Con uno stile molto incisivo la nota giornalista d’inchiesta Elena Kostjučenko racconta il degrado e la desolazione morale del suo Paese dall’ascesa di Putin alla guerra contro l’Ucraina
di Raffaele Nuzzo

La mia Russia. Storie da un Paese perduto
Autrice: Elena Kostjučenko
Traduttori: Maria Castorani, Martina Mecco, Riccardo Mini, Giulia Sorrentino, Francesca Stefanelli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2023
Genere: Reportage
Pagine: 445
Consigliato a chi è appassionato di reportage e inchieste su temi sociali ed è interessato alla Russia di Putin, alle storie di vite difficili e alle analisi sociali di un territorio.
Se ti interessa, leggi anche
La fine del regime di Alexander Baunov. Traduzione di Riccardo Mini. Silvio Berlusconi Editore 2025
… perché tratta vicende relative al governo di Putin.
Se ti interessa, guarda anche
Child 44. Il bambino n. 44 di Daniel Espinosa (thriller/drammatico, Usa 2015)
… perché ambientato nella Russia staliniana delle purghe e dei depistaggi.
Il giornalismo può considerarsi la più antica attività di diffusione dell’informazione. Oltre al rispetto della regola delle “5 W” (Who, What, When, Where, Why), basilari per circostanziare un fatto, ai giornalisti pubblicisti e professionisti è richiesta onestà intellettuale e imparzialità. E non è per nulla semplice fare fino in fondo questo mestiere quando si ha a che fare con qualcosa di vicino e familiare. Come il Paese d’origine, per esempio. Peggio se, per un modesto compenso e solo per aver assolto ai doveri di cronaca, la propria vita viene messa a repentaglio. Perché quella del giornalista non è una professione qualunque, specie a determinate latitudini. È una missione, talvolta anche molto pericolosa.
Elena Kostjučenko conosce senz’altro l’argomento e cattura immediatamente l’attenzione del lettore già nel prologo del suo La mia Russia. Storie da un Paese perduto, con un commovente flashback, che ci riporta negli anni Novanta. Quelli appena dopo il crollo del muro di Berlino, della distopica società russa, del “cattivo” Boris El’cin, che traghettò – in una catastrofica metamorfosi – il Paese da URSS a Russia. L’autrice visse le conseguenti ripercussioni economiche in tutta la loro cocente interezza, nella misera isba dov’è cresciuta e dove bastava ci fosse una stufa per ottenere l’agibilità.
Il viaggio inizia dall’HZB, ospedale moscovita dismesso da decenni e divenuto ricettacolo di strampalati avventori, microcosmo di gioventù bruciate da alcol, droga e famiglie disfunzionali. Per qualcuno addirittura rifugio, terra di nessuno, off-limits, discarica sociale e, non di meno, attrazione per turisti in cerca di adrenalina. Kostjučenko mette subito il governo davanti alle sue responsabilità: cattedrali nel deserto trasformate in dimora di diseredati e cattiva gestione dei trasporti pubblici. Dimostra, intervistando, quanto treni soppressi e variazioni di orari e fermate abbiano inciso negativamente su qualità della vita e aumento della disoccupazione. Questo, “solo” nel tratto Mosca-San Pietroburgo, asse che – inutile sottolinearlo – risulta il più importante del Paese. Figuriamoci altrove, vien da pensare.
Azzardare proteste contro lo Stato può costare molto caro. Pare che cittadini ribellatisi alle malefatte statali siano scomparsi misteriosamente. Tra essi figurano diversi colleghi di redazione dell’autrice, non a caso impegnati in reportage su temi piuttosto scottanti. Pertanto, se si tiene alla propria sopravvivenza, non resta che adeguarsi e lasciar calpestare i propri diritti. Come nel caso del piano di demolizione delle abitazioni, attuato nei dintorni di Mosca senza tener conto dell’opposizione dei residenti, secondo l’antico e ancora vigente assunto per cui l’interesse collettivo sta al di sopra di quello individuale.
