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Libri per chi ama davvero leggere

I due volti della Crudeltà

Nel famoso romanzo di Pavel Nilin, ambientato nella Siberia degli anni Venti travolta dai disordini del banditismo e soggetta alla fragile affermazione del regime sovietico, la spietatezza dei criminali collima con quella delle istituzioni, che distorcono l’ideale comunista

di Raffaele Nuzzo

La copertina del libro "Crudeltà" di Pavil Nilin (Readerforblind)

⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 4 su 5.

Crudeltà
Autore: Pavel Nilin
Traduzione: a cura della redazione
Editore: Readerforblind
Anno edizione: 2025
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 300

Consigliato a chi ama la storia del Novecento europeo, la Russia postzarista, la Siberia, le storie di crimine e le analisi sociali di un territorio.

Se ti interessa, leggi anche
Libera. Diventare grandi alla fine della storia di Lea Ypi. Traduzione di Elena Cantoni. Feltrinelli 2022
… perché è ambientato nell’Albania del regime socialista, anch’essa teatro di drastici cambiamenti.

È un discorso complicato, eppure non di rado capita di sentir parlare di spirito di abnegazione e di senso del dovere. In certi ambienti soprattutto, tipo quelli sportivi e quelli militari, in cui si sceglie di servire la patria e difenderne il “sacro suolo”, intraprendendo un percorso che diventa praticamente una missione di vita. Affiorano così alla memoria tutte quelle esistenze spezzate in nome di un ideale, astratto e lontano da logiche materialistiche. E quante volte qualcuno è caduto invano o “si è rivoltato nella tomba” perché il suo estremo sacrificio ha avuto breve efficacia? Basti pensare alla madre di tutte le rivoluzioni, quella francese, scoppiata all’insegna di valori poi calpestati dagli stessi rivoluzionari. E quanto alla Rivoluzione d’ottobre in Russia, si può dire che abbia davvero cambiato in meglio lo stato delle cose? Crudeltà di Pavel Nilin offre diversi spunti di riflessione per rispondere a questa domanda.

Siamo in Siberia, negli anni Venti. Si chiama Jakov Uzelkov il giornalista che raggiunge l’ufficio di polizia investigativa di Dudari. Per la sua testata, questa remota località siberiana che vanta un’alta frequenza di eventi criminosi, può rappresentare una ricca fonte di fatti di cronaca nera. Il suo arrivo concomita infatti con l’arresto di una banda di malavitosi dopo una sanguinosa colluttazione.

Tra i catturati sottoposti agli interrogatori di rito spicca un tale, Lazar Baukin, ex combattente pluridecorato dell’esercito zarista, ferito in guerra, deluso dalla Rivoluzione d’ottobre, che non gli ha tributato i giusti meriti. Rientrato nel suo paese, ha faticato a riadattarsi e si è arruolato nell’Armata bianca per combattere contro quella Rossa. Persa anche questa campagna militare, Baukin è costretto a darsi alla macchia per sfuggire alla repressione e si dedica al banditismo. A differenza del suo capobanda, razziatore indiscriminato, Baukin segue una lotta politica in virtù di specifiche ideologie con obiettivi strategici e mirati.

Nasce una sorta di sodalizio tra Baukin e Ven’Ka, un poliziotto. Sono due personaggi ai lati opposti della barricata eppure simili nell’insubordinazione ai loro rispettivi “superiori”, buoni solo a parole. La narrazione riserva non solo tante sorprese e tanta azione ma anche momenti meno intrisi di tensione, come l’arrivo a Dudari di Julka, la nuova cassiera, femme fatale che seduce sia Ven’Ka sia il narratore – un poliziotto di cui non conosciamo il nome – ma che poi cede alle avance di Uzelkov. Si giunge così alla battuta di caccia al bandito Voroncov, temibile “imperatore della taiga” nei dintorni di Voevod, altra e più sperduta landa di Siberia dove il regime sovietico annaspa nell’attecchire nonché teatro dei primissimi scontri tra vecchio e nuovo.

Terre refrattarie, recalcitranti, mosse da totale avversione verso il governo, in cui i delitti politici sono all’ordine del giorno. L’operazione si prospetta quindi altamente pericolosa: Ven’Ka e il narrante setacciano la zona per stanare Voroncov in un contesto in cui la popolazione locale tende spesso a coprire i banditi e violare la legge alla luce del sole. In questa dinamica, ben circostanziata da Nilin, con i personaggi esposti a pericoli che assumono le mille forme di una natura ostile e selvaggia, si percepisce tutta la coesione del reparto di agenti. Tuttavia, non è solo questo il punto. Il narratore e Ven’Ka, in questa crociata contro la ritrosia dei “muzik”, chiudono se non uno anche entrambi gli occhi. Forse perché rappresentano uno Stato che difendono apertamente, ma non intimamente. D’altra parte, in Crudeltà emergono ideali opposti e antagonisti in libero confronto, una vacillante fedeltà ai propri valori e Uzelkov incarna quel giornalismo cinico, affamato e avido di sensazionalismo al punto da non farsi scrupoli nel distorcere la verità per riempire colonne su colonne.

Ven’Ka, il personaggio chiave di tutta la storia verso cui il narrante prova sincero sentimento di ammirazione, è un leader carismatico, temerario, duro e sprezzante della morte. Un barlume di giustizia in un buio di coscienze omologate, di spietati e fanatici Torquemada. Ligio al dovere, impavido, non lo ferma neanche un’invalidante e potenzialmente letale setticemia alla spalla. Simboleggia al meglio lo spirito di abnegazione di alcuni funzionari di Stato di cui si accennava all’inizio.

L’incredibile e paradossale amicizia tra Baukin e Ven’Ka, tra fuorilegge e legge, è il messaggio più forte che l’autore vuol trasmettere. Pur convintamente servitore leale dello Stato, Ven’Ka è comprensivo e quasi empatico con Baukin. Ne rispetta i valori e la missione, o meglio: ha rispetto di quel nemico del popolo solo perché dedica la sua vita ad alcuni valori. E non importa quali. Non c’è il giusto e lo sbagliato. Tutto è relativo, tutto può essere giusto per alcuni e sbagliato per altri. E Ven’Ka vuol erigersi a tutore sì dell’ordine, ma anche della fede verso qualsiasi ideale e di qualunque colore politico.

Pavel Nilin è stato funzionario di sicurezza, prima che noto scrittore e sceneggiatore. Oltre a Crudeltà – che ha scritto nel 1956 e da cui nel 1959 è stato tratto un film – ha pubblicato anche Un uomo va in salita (1936), adattato per il cinema col titolo Una grande vita (1939), lungometraggio che gli è valso il Premio Stalin.

Crudeltà è un romanzo ideologico. La voce senza nome che racconta in prima persona appartiene al nucleo di polizia su cui è incentrata la storia. Inoltre, i luoghi menzionati nell’opera non trovano riscontro nella realtà, segno che sono frutto della fantasia, benché il passato di Nilin nelle forze dell’ordine non faccia escludere che si sia comunque ispirato a fatti realmente accaduti.

La scrittura è animata e viva e c’è rigore descrittivo nella caratterizzazione dei personaggi. La trama è dinamica, si intrecciano tante storie e altrettante loro sfaccettature che, in aggiunta all’ambientazione siberiana, rendono il tutto molto affascinante e intrigante. Non passano inosservati né Julka né il ristoratore di un vecchio club per borghesi, né il frantoiano, in mezzo agli abitanti di una piccola comunità nella quale serpeggia il malcontento per un regime change indesiderato, una certa nostalgia per il periodo prerivoluzionario. È l’irriducibile società rurale siberiana che teme l’avvento del comunismo, ancorata com’è a quei sacri valori cristiani che il nuovo ordine vuole bandire, in un angosciante stato di attesa del cambiamento che sarà poi drastico e irreversibile. È appena l’alba di questa epocale derapata politica che già si assiste a uno strenuo braccio di ferro tra komsomol governativi e controrivoluzionari. Una storia che miscela tradimenti, spionaggio, western tra i ghiacci con macchiette da film d’autore per protagonisti.

C’è profusione di dialoghi qualitativamente notevoli, con scambi che paiono più ribattute che battute, simili a partite a dama, in cui ogni risposta e domanda sono studiate per attaccare e difendersi. La profondità di pensiero dei personaggi emerge attraverso frasi brevi, concise, che ne disegnano un maniacale ritratto. Lo stile letterario è pragmatico e incisivo. Colpiscono le superbe descrizioni che ritraggono una Siberia spesso pensata come lontanissima, primitiva, ancestrale, punitiva, glaciale in tutti i sensi, in un tripudio di colori e natura vivida. Che diventa, agli occhi del lettore, uno spettacolare paradiso di ghiaccio sotto cui ribolle inarrendevole il calore del sangue dei sovversivi, della resistenza dei mai vinti. È proprio il caso di dire che la scrittura brillante e gentile di Nilin riscalda le fredde tinte della Siberia. Eppure il finale non sembra all’altezza di un testo così concettualmente imponente. L’importante carico di emozioni, tensioni, filosofie non detona poi a sufficienza nell’epilogo, che appare quasi banale, che sgonfia repentinamente tutto il sapiente costrutto del corpo dell’opera.

Crudeltà ambisce a essere molto in poche pagine: un inno ai valori della vita, un invito alla coerenza, esprimendo nel contempo la rabbia, la delusione, l’amarezza di chi sente in animo un ruolo istituzionale e lo vede macchiato dall’ingordigia del potere. Di chi vede le proprie aspettative tradite, qualunque esse siano. È un testo melodrammatico, fosco, avventuroso, poetico e sa anche essere un giallo carico di suspense. In alcuni tratti risulta pure beffardo e ironico, forse non intenzionalmente, come nel caso della moglie di Baukin prima si finge vedova di guerra per ottenere un cavallo dal governo sovietico e poi è disposta a rinunciare al marito per non restituirlo, anche se l’animale versa in condizioni pietose. Oppure nel caso di Egorov, cittadino processato solo per aver partecipato a una cerimonia religiosa, disattendendo così l’obbligo di astensione da ogni forma di credo. Questo al pari di altri tentativi più o meno velati di rivelare la vera essenza dell’ideologia comunista.

L’attività d’indagine non si limita a essere solo quella dei protagonisti del romanzo, perché l’autore indaga e scandaglia ogni elemento della scena. Lo sviscera alla stessa maniera dai paesaggi, dagli animali, dalle piante cui dona un soffio di vita grazie a parole e immagini scientemente selezionate e senza servirsi della classica onomatopea. Tutt’al più si incontrano spesso deliziose similitudini, prosopopee con una giusta dose di polisindeto e aggettivi azzeccati. E alla fine è il pathos a primeggiare e si avverte in modo inequivocabile nel tempo in cui Nilin esalta la sua Siberia con uno slancio di orgoglio sciovinista, facendo trasudare un invidiabile attaccamento alle origini e una volontà di riscattarla, smontarne il senso d’inferiorità verso altre zone più conosciute della Russia e ribaltare i pregiudizi negativi nutriti da sovietici di altre regioni verso di essa.

Il libro in una citazione
«Sì, così pensavo da ragazzo, nella prima giovinezza, e così penso ancora oggi, dopo essermi trascinato per tante contrade: non c’è nulla al mondo capace di offuscare nella nostra memoria la bellezza, la grandiosità e la magia della selvaggia natura siberiana.»

14 luglio 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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