In un romanzo esistenzialista ambientato negli anni Sessanta, Yasmina Khadra racconta la vita di un maestro elementare algerino abbandonato dalla moglie e ci fa riflettere su cosa resterebbe di noi se ci venisse tolto tutto quello che possediamo
di Chiara Boccardo

Il sale dell’oblio
Autrice: Yasmina Khadra
Traduzione: Marina Di Leo
Editore: Sellerio
Anno edizione: 2022
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 260
Consigliato a chi ama i romanzi introspettivi, a chi cerca storie che non offrono facili consolazioni, ma invitano a interrogarsi sul senso dell’esistenza.
Se ti interessa, leggi anche
Lo straniero di Albert Camus. Traduzione di Sergio Claudio Perroni. Bompiani 2015
Classico della letteratura esistenzialista che narra la storia di un uomo indifferente e disincantato, che – attraverso un delitto e il processo che ne consegue – diventa il simbolo della condizione umana di fronte all’assurdo.
Ci sono libri che si affrontano come un viaggio nel deserto: non perché siano aridi, ma perché chiedono lentezza, resistenza, capacità di accettare il silenzio e lo smarrimento come parte integrante del cammino. Il sale dell’oblio di Yasmina Khadra è uno di questi. Non è un romanzo che ti cattura con colpi di scena, intrecci complessi o passioni travolgenti: ti cattura perché scava. Perché, invece di offrirti una storia rassicurante, ti obbliga a guardare negli occhi la solitudine, la perdita, il vuoto. È un romanzo che interroga, che costringe a fermarsi e a chiedersi: cosa resta di noi quando tutto quello che credevamo di possedere ci viene tolto?
La vicenda si apre in Algeria, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza. Quello cui siamo introdotti non è solo un contesto storico, ma un paesaggio umano segnato da un passato ingombrante e da un presente incerto. In questo scenario vive Adem Naït-Gacem, maestro elementare. È un uomo ordinario, senza particolari ambizioni, che ha costruito la propria identità su due pilastri: il lavoro e la moglie. Nulla sembra metterlo in discussione finché la donna decide di lasciarlo. Da quel momento tutto crolla: non solo il matrimonio, ma anche l’equilibrio interiore, il senso stesso di appartenenza al mondo. La perdita privata si trasforma in un terremoto esistenziale.
Adem non riesce a reggere la quotidianità. La classe con i bambini si trasforma in un peso insopportabile, le conversazioni diventano con i colleghi un vuoto rituale, le strade della città una gabbia. Ogni gesto che prima dava un senso al suo vivere ora gli appare privo di significato. È come se la realtà avesse perso colore e consistenza. Allora prende una decisione drastica: abbandona tutto. Il lavoro, la casa, la comunità. Se ne va, senza meta, senza progetto, senza sapere dove arriverà. Si lascia alle spalle la vita conosciuta per scivolare in un esilio volontario. Il sale dell’oblio racconta questo errare. Non ci sono eventi clamorosi, perché la vera azione è interiore. Adem cammina, attraversa luoghi e persone, ma soprattutto attraversa se stesso.
Gli incontri che fa lungo la strada – un nano in cerca di amicizia sincera, uno psichiatra che si aggrappa ai libri per non affogare nella propria follia, altri personaggi marginali – non sono deviazioni della trama, ma tappe del suo percorso interiore. Ognuno rappresenta un frammento di umanità che gli si para davanti per costringerlo a specchiarsi, a vedere negli altri la propria fragilità.
Il lettore è trascinato in questo viaggio silenzioso. Adem parla poco e, quando lo fa, le sue parole sono secche, dure, quasi scabre. Ma è proprio il suo silenzio a dire di più: racconta l’abisso del dolore, la chiusura rabbiosa, il rifiuto di ogni legame. Yasmina Khadra sa trasformare i silenzi in linguaggio: ciò che non viene detto pesa quanto ciò che viene espresso, e anzi spesso lo supera. Nel mutismo del protagonista si sente sì il rumore sordo della sua caduta, ma anche la possibilità che da quel vuoto nasca un ascolto nuovo.
La forza del romanzo sta nel modo in cui intreccia trama e temi. Ogni passo del protagonista, ogni incontro, ogni pausa diventa occasione per esplorare la condizione umana. Il tema centrale è la solitudine: quella inflitta dalla moglie che lo abbandona, e anche quella scelta, alimentata dal suo rifiuto di restare. La solitudine è allo stesso tempo condanna e banco di prova. Lo schiaccia, lo annienta, e lo costringe anche a guardarsi dentro. È un deserto che non solo può uccidere, ma che può anche insegnare a sopravvivere con l’essenziale.
Accanto alla solitudine, emerge il tema della libertà. Quando Adem perde tutto – l’amore, il ruolo di marito, la professione, la casa – rimane nudo, privo di legami e di protezioni. È una condizione devastante, che lo getta nell’abisso. Ed è anche una forma di libertà estrema: non possedendo più nulla, non avendo più nulla da difendere, può ricominciare da zero. È una libertà vertiginosa, che fa sì paura, ma che contiene anche un germe di rinascita. In questo senso il romanzo si inserisce nella tradizione esistenzialista: mette in scena l’uomo nudo di fronte all’assurdo, costretto a inventare un senso che non gli viene dato da nessuno.
Non è un caso che Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, abbia sempre avuto a cuore il tema della libertà. Nato in Algeria nel 1955, Moulessehoul è stato a lungo ufficiale dell’esercito. Per poter pubblicare senza incorrere nella censura, scelse di usare il nome della moglie. Questo dettaglio biografico non è un semplice aneddoto, ma un atto di resistenza: un uomo che per difendere la libertà della parola decide di nascondersi dietro un’identità diversa. Non stupisce allora che i suoi romanzi siano attraversati dal bisogno di raccontare la solitudine e la ricerca di libertà, dal desiderio di dare voce a chi non ce l’ha.
La scrittura di Khadra è parte integrante di questa ricerca. Non indulge mai in descrizioni ridondanti o in sentimentalismi facili. È una lingua sobria, essenziale, ma al tempo stesso capace di lirismo. Bastano poche frasi per evocare un paesaggio o uno stato d’animo. C’è una musicalità nascosta nelle sue pagine, un ritmo che alterna lentezza e improvvise accelerazioni, pause e slanci. È una prosa che porta con sé il sapore delle parabole, in cui ogni episodio sembra avere un valore simbolico oltre che narrativo.
Il titolo del romanzo, Il sale dell’oblio, è una metafora che riassume perfettamente la vicenda. L’oblio è la minaccia: perdere se stessi, dissolversi, diventare invisibili. Il sale, invece, è ciò che preserva e che dà sapore. Nella perdita più radicale, sembra dirci l’autore, esiste comunque una sostanza che resiste, un granello che impedisce la decomposizione. È questa tensione tra annullamento e resistenza che attraversa tutto il romanzo, e che lascia nel lettore un’impressione duratura.
Alla fine, il romanzo non offre un lieto fine. Non consola, non chiude con una soluzione rassicurante. Ma lascia un’eco di libertà. Perché la vita è fatta di scelte che non finiscono mai, di bivi senza indicazioni chiare. L’ultima immagine è sospesa, aperta, come lo è ogni esistenza. Eppure, in quella sospensione, c’è la possibilità di continuare.
Chi legge resta con una sensazione duplice: amarezza e speranza. Amarezza per la solitudine, per la constatazione che basta poco per perdere tutto ciò che credevamo solido. Speranza perché, nonostante tutto, resta sempre un granello di sale, una sostanza che resiste e che impedisce all’oblio di vincere del tutto.
Il libro in una citazione
«Alla fine, quando la notte diede manforte al coprifuoco per spopolare le strade, Adem e Mika ne approfittarono per lasciare la città. Sparirono subito nel nulla, cancellando le loro tracce per non farsi scovare dai loro ricordi. Da quel giorno nessuno sa dove siano andati né che ne sia stato di loro.»
24 ottobre 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA




