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Libri per chi ama davvero leggere

La ragazza di Savannah che dava voce ai più sfortunati tra gli sfortunati

Romana Petri racconta la scrittrice Flannery O’ Connor, che ha segnato indelebilmente la letteratura