Nel romanzo amato dalla Premio Pulitzer Donna Tartt, la canadese Rohan O’Grady affronta il peso dei traumi e le conseguenze dell’isolamento sulla salute psichica
di Sabrina Colombo

La maledizione dei Montrolfe
Autrice: Rohan O’Grady
Traduttrice: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza
Anno edizione italiana: 2025
Anno prima edizione: 1962 (Usa)
Genere: Horror & Gotico
Pagine: 253
Consigliato agli appassionati di racconti del terrore e favole nere, a chi apprezza letture caratterizzate da differenti livelli d’interpretazione.
Secondo Dopoguerra. John Montrolfe – ultimo discendente di una nobile famiglia britannica – pone fine a un lungo soggiorno in Canada e torna al maniero ricevuto in eredità, Cliff House, collocato nel villaggio immaginario di Forsham, non lontano dalle selvagge coste di Albione.
John, scienziato di chiara fama, soffre di disturbi fisici e psicologici: è – ma lo è veramente? – affetto da zoppia e da numerosi altri deficit corporali; per timore di suscitare ilarità in chi si ferma alle apparenze del suo aspetto si autocondanna alla solitudine. Anni di studio matto e disperatissimo e una vita riservata hanno esacerbato le sue insicurezze relazionali.
Nell’isolata dimora, parzialmente in rovina, ritrova – insieme alla bisbetica tata novantenne – un manoscritto che contiene il resoconto dell’amore contrastato tra un suo avo (Max Fabian) e la giovane orfana di umili origini Catherine Barton, bella, scaltra, insolitamente colta, determinata a farsi strada con ogni espediente.
Ripercorrendo le tappe salienti della relazione sentimentale impossibile tra Fabian e Catherine, che si svolge nel passato, ma che in modo misterioso sembra riproporsi anche nel presente, John riuscirà ad affrontare i demoni interiori che lo paralizzano, ben più minacciosi degli spettri che si aggirano per Cliff House.
In La maledizione dei Montrolfe Rohan O’Grady ricorre a una prosa semplice, piacevole, di immediato approccio, ricca di dialoghi, come ogni favola che si rispetti: si alternano il racconto in prima persona dell’ultimo Lord Montrolfe, il diario segreto di Catherine Barton e la trascrizione processuale (un poco più complessa e farraginosa per imitare il linguaggio burocratico) delle peripezie che condussero Fabian e Catherine a sfidare la legge in un tempo lontano dominato dal principio del predominio del più forte: il finale, metaforico, intreccia fantasia e realtà.
L’opera di O’Grady è criptica e si presta a più piani di lettura – più che “dire” preferisce “alludere”. L’autrice si affida al Gotico e al Romanticismo (Forsham richiama Orsham, città natale di Percy Shelley) per interrogarsi sul tema delle apparenze, del peso dei traumi, delle conseguenze dell’isolamento sulla salute psichica.
Pubblicato in lingua originale nel 1962 e corredato dalle illustrazioni di William Gorey, il romanzo propone un personaggio femminile ricco di temperamento, che tiene testa a uomini violenti e privi di scrupoli, capaci di attentare all’integrità di una fanciulla in molti modi, uno peggiore dell’altro.
In un’epoca di grandi cambiamenti – gli anni Sessanta – in cui la donna inizia ad acquistare la consapevolezza di essere un soggetto indipendente in grado di svincolarsi dal predominio culturale maschile, l’impressione è che O’Grady voglia proporre un personaggio femminista e provocatorio, ribelle, anticonformista, che alterna forza a fragilità, furbizia a ingenuità, sensualità a candore.
Rohan O’Grady – pseudonimo di June Margaret O’Grady Skinner (1922-2014) – è stata una scrittrice canadese di romanzi gotici, moglie di un giornalista e madre di tre figli. Faticò a imporsi nell’ambiente letterario per la cifra particolare dei suoi scritti, apertamente simbolici e polisenso, che miscelavano tinte macabre e ironia corrosiva e superavano le convenzioni di genere; negli anni Ottanta si ritirò definitivamente a vita privata, salvo essere poi rivalutata con il nuovo millennio, soprattutto nei Paesi di cultura anglosassone, anche grazie all’interessamento della Premio Pulitzer Donna Tartt.
Il suo romanzo più noto, Uccidiamo lo zio (1963), in Italia pubblicato solo nel 2021 da WoM, è stato un caso editoriale e ha esercitato una certa ispirazione nell’ambiente artistico: nel 1966, poco dopo l’uscita, William Castle ne ha tratto il film Gioco Mortale, commedia nera cult; nel 1991 il cantautore britannico Morrissey ha realizzato il suo secondo album da solista (Kill Uncle) ispirandosi alle suggestioni e atmosfere cupe, decadenti e romantiche dell’opera di O’Grady.
Il libro in una citazione
«Senza nemmeno riflettere corsi al suo fianco, la trascinai via dallo strapiombo e me la strinsi al petto. E allora – mio Dio – accadde.»
2 dicembre 2025
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