree convinzioni che possono rintracciarsi nelle sue ormai frequenti ospitate televisive, nei suoi podcast, articoli e altri scritti. Una di queste – ovvero l’ininfluenza dei leader nella parabola politica di imperi e nazioni – costituisce anche la premessa per Il destino dei popoli. Congiuntamente all’indifferenza dei “diversamente occidentali” nei confronti della democrazia, a spregio della nostrana autoreferenzialità e del nostrano supponente suprematismo in termini sociopolitici, che ci inducono a credere che il nostro sistema politico e i nostri valori siano quelli veramente degni di una civiltà e pertanto che chiunque, fuori dall’Occidente, li vorrebbe emulare. Credenze poi puntualmente smontate da manifestazioni che avvengono in questo o in quel Paese “antidemocratico” e che mirano a promuovere tutto tranne che una società di stampo filoccidentale.
Secondo Fabbri, l’egemonia degli Stati Uniti è tale non perché essi abbiano la miglior forma statuale del globo, ma semplicemente perché si sono imposti per altre ragioni. Insomma, fuori dall’Europa non sarebbero poi tanti i popoli a invidiare il sistema democratico, anzi. Nella restante parte del mondo sarebbe la grandezza della nazione a essere al centro di tutto, mentre dalle nostre parti ci sarebbe un totale disinteresse verso l’eventuale ruolo da protagonista che il nostro Paese potrebbe giocare nelle questioni internazionali.
Quanto al concetto di “popolo”, da un lato puramente etnico, per Fabbri è verosimilmente astratto. I popoli sarebbero complicate risultanze di migrazioni, quozienti etnici ottenuti da accumulazioni e assimilazioni tra popolazioni diverse. È il famoso melting pot, la complessità del modello genetico di un popolo, frutto di millenni di ribellioni, violenze, guerre, dominazioni straniere. Argomenti molto cari a Fabbri, che per esempio sottolinea in svariati interventi la discendenza germanica di grossa parte della popolazione degli Stati Uniti, crocevia di direttrici anglofone e teutoniche, e il conseguente riadattamento di alcuni cognomi americani (uno su tutti Triumph, divenuto Trump).
Rimanendo in tema, lo studioso mette in luce quanto “impuro” sia stato l’Impero romano, quello a noi più vicino, date le intersezioni con Latini, Sabini ed Etruschi. E questi ultimi non sono da considerarsi nemmeno di stirpe indoeuropea (ciò spiega la natura di alcuni costumi non propriamente occidentali).
Roma fu contaminata non solo da diverse lingue, ma anche da diverse religioni. Prova n’è l’inglobamento degli italici ellenofoni – ex Magna Grecia – dei Germanici e dei Semiti che, a un certo punto, rappresentavano la fetta più grossa delle etnie capitoline. Al di là delle motivazioni essenzialmente militari, l’Impero romano fiaccò la sua resistenza alle invasioni germaniche o barbariche quando adottò il cristianesimo. Ciò permise ai Longobardi di assestarsi più agevolmente lungo le sue propaggini settentrionali. E con buona pace di Ottaviano Augusto, che per i Romani era l’equivalente di Gesù Cristo.
Gli esempi riportati nel Destino dei popoli sono molteplici: la costa meridionale della Spagna, arabizzata anche per le sue reminiscenze puniche; l’origine slavo-sarmatica dei Croati, chiamati dai Greci per combattere gli Avari e poi stanziatisi nella fu Illiria e attuale Croazia, ora divisi tra ortodossi, cristiani e, in piccole percentuali, anche musulmani. Idem nel Messico, soggetto ibrido figlio di commistioni forzate tra conquistadores e Aztechi.
La disamina di Fabbri volge poi a caratterizzare i popoli attraverso la lente etimologica, oggettivamente focus principale del suo saggio. La meticolosa indagine inizia dallo studio dell’etimologia e dei significati annessi e connessi di certune importanti parole, i cosiddetti “protoetimi”. Tipo “libertà”, che da noi è da secoli inviolabile valore, mentre per altri rimane sinonimo di egoismo, specie in società dove il bene collettivo è sovraordinato a quello del singolo. O tipo “mare”: chi non lo conosce ne prende in prestito il nome da altre lingue, chi lo teme lo suffissa negativamente e chi lo domina lo aggettiva positivamente. O ancora “rivoluzione”, altro protoetimo con un’interessantissima storia, che le scienze astronomiche utilizzano per indicare un elemento che torna al punto di partenza. Per alcune culture, “rivoluzione” vuol dire “stravolgimento” o “sovversione”, mentre per altre significa “cambio di pelle”. Per noi vale come “cambiamento in meglio”, sebbene sia un termine che usiamo anche per parlare degli accadimenti che nel 1979 riportarono la teocrazia in Iran e per riferirci al Giappone, che mantiene ancora un imperatore, de facto senza avere un impero su cui imperare e perduto dopo la cocente débâcle subita nel secondo conflitto mondiale.
Nel corso della storia delle grandi civiltà mai vi fu una lingua universale, poiché ognuna di esse ha subìto migrazioni. Modifiche demografiche che hanno originato mutevolezza linguistica. Testimoni di questo fenomeno sono stati i persiani, il cui parsi si è conformato all’esigenza degli immigrati di parlare un idioma più semplice. Analogamente, Roma con il latino infiltrato dalla presenza di Sabini in Urbe e successivamente “toscanizzato” con l’adozione del fiorentino volgare. Si aggiungono alla lista le popolazioni della Tokyo del periodo Edo, Londra e Il Cairo, che dovettero variare la propria lingua per evitare omofonie con quelle dei nuovi arrivati in città e, quindi, per distinguersi da loro. Si rimarca anche l’origine germanica dell’inglese, accanto al quale, nell’Inghilterra invasa dai Normanni, fu imposto il francese. Si creò così una spaccatura lessicale: la frangia altolocata parlava in francese mentre la plebe in sassone.
La parola scritta, parlata e tramandata continua a ricoprire un ruolo essenziale nella retorica, appunto, degli imperi. Basti citare il cosiddetto “mito”, la favola che indirizza il pensiero unico e forte. Come non ricordare l’Odissea, similitudinario racconto sul frazionato regno greco annientato da potenze straniere (i Proci), e sulle origini troiane di Roma, che ha attinto dalla mitologia greca un eroe come Enea quale artefice della sua fondazione per accostare virtù guerresche alla propria civiltà. O il mito di Pan, dio morto per sugellare il transito da politeismo a cristianesimo? O il mito che viene manipolato per alimentare teorie antropologiche, genetiche, parentele etniche e personaggi storici “di successo”: ne è dimostrazione la dicotomia nell’epopea di Alessandro Magno, perfino ritenuto persiano dagli Iraniani. Oppure Gengis Khan, spregevole dittatore per i Turchi ansiosi di distanziarsi geneticamente dagli Asiatici e, al contrario, eroe nazionale per i Mongoli? Oppure ancora il mito creato da certo cinema, che ha redento il vecchio Sud razzista e segregazionista degli Stati Uniti in “Far West” inclusivo.
Fabbri conclude la sua opera “assolvendo” la religione da tutti i capi d’imputazione che, nei millenni, l’hanno additata come trigger di innumerevoli guerre. Secondo le sue teorie, la religione è stata sempre e solo un pretesto o un’arma per stringere alleanze, staccarsi da un impero, affermare la propria identità. Null’altro. A suffragio della sua tesi, racconta di come gli Arabi abbiano sapientemente creato l’islam per fondere le varie tribù e unirsi contro Costantinopoli. O di come Indiani e Persiani si siano divisi per affermarsi come popoli a sé, al di fuori di ogni scisma religioso. Medesime considerazioni vanno fatte per le dottrine, mai sposate per cause morali e sincero convincimento, piuttosto usate ad arte per unificare. È successo nella Cina che ha, paradossalmente, adottato il comunismo (la più occidentale delle teorie, in barba alla risaputa sinica diffidenza verso l’occidentalismo e le sue creature). Perché una massa unita è più facile da controllare rispetto a un libero individualismo. La sempreverde politica del divide et impera che, in questo caso, casca a fagiolo.
Dario Fabbri è un giornalista ed esperto di geopolitica tra i più noti del panorama italiano, direttore e fondatore della rivista specializzata Domino. Tra i suoi scritti si ricordano Geopolitica umana: capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne (Gribaudo, 2023) e Atlante storico. Dal Novecento ai giorni nostri (Gribaudo, 2024).
Fabbri racconta con appassionato spirito analitico le trasformazioni e le mutazioni linguistiche avvenute nel corso della storia. Di parole che cambiano al passo della geopolitica. Stila una grammatica dei popoli, arricchita da una profonda ricerca documentale. Il suo è un lessico forbito, intriso di tecnicismi. Non è di facile intuizione e lettura, anche perché la sua è una materia relativamente nuova. La geopolitica che, balzata agli onori della cronaca in questi ultimi anni, è divenuta estremamente importante per interpretare un mondo che diventa via via più complesso.
Il destino dei popoli vuol essere abbastanza ostico, eppure è squisitamente interessante. L’abilità e il merito di Fabbri sono proprio quelli di provare a trasmettere il suo grande sapere e le sue visioni in un testo non troppo lungo. Ci riesce bene, in quello che figura come un trattato visionario, nonché controcorrente. L’autore, infatti, confuta la pedagogia scolastica; ribalta assiomi storici tramandati da non si sa quanto e intrinseci agli insegnamenti d’ogni ordine e grado.
Alla fine, il mondo – come la storia – può essere visto da diverse angolature. La nostra prospettiva può essere opposta a quella degli altri. L’importante è rispettarla. Prima però bisogna studiare, avere curiosità.
La parola spiega il mondo. La parola di Fabbri, come in questo suo libro.
Il libro in una citazione
«Soltanto riconoscere la complessità delle vicende umane, non riducibile a nessuno scontro ideologico, a nessun intervento dei singoli, a nessuna politica economica, ci scherma dai complottismi.»
17 dicembre 2025
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