Postulato attuato in una scuola primaria di Beslan, nel settembre 2004 teatro di un sanguinoso attentato per mano di terroristi ceceni. Una crisi che le forze speciali russe hanno risolto senza andare per il sottile, senza la “chirurgia” necessaria a risparmiare la vita di trecentotrenta ostaggi. Della serie, letteralmente, senza farsi nessuno scrupolo, a “buttare via il bambino con tutta l’acqua sporca”. Nell’occasione, la Russia di Putin ha confermato tutto il suo cinismo per la tutela della sicurezza nazionale e poco è importato se la metà delle vittime collaterali erano bambini. Una carneficina che le autorità hanno giudicato sacrosanta per il comune bene di dover abbattere i “nemici dello Stato”. A nulla sono valse le rimostranze dei parenti delle vittime, rimasti perennemente traumatizzati dalla tragedia, per giunta censurati.
E chi dovrebbe difendere il cittadino dagli abusi? Kostjučenko ha potuto constatare quanto il sistema di polizia sia corrotto e parziale, imputridito da bustarelle e mazzette e quanto gli agenti – sovente dediti all’alcolismo – sprezzino le basilari norme di rispetto delle libertà individuali. Ambienti in cui, oltre alla brutalità, dilaga il lassismo e la scarsa voglia di compiere i propri doveri istituzionali.
Una società – autorità comprese – machista, omofoba, che mal tollera orientamenti sessuali fuori dall’eterosessualità e che, al contrario, tollera – se non avalla – atteggiamenti di disprezzo verso la libertà sessuale. Che Kostjučenko, essendo lesbica, ha sperimentato in prima persona.
Tutta questa inefficienza, cozza incredibilmente con lo zelo applicato alle cerimonie formali, in cui la politica sfoggia una marziale macchina statale. Ne è prova l’opulento cambio alla presidenza che si verificò tra Vladimir Putin e Dmitrij Medeved. Una mastodontica organizzazione curata fin nei minimi dettagli affinché tutto filasse per il verso giusto.
Dalle pompose manifestazioni della capitale, dalla Russia occidentale cosmopolita e iperantropizzata, il reportage di Kostjučenko si focalizza poi sulle spopolate lande della tundra, in cui regnano incontrastati l’analfabetismo, l’alcolismo, il contrabbando di vodka a cui qualche funzionario prova a imbastire una vana lotta. Luoghi in cui l’alcol sembra essere un bene primario, un palliativo per una popolazione decimata dagli istinti suicidi, tanto da classificare questo tipo di decessi come “fisiologici”.
Una parentesi viene dedicata agli nganasan, antico popolo dell’estremo glaciale Nord della Federazione, di cui galleggiano tuttora brandelli di un’orgogliosa identità scampata alla russificazione forzata perpetrata dal regime sovietico.
L’autrice affronta inoltre lo spinoso tema delle guerre scatenate dal suo Paese, sulle quali mantiene una netta posizione di contrarietà. Guerre quasi mai ufficialmente dichiarate. Ipocrite operazioni in “false flag”, come quella dello scippo della Crimea all’Ucraina e il relativo occultamento dei caduti in battaglia, da lei opportunamente indagate.
Dal tema della guerra si passa a quello dell’ambiente, esplorato attraverso quanto è accaduto a Noril’sk nell’estremo Settentrione russo, sede della Nornickel, azienda leader mondiale nell’estrazione di minerali. Era il 29 maggio 2020, il giorno in cui ventunomila tonnellate di petrolio si riversarono nel fiume Daldykan, a seguito di un guasto nell’impianto industriale. Facile immaginare le proporzioni del disastro ambientale che ne seguì e che mostrò subito le sue evidenze in moria e mutazioni genetiche della fauna ittica fluviale. Autorità compiacenti e omissioni a vari livelli hanno tenuto la Nornickel ben lontana da chiari capi d’imputazione. Dinamiche che si rivedono – enti governativi assenti o prostrati a privati oppure, ancor peggio, prepotenti con i più deboli – a Raznocinovka, in un istituto per bambini con ritardo mentale e in un altro istituto psichiatrico dove Kostjučenko trascorre un periodo insieme agli internati.
Si conclude con l’ultima drammatica iniziativa bellica della Russia di Putin: la guerra d’Ucraina, scientemente derubricata a “operazione militare speciale”. La giornalista segue gli eventi da Mykolaïv, città prossima al fronte.
Kostjučenko ha lavorato come reporter per diciassette anni alla Novaja Gazeta (chiusa nel 2022 dalle autorità russe), dove ha potuto conoscere e apprezzare Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista russa assassinata a Mosca nel 2006. Con La mia Russia. Storie da un Paese perduto ha vinto il Premio Stampa Europea, il Premio Bucerius-Free Press dell’Europa orientale e il Premio Paul Klebnikov. Ha lasciato il Paese e attualmente collabora con Meduza, media russo indipendente con sede all’estero.
In La mia Russia. Storie da un Paese perduto si assiste a una mescolanza di stili e linguaggi. Quando Kostjučenko visita le periferie, raccontando i reietti, gli ultimi, il registro è duro, rabbioso, da strada, finanche volgare e sboccato. Un linguaggio colorito che le serve per calarsi nella parte, descrivere una Russia che viene nascosta dai media asserviti al potere, da giornalista appassionata che vive e vede realtà crude e amare. Sa rendere l’idea, a colpi di periodi concisi ma pungenti e precisi, che mirano dritti al cuore del lettore.
Quasi ovunque nel libro, la scrittura è asciutta, lesta e molto schietta. I pensieri sono costruiti a piccoli mattoncini, sul formato anaforico. Sovente, potrebbe definirsi telegrafica e piuttosto esaltante i concetti passati in rassegna. Cioè senza fronzoli, che documenta quanto visto, rendendolo più nudo e crudo possibile. Del resto, lei ha il difficile compito di narrare contesti drammatici. E ci riesce benissimo, riesce a esaltarli con descrizioni seppur minimali e cupe, assolutamente incisive. Un modus scribendi che riesce a essere coinvolgente, a tenere sulle spine il lettore.
Quando si ritrova poi alle prese con le indagini ambientali a Noril’sk, adotta un linguaggio estremamente tecnico, appreso da periti e ambientalisti, volto a spiegare scientificamente e tecnicamente quanto accaduto. In tutti i casi non manca la suspense. Se non fosse vero tutto ciò di cui scrive, si penserebbe a un romanzo di spionaggio, tante sono le macchinazioni, gli insabbiamenti, i depistaggi clamorosi che si possono leggere nel disastro della Nornickel. Sia in quest’ultimo sia in quello di Raznochinovka, si ha la sensazione che, nei rari momenti in cui giustizia è compiuta per azioni orribili, il muro che cingeva e copriva nefandezze e abusi viene ricostruito più alto di prima. In modo che il bene non possa trionfare mai sul male.
Sono trame agghiaccianti, appunti di una pesca nel torbido in un Paese immenso e immensamente complicato. Ogni cosa è particolareggiata, a Kostjučenko nulla sfugge, analizza e appunta tutto e gli eventi che mette su carta sono vivi e dinamici. La sua conoscenza di fatti e persone è abbondantemente approfondita. Si percepisce che deriva dalla sua “fame” di notizie. E nulla nel suo scritto è banale, poiché le sue parole hanno lo scopo di denudare la condizione umana in posti in cui purtroppo non di rado si vorrebbe il suo annichilimento. O annientamento psicologico.
L’autrice è una giornalista empatica, raccoglie tutte le informazioni possibili presso i suoi interlocutori, si cala tout court nelle esperienze che narra. Perciò, il suo libro è una testimonianza vera, autentica, che denuncia una società malata, testosteronica, che non tollera debolezze, menomazioni. Forse per certi versi superomista, biologicamente selettiva.
La mia Russia. Storie da un Paese perduto ci insegna l’importanza del giornalismo saggio come baluardo contro gli abusi, come sentinella coraggiosa su storie che si ripetono, mostri che ritornano, segugio di orrori. Romanzi di vite reali, di mondi difficili, in un’epoca in cui spadroneggia la disinformacja, quella che fu cara proprio al regime sovietico.
Un mondo dell’informazione fiaccato e infetidito da opinioni artificiali, fake news; infestato da bot comandati da remoto, giornali avvezzi al clickbait e tutte le armi di “distrazione” di massa che pilotano le coscienze, le elezioni, gli umori di popolo. In una giungla così fitta, giornalisti come Kostjučenko si erigono a esempi da emulare e restano portatori di verità. Scomode soprattutto.
Il libro in una citazione
«Denis era ucraino. Io sono una russa che, per professione, scrive di come ucraini e russi si uccidono a vicenda. Insieme cercavamo di migliorare il mondo dove ci era possibile: in un minuscolo appartamento alla periferia di Mosca.»
30 novembre 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA




