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Libri per chi ama davvero leggere

Le Diomedee, un film noir proiettato sulla pagina

Nel suo terzo libro il regista romano Matteo Scifoni narra con resa cinematografica la storia di due rapinatori che si ritrovano a nascondersi a San Domino, isola delle Tremiti che assurge a luogo di purificazione e resa dei conti col proprio destino

di Chiara Boccardo

La copertina del libro "Le Diomedee" di Matteo Scifoni (Edizioni Efesto)

⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 4 su 5.

Le Diomedee
Autore: Matteo Scifoni
Editore: Efesto
Anno edizione: 2025
Genere: Gialli & Noir
Pagine: 300

Consigliato a chi ama le storie di confine, a chi crede che la fuga non sia una soluzione.

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Un noir teso e disincantato in cui la colpa e la ricerca di redenzione si inseguono come onde.

Ci sono romanzi che si leggono come se fossero viaggi, non tanto per la distanza che ci fanno percorrere, ma per la profondità in cui ci trascinano. Le Diomedee dello scrittore e regista romano Matteo Scifoni appartiene a questa categoria rara: un noir mediterraneo, che unisce l’urgenza del racconto criminale alla lentezza contemplativa del mare, la tensione morale dei personaggi all’immobilità sospesa delle isole Tremiti. In questo equilibrio di contrari, Scifoni trova la propria voce più matura, consegnandoci un romanzo che non si limita a raccontare una fuga, ma la trasforma in una ricerca di sé, in un ritorno alle origini, in una resa dei conti con il destino.

La storia inizia a Roma, in una periferia che non conosce redenzione, dove vive Cosimo Spinosi, un uomo segnato da un passato difficile e da una sequenza di scelte sbagliate. La sua esistenza è un insieme di ripensamenti e rimorsi, di errori che si ripetono con la precisione di una condanna. Vive alla giornata, tra lavori occasionali e debiti che non riesce a estinguere, finché un ex compagno di cella, Romeo, detto il Piranha, gli propone un colpo facile: una rapina in un laboratorio orafo a Termoli. È l’occasione di un riscatto tardivo, l’illusione di poter ripartire da capo.

Cosimo coinvolge Flavio Pitagora, amico e complice di una vita, più giovane, con una compagna incinta e il sogno di uscire dalla precarietà. Il colpo sembra semplice, quasi banale. Ma nel noir, come nella vita, la semplicità è solo un inganno momentaneo. Durante la rapina qualcosa va storto, un metronotte interviene, parte uno sparo, e il piano crolla come una casa di carte. Cosimo e Flavio riescono a fuggire con il bottino, lasciando indietro Romeo e gli altri complici. È in quel momento che comincia davvero la storia: la fuga, la paura, la ricerca di un rifugio lontano.

I due uomini s’imbarcano verso le isole Tremiti, un arcipelago che appare, sin dalle prime descrizioni, come un luogo fuori dal tempo. Il mare li accoglie e li imprigiona allo stesso tempo: una tempesta improvvisa blocca i collegamenti con la terraferma, costringendoli a restare sull’isola di San Domino, dove trovano ospitalità nel piccolo bed & breakfast Le Diomedee. È qui, tra il rumore del vento e il grido dei gabbiani, che la fuga diventa introspezione, che il crimine si trasforma in confessione.

L’isola, intanto, diventa un microcosmo chiuso, un laboratorio di emozioni. I complici rimasti sulla terraferma cercano di rintracciarli, il bottino è un peso e una condanna, la tensione cresce mentre il tempo sembra dilatarsi. Il mare non permette fughe, il vento non porta notizie, la vita sull’isola costringe i protagonisti a confrontarsi con se stessi.

Il romanzo procede verso la resa dei conti: non solo con i complici, ma con il passato, con la coscienza, con l’impossibilità di cambiare davvero. Il finale, sospeso e poetico, non chiude ma apre: lascia i protagonisti in una dimensione altra, dove la colpa non è più solo un errore, ma una forma di consapevolezza.

Pubblicato nel 2025 da Edizioni Efesto, Le Diomedee è il terzo romanzo di Scifoni, che ha diretto il film Bolgia totale, esperienza che lascia un’impronta visibile nella sua scrittura. Il suo modo di costruire le scene, di accendere la luce sulle emozioni, di lasciare il silenzio a parlare più delle parole, rivela una mente abituata all’immagine e al ritmo del montaggio. Eppure, in questo libro, la scrittura non è subordinata all’occhio: è la parola a farsi immagine, il suono del mare a farsi racconto.

Tutto in Le Diomedee ruota intorno a un dilemma morale: è possibile riscattarsi? È possibile cambiare la propria natura? Cosimo e Flavio non sono cattivi nel senso tradizionale del termine. Sono uomini che hanno scelto male, che hanno ceduto alla necessità. In loro non c’è la lucida crudeltà del criminale, ma la disperazione di chi non vede alternative. La rapina, più che un gesto di avidità, è un tentativo di liberarsi dal fallimento. Ma la fuga non li libera: li espone. L’isola, in questo senso, è un luogo simbolico di purificazione. Ogni giorno trascorso lì toglie una maschera, costringe i protagonisti a guardarsi senza più alibi. La colpa non è solo per il crimine commesso, ma per tutto ciò che li ha preceduti: le omissioni, i compromessi, i silenzi, i sogni rinnegati.

