Il magnetico romanzo dei due scrittori francesi sottolinea come l’ansia di perdere l’altro possa arrivare a rovinare la propria esistenza
di Enzo Palladini

I vedovi
Autori: Pierre Boileau, Thomas Narcejac
Traduttori: Giuseppe Girimonti Greco, Ezio Sinigaglia
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2025
Anno prima edizione: 1970 (Francia)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 172
Consigliato a chi vuole conoscere più a fondo un sentimento pericoloso come la gelosia.
Serge Mirkin è un ventottenne parigino che – siamo nel 1970 – tira avanti vivendo di espedienti. Di mestiere vero e proprio è un doppiatore. Viene scritturato per parti secondarie nei radiodrammi, ma il suo grande sogno è quello di diventare uno scrittore di successo. È sposato da due anni con Mathilde, una splendida ragazza che contribuisce al bilancio famigliare lavorando come indossatrice di pullover in un atelier di moda. Un amore sì intenso, ma in certe fasi anche morboso, perché Serge è divorato da una forte gelosia che lo porta a immaginare continui tradimenti.
Dopo essersi affidato a uno sgangherato investigatore privato, Serge si convince di avere raccolto prove sufficienti a dimostrare l’infedeltà di Mathilde. Acquista una pistola di contrabbando e penetra nel giardino della villa di proprietà del presunto amante, freddandolo sul colpo sotto gli occhi del domestico. Poco dopo scopre però una verità crudele e beffarda: Jean-Michel Meryl, la vittima, era omosessuale dichiarato. Inizia un periodo di atroce tormento per Serge, soprattutto quando scopre che un libro (senza firma) scritto da proprio da lui ha vinto il più importante premio letterario francese. Qui inizia un conflitto sempre più acceso tra Serge e Mathilde: la donna vorrebbe che il marito si manifestasse, raccogliesse i frutti di quel clamoroso successo di critica e di pubblico.
Le discussioni tra i due diventano sempre più violente. Una sera, mentre rientrano in auto da una cena, si vanno a schiantare contro un albero del Bois de Boulogne. Mathilde resta uccisa sul colpo, Serge si salva dopo una settimana di coma, ma quando esce dall’ospedale scopre che tale Patrice Garavan si è assunto la paternità del libro (intitolato Strani amori) e ne sta raccogliendo i benefici. Quando lo stesso Garavan assume Serge come sceneggiatore del “suo” libro e poi come segretario personale, il destino del protagonista si compie in tutta la sua drammaticità, non prima di aver regalato una serie straordinaria di colpi di scena.
Inutile chiedersi subito il significato del titolo, I vedovi, perché sarà rivelato soltanto verso la fine.
Pierre Boileau e Thomas Narcejac sono due narratori dotati di un’abilità molto superiore alla media, ai limiti del diabolico: sanno stupire il lettore a ogni pagina con un particolare, un dettaglio che nessuno potrebbe mai aspettarsi. Si accaniscono sadicamente sui loro personaggi: li fanno soffrire all’inverosimile, li stritolano dentro ingranaggi dai quali non potranno mai uscire. Tanto sono frutto della loro vivissima fantasia, che nel frattempo va a centrare quello che è l’obiettivo di un romanzo: ammanettare il lettore alla storia, costringerlo ad aggredire una pagina dopo l’altra.
Del resto, la firma Boileau-Narcejac ha regalato un gran numero di ottimi titoli alla letteratura poliziesca francese, prima con lo pseudonimo unico di Alain Bouccarèje e poi con la doppia firma. Boileau, nato nel 1906, è scomparso nel 1989, mentre Narcejac, che in realtà si chiamava Pierre Ayraud, è morto nel 1998 a novant’anni. Molte delle loro opere sono state adattate per il cinema da Alfred Hitchcock e dal regista francese Henri-Georges Clouzot. Leggendo I vedovi, questa grandissima esperienza nel settore traspare abbondantemente.
La scrittura è lineare, scorrevolissima, confortata da un linguaggio sempre adeguato alla storia che si sta raccontando, dialoghi inclusi. Lo stesso vale per l’ambientazione: ogni zona di Parigi viene descritta come sarebbe apparsa ai nostri occhi in quel 1970, dalle strade ai bistrot, fino al modesto appartamento di Serge e Mathilde o a quello lussuosissimo di Patrice Garavan. Difficile trovare una frase più lunga di una riga e mezza. Sembra facile scrivere così, ma non lo è.
In questo libro si entra con mani, piedi, tronco e cervello. Ci si immedesima nei tormenti di Serge, nella sofferenza di Mathilda, negli attimi di estrema tensione che si impadroniscono del protagonista. Sembra di leggere la storia di persone normali, che potremmo incontrare a ogni angolo di strada. La differenza è che sono vittime di eventi totalmente inusuali. Eppure, nelle loro strampalate vicissitudini, i personaggi di questo romanzo vengono tratteggiati in maniera splendida, analizzati nei loro vizi e nelle loro frustrazioni, ma anche nelle loro virtù. In poche pagine diventano soggetti conosciuti, vecchi amici del lettore.
Il tema di fondo, come è facile capire, è rappresentato dalla gelosia. Se è vero che, vissuta a piccole dosi, può essere un ingrediente atto a caratterizzare un grande amore, quando supera certi limiti arriva a essere addirittura letale. Obnubila la mente, spinge a ragionamenti estremi e mai lucidi, porta a non distinguere la realtà da un’immaginazione malata. Serge si lascia prendere la mano da una gelosia furiosa, autoalimentata e incontrollata (ma anche immotivata come si scoprirà all’ultima riga del libro), che lo spinge all’omicidio e gli rovina definitivamente l’esistenza.
Il libro in una citazione
«Il dolore si impadronisce astutamente di quei pensieri monchi, li lega mio malgrado e me li fa sfilare davanti agli occhi: somigliano alle scritte luminose che scorrono sulle facciate di certi palazzi.»
24 luglio 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA




