Nell’urban fantasy d’esordio di Marta Mulè e Francesco Salvatore tre giovani con il dono di viaggiare nelle esistenze già vissute si ritrovano nel bel mezzo di un conflitto che mette in risalto il delicato passaggio all’età adulta
di Chiara Boccardo

Le vite di ieri. Cronache delle Anime e del Caos
Autori: Marta Mulè, Francesco Salvatore
Editore: Gallucci
Anno edizione: 2025
Genere: Fantasy
Pagine: 480
Consigliato a chi ama le storie in cui il fantastico non sovrasta l’aspetto umano.
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… per chi ama ambientazioni accademiche dense di misteri, società segrete e un sovrannaturale che convive con il quotidiano.
Ci sono libri che si muovono in territori già noti – l’urban fantasy, la formazione, il romance – eppure riescono a farlo con un passo proprio, mescolando elementi familiari e intuizioni personali. Le vite di ieri di Marta Mulè e Francesco Salvatore appartiene a questa categoria: un romanzo che non pretende di reinventare il genere, ma che lo abita con consapevolezza, entusiasmo e una sorprendente maturità, soprattutto per due autori esordienti.
È il primo volume della trilogia Cronache delle Anime e del Caos e la sensazione, fin dalle prime pagine, è di entrare in un universo narrativo costruito con cura: un mondo dove la memoria non è solo una faccenda psicologica, ma un nodo metafisico; dove la città di Roma si lascia attraversare da correnti sottili, invisibili, che collegano presente e passato; e dove tre diciannovenni – Alessandro, Margherita e Lorenzo – scoprono che diventare adulti è complicato anche senza dover fare i conti con le vite che hanno già vissuto.
La Roma che ci viene raccontata non è “da cartolina”, ma è una città che vive la fine del millennio con i suoi contrasti: l’energia di un’epoca che cambia, il timore del futuro, la percezione di un passaggio. In questo scenario, tre ragazzi si trovano a varcare la soglia di una verità che mette in crisi sia ciò che credono di essere sia ciò che immaginano di diventare.
Alessandro scopre di essere un Viaggiatore: uno dei pochissimi individui dotati della capacità di compiere dei Ritorni, esperienze immersive nelle proprie vite precedenti. Non si tratta di sogni né di allucinazioni: durante un Ritorno, la mente abita un altro tempo, un altro corpo, un altro destino. Non è solo un potere: è un fardello. Accanto a lui, nella Fondazione, situata sull’Isola Tiberina, emergono le figure di Margherita e Lorenzo. Anche loro, ciascuno con le proprie fragilità, scoprono di essere legati a un ciclo di reincarnazioni che intreccia le anime: quelle che vengono chiamate Anime Affini (sei per ognuno) e una sola Anima Gemella, destinata a riapparire in ogni vita, in forme diverse.
La storia cresce gradualmente, come un’onda che si carica. Il romanzo non ha fretta: prende tempo per farti affezionare ai tre protagonisti, per farti respirare le loro giornate, per spiegarti le regole di questo mondo segreto. Ma quando Lorenzo viene aggredito da tre sconosciuti che vogliono costringerlo a un Ritorno, tutto cambia.
La Fondazione rivela allora l’esistenza dei Figli del Caos: un gruppo di ex Viaggiatori che, per aver manipolato il passato, hanno perso il dono e ora vivono ai margini, in bilico tra nostalgia del potere e desiderio di rivalsa. Sono la parte oscura del sistema, la prova che la conoscenza delle vite precedenti può guarire, ma può anche corrompere. Da qui, la narrazione imbocca sentieri più tesi, più ricchi di ombre. Perché il romanzo, con intelligenza, non offre mai risposte semplici: ogni scelta ha una crepa, ogni soluzione la sua zona d’ombra.
Nel mondo costruito da Mulè e Salvatore l’identità non è un punto fermo, ma una materia viva che si estende oltre i confini della singola esistenza. Le vite passate non sono un semplice “dietro le quinte” evocativo: hanno un peso che si deposita nel presente e lo condiziona, anche quando non si affaccia subito alla memoria cosciente. La capacità dei protagonisti di rivivere ciò che la loro anima ha attraversato prima della nascita rende concreta questa continuità: ogni Ritorno porta con sé un’emozione, un frammento di esperienza, una responsabilità che non appartiene solo al tempo in cui vivono ora. Ciò che sono stati non è del tutto separato da ciò che sono, e la crescita personale dei tre ragazzi si intreccia in modo stretto con il processo di riconoscimento – non sempre facile – di tracce lasciate da epoche lontane.
All’interno di questa dinamica si inserisce il sistema delle Anime Affini e dell’Anima Gemella, che conferisce alle relazioni un valore più profondo e meno casuale. I rapporti che nascono nel presente sono sostenuti da un legame preesistente, da un filo che si tende attraverso più incarnazioni e che unisce le anime in gruppi di appartenenza destinati a ritrovarsi. Non si tratta di un’imposizione rigida, ma di una struttura che rende le connessioni più dense, più stratificate, come se ogni incontro avesse alle spalle una lunga storia sotterranea. L’affinità non viene vissuta come un destino prestabilito, bensì come una forza che dà spessore ai sentimenti: a volte conforto, a volte disorientamento, perché riconoscersi non significa capire subito come ci si deve comportare. Questo legame antico influisce sulle scelte dei personaggi e sulle loro tensioni affettive, dando al romanzo una dimensione emotiva che non si limita alla superficie della vita quotidiana.
Nel mondo dei Viaggiatori, però, la consapevolezza del passato porta con sé anche il peso della responsabilità. Il dono dei Ritorni è uno strumento potente, capace di illuminare e ferire allo stesso tempo, e non tutti lo affrontano nello stesso modo. Se la Fondazione rappresenta il tentativo di custodire un equilibrio – rispettando le leggi che regolano il rapporto tra passato e presente – i Figli del Caos incarnano la deriva opposta: quella di chi, potendo intervenire sulla storia, ha tentato di modificarla. La loro presenza ricorda che la conoscenza può diventare pericolosa quando smette di confrontarsi con i limiti. Il Caos, in questa narrazione, non è un’entità astratta, ma l’effetto di scelte che infrangono il patto fragile tra ciò che è stato e ciò che deve continuare ad accadere. L’ombra che queste ultime recano con sé non è solo minaccia esterna, ma anche monito interno, perché mostra in che modo il dono, se usato senza misura, possa travolgere anche chi ne è portatore.
Allo stesso tempo, Le vite di ieri rimane un romanzo di formazione, dove il percorso straordinario dei protagonisti non annulla quello più ordinario: diventare adulti. Alessandro, Margherita e Lorenzo affrontano dubbi e domande che appartengono al loro tempo – l’amicizia che cambia forma, la scoperta della propria identità, le prime relazioni affettive che lasciano il segno – e tutto ciò avviene mentre cercano di gestire un potere che amplifica ogni incertezza. Il loro rapporto con la Fondazione è anche un passaggio di crescita: un ambiente carico di regole e aspettative, in cui devono trovare una collocazione, capire a chi affidarsi e quando, invece, prendere distanza. Le emozioni che provano, le relazioni che costruiscono e gli smarrimenti che li accompagnano sono trattati con la stessa importanza di ogni altro elemento del loro percorso.
Roma, infine, contribuisce a dare profondità a tutti questi temi. La città – sospesa tra un passato monumentale e l’attesa di un nuovo millennio – riflette la condizione dei protagonisti, divisi tra ciò che è stato e ciò che ancora non sanno di diventare. La Fondazione sull’Isola Tiberina, con la sua presenza nascosta nel cuore della metropoli, incarna perfettamente il senso di doppio livello del romanzo: sopra c’è la vita comune, sotto corre la trama segreta delle anime che si reincarnano. La città non è solo ambientazione, ma anche cassa di risonanza: un luogo, dove storia e presente convivono, specchio ideale per un racconto che si fonda proprio su questa sovrapposizione.
Il romanzo, dunque, tiene insieme crescita personale, legami profondi che superano una sola esistenza, responsabilità nei confronti della memoria e tensione tra ordine e disordine. Tutto scorre in modo unitario: non esistono sezioni staccate, ma un unico movimento in cui vita quotidiana, mistero e introspezione si intrecciano, dando forma a una narrazione che utilizza il fantastico per ampliare il campo emotivo e interiore dei suoi protagonisti, senza mai perdere contatto con le loro realtà più umane.
Lo stile delle Vite di ieri si colloca in una zona in cui l’urban fantasy incontra la narrativa di formazione, e questa fusione influenza sia il ritmo sia il tono complessivo del romanzo. Mulè e Salvatore adottano una scrittura che alterna momenti di forte interiorità a passaggi in cui prevale la tensione, mantenendo però sempre una chiarezza espositiva che rende il libro accessibile. Il linguaggio non indulge mai in un registro artificiosamente solenne; al contrario, conserva una naturalezza che permette ai personaggi di respirare come adolescenti a fine anni Novanta, con le loro esitazioni, il loro entusiasmo e quella particolare fragilità che accompagna l’ingresso nell’età adulta.
Le sezioni dedicate ai Ritorni sembrano costruite in modo da distinguersi senza rompere la continuità della narrazione: il tono si fa più sfumato, più attento alle sensazioni, come se la scrittura stessa si dilatasse per accogliere il passaggio da un tempo all’altro. Non si tratta di un cambiamento brusco, ma di una modulazione: i mondi che affiorano dal passato non diventano scenari estranei, bensì proiezioni emotive che dialogano con ciò che i personaggi vivono nel presente. La scelta stilistica di non separare nettamente le due dimensioni permette al lettore di percepire il viaggio temporale non come un artificio narrativo, ma come un’estensione naturale dell’esperienza interiore dei protagonisti.
Nei capitoli più legati al conflitto con i Figli del Caos, il ritmo cambia ancora: diventa più serrato, più attento ai movimenti dei personaggi, agli spazi, agli imprevisti. Anche qui lo stile rimane coerente con ciò che il libro promette: non vira verso l’azione pura, ma introduce tensione, inquietudine, la percezione concreta di una minaccia. La narrazione si concentra sulle reazioni dei protagonisti, sulle loro paure e sulla loro necessità di capire come muoversi in un territorio che non è più soltanto quello della scoperta, ma anche quello del pericolo.
Nel complesso, Le vite di ieri è caratterizzato da una sobria fluidità: non scommette mai sull’effetto ricercato, non mira all’enigma linguistico, ma preferisce un equilibrio tra introspezione, atmosfera e narrazione lineare. È un tipo di scrittura che accompagna i personaggi e non li sovrasta, che permette ai temi del romanzo di emergere naturalmente, senza appesantire il ritmo né semplificare troppo la complessità del mondo in cui si muovono.
Marta Mulè e Francesco Salvatore arrivano entrambi da percorsi solidi: lei ha una formazione giuridica e criminologica che affina lo sguardo sui lati più complessi dell’animo umano, lui con radici negli studi classici e un lavoro nell’editoria. Il loro romanzo d’esordio riflette questa doppia anima: una scrittura attenta ai dettagli psicologici e, allo stesso tempo, capace di collocare la storia dentro una struttura articolata, pensata per estendersi lungo una trilogia.
Le vite di ieri si presenta come un romanzo in cui il soprannaturale non è un artificio, ma un modo per amplificare la complessità dell’esperienza umana. Le vite anteriori, le affinità che attraversano il tempo, il conflitto tra Ordine e Caos e la fragilità di una generazione che si affaccia al nuovo millennio si intrecciano in un’unica trama che parla di crescita, di appartenenza e peso delle scelte. La storia non procede per contrasti netti, ma per sovrapposizioni: ciò che è stato continua a riverberare nel presente, e il presente, a sua volta, diventa inevitabilmente una soglia verso ciò che i protagonisti saranno nei libri successivi.
Gli autori riescono a costruire un universo riconoscibile e allo stesso tempo capace di aprirsi a dimensioni più ampie, dove il passato non smette mai davvero di agire. La forza del romanzo sta nella naturalezza con cui lega emozioni, mistero e formazione, senza sacrificare nessun elemento a favore dell’altro. Ne risulta una storia che lascia il lettore con la sensazione di aver attraversato non solo un percorso narrativo, ma anche una traiettoria interiore, come se ogni pagina contenesse un’eco delle vite che ciascuno di noi, metaforicamente o meno, porta con sé.
Il libro in una citazione
«Se non riuscivamo a scorgere l’orizzonte era solo perché non eravamo pronti a cercarlo davvero, perdendoci invece nelle ombre di chi era venuto prima di noi.»
13 dicembre 2025
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