Scifoni tratteggia questa discesa morale con delicatezza: non giudica, osserva. Mostra l’umanità dietro la colpa, la fragilità dietro la fuga. La redenzione, nel suo racconto, non è mai spettacolare. È fatta di piccoli gesti: un silenzio condiviso, un perdono sussurrato, un gesto di cura inatteso. È una redenzione interiore, che non cancella l’errore, ma lo trasforma in consapevolezza.

Il grande merito dell’autore è quello di costruire personaggi complessi senza appesantirli. Cosimo è un antieroe classico, ma non stereotipato: il suo dolore è silenzioso, trattenuto. Ha dentro di sé una malinconia che lo rende umano, una nostalgia di purezza che emerge nei momenti più inattesi. Flavio è l’amico che funge da specchio e contrasto: più impulsivo, più nervoso, incapace di fermarsi. Tra i due c’è un legame antico, fatto di affetto e rivalità, di fiducia e sospetto. Rita, la donna del bed & breakfast, è il personaggio rivelazione. È una figura enigmatica, quasi archetipica: rappresenta l’isola stessa, la saggezza silenziosa del mare, la memoria delle donne che hanno atteso uomini mai tornati. In lei si concentrano desiderio e perdono, realtà e leggenda. I dialoghi tra Cosimo e Rita sono tra le pagine più intense del romanzo. Pochi scambi, poche parole, ma piene di sottintesi. È un linguaggio fatto di sguardi, di silenzi che pesano più di mille discorsi.

San Domino, la maggiore delle Tremiti, è descritta con precisione e amore. Scifoni la conosce, la sente. L’isola, come ogni isola nella letteratura, è un mondo chiuso, un cerchio magico in cui tutto è amplificato. Ma qui assume anche una valenza spirituale: è il luogo dove il tempo si dilata, dove la realtà perde contorni netti, dove mito e vita quotidiana si intrecciano. È anche un personaggio femminile: accoglie, nutre, ma non perdona. Chi arriva a San Domino deve fare i conti con la propria verità. Per questo Cosimo vi trova una sorta di pace, mentre Flavio la vive come una prigione. In loro due si riflette il doppio volto del luogo: per uno è rinascita, per l’altro è destino.

Scifoni descrive questo rapporto con un linguaggio misurato e poetico: ogni immagine naturale corrisponde a uno stato d’animo. L’isola, in definitiva, non è solo l’ambientazione della vicenda narrata: è la sua chiave di lettura, il suo simbolo più profondo. È il luogo dove tutto accade e da cui nessuno può davvero fuggire.

Nel cuore del romanzo, il mare è più di un elemento naturale: è un personaggio, un’entità viva che osserva, accoglie, giudica. L’autore lo descrive con una lingua densa ma trasparente, capace di rendere ogni onda un’emozione. Il mare delle Tremiti non è idilliaco, non è un luogo turistico: è primordiale, spietato e magnetico, capace di tenere prigionieri i fuggitivi e di purificarli al tempo stesso. Le pagine che raccontano l’arrivo a San Domino hanno la potenza di un rito iniziatico: la barca che si avvicina tra i flutti, le rocce che emergono come statue antiche, l’impressione di entrare in un tempo sospeso. Cosimo e Flavio, fuggendo dal mondo, finiscono in un altrove che non concede dimenticanza. Il mare li separa da tutto ciò che conoscono, ma li costringe anche a guardarsi dentro. Ogni giorno di permanenza sull’isola è un passo verso una presa di coscienza, una discesa dentro la propria colpa.

Leggere Le Diomedee significa assistere a un film che si proietta dentro la mente. La prosa è limpida, essenziale, ma allo stesso tempo musicale. Ogni frase ha un ritmo preciso, una cadenza che richiama il respiro del mare. La scrittura si muove tra due registri: quello realistico e quello lirico. Da un lato, il linguaggio quotidiano dei dialoghi, con le inflessioni regionali e la concretezza della vita vera; dall’altro, la voce del narratore, più poetica, più evocativa, che illumina la scena come una camera lenta. Il ritmo alterna lentezza e accelerazione, come le maree. Le scene d’azione – poche, ma decisive – sono secche e rapide; quelle di riflessione, invece, si dilatano fino a diventare quasi meditative.

C’è, nella sua scrittura, una consapevolezza filmica, ma anche una tenerezza letteraria: non descrive per mostrare, ma per far sentire. Le sue parole non vogliono stupire, vogliono toccare. È uno stile che rispetta il lettore, che lo accompagna dentro le emozioni senza imporre interpretazioni. Scifoni unisce mito e contemporaneità con una naturalezza rara, come se il passato e il presente fossero due facce della stessa onda. Alla fine, quando l’ultima pagina si adagia come fa la risacca dopo l’onda, resta una sensazione nitida: non si scappa da ciò che si è, ma si può imparare a stare in ciò che si è diventati.

Le Diomedee è questo: un libro che non esaspera, non urla, non implora. Ascolta. E nel suo ascolto ci mette davanti a un mare che offre un orizzonte abbastanza largo affinché ciascuno possa, se vuole, riconoscersi.

Il libro in una citazione
«Beh, benvenuto fra noi: la vita è un bordello! Non ci sono mappe e libretti di istruzioni. Uno va avanti come può cercando di fare meno danni possibili.»

7 novembre 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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