L’enciclopedico romanzo dell’indimenticato David Foster Wallace offre un’esperienza di lettura unica per gli argomenti di approfondimento psicologico e sociale e l’innovativa struttura letteraria
di Elisa Vuaran

Infinite Jest
Autore: David Foster Wallace
Editore: Einaudi
Traduttori: Edoardo Nesi, Annalisa Villoresi, Grazia Giua
Anno edizione: 2016
Anno prima edizione: 1996 (Usa)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 1296
Consigliato a chi apprezza i libri di Chuck Palahniuk (per affinità stilistica).
Siamo a Boston, Usa. O meglio, nel luogo che è poi diventato, non senza malumori da parte soprattutto dei canadesi, l’Onan (Organizzazione delle nazioni americane del Nord) e che comprende Stati Uniti, Messico e Canada, e parte del territorio settentrionale che si trasformato, semplicemente, in una discarica.
In un futuro prossimo non chiaramente precisato, ma verosimilmente vicino alla data di pubblicazione dell’edizione originale (1996) e comunque collocabile entro la prima decade degli anni Duemila, l’America ha ormai smesso di contare gli anni secondo un ordine cronologico. Per decisione del suo Presidente-cantante, ogni anno ha invece il nome di un prodotto commerciale che sponsorizza le attività governative
Sulla collina che domina la città sorgono, una a fianco all’altra, la Enfield Tennis Academy, rigida scuola per giovanissimi prodigi sportivi controllata dalla curiosa e disfunzionale famiglia Incandenza, e la Ennett House, luogo di disintossicazione e recupero per tossicodipendenti dove presta servizio l’ex ladro d’appartamenti Don Gately. Qui, galleggiando, si toccano i destini di tutti i personaggi spinti alla deriva, le cui vite ruotano più o meno inconsapevolmente attorno alla diffusione di una pericolosa “cartuccia” audiovisiva, nota semplicemente come ”l’Intrattenimento” che pare essere così attraente da condannare gli spettatori alla perpetua visione e che il temibile gruppo sovversivo canadese degli Assassini su Sedie a Rotelle sta cerando di accaparrarsi prima che finisca nelle mani della fazione politica opposta.
Sarebbe complesso, oltre che inutile, approfondire ulteriormente la trama di un tomo di quasi milletrecento pagine: il valore di Infinite Jest, non a caso definito enciclopedico, non risiede tanto nello sviluppo di una storia (che in effetti non sembra sempre progredire granché verso una risoluzione e anzi, si fa a tratti addirittura più convoluta) quanto negli argomenti, nell’approfondimento psicologico e sociale, e nell’innovativa architettura letteraria.
Nonostante la presenza di adolescenti tra i protagonisti, la nota opera di David Foster Wallace non è un vero romanzo di formazione e, nonostante i tentativi di redenzione di certi personaggi, non racconta alcun viaggio dell’eroe: Infinite Jest (che nei piani dell’autore doveva intitolarsi, significativamente, A failed entertainment) è un affresco della ricerca della felicità e dell’identità nella moderna società, nello specifico quella di cultura americana, ma con estensione anche universale, con particolare enfasi sugli ostacoli insiti nel percorso. Centralissimi sono i temi delle dipendenze, dei disturbi psichiatrici, delle relazioni famigliari e della pressione imposta dalle aspettative.
La struttura si snocciola attraverso flashback e flashforward, ritagli di articoli, conversazioni, flussi di coscienza, repentini cambi del punto di vista narrativo, documenti tecnici, copioni cinematografici e, soprattutto, circa quattrocento note a margine, che rendono conto quasi di un decimo del volume e che ne rappresentano una parte imprescindibile.
È perciò comprensibile che il primo centinaio di pagine possa essere frustrante, ma una volta entrati nel vivo del meccanismo la lettura si fa più scorrevole permettendo di apprezzare la varietà di registri linguistici e la ricercatezza lessicale – che non significa necessariamente raffinatezza – di David Foster Wallace: scegliere le giuste parole per dare voce ai pensieri di un tossicodipendente in preda a una crisi di astinenza richiede una sensibilità del tutto diversa da quella che serve a far parlare, nelle stesse pagine, un istruito cittadino del Québec con le sue incursioni grammaticali in francese.
Lettori e lettrici non si lascino scoraggiare: l’iniziale fatica sarà ripagata da una lettura tragicomica, ricca di colore e che lascerà a lungo di che riflettere.
Il libro in una citazione
«(…) Pemulis pensa che Schacht prenda ogni tanto le sostanze un po’ per la stessa ragione per cui bevono superalcolici quelle persone che normalmente non finiscono nemmeno i loro cocktail di frutta: per rendere un po’ diversa e più interessante la loro stressante vita interiore che però è fondamentalmente ok, e non cercano niente più di questo, non cercano sollievo; è un po’ come una forma di turismo; (…).»
10 novembre 2025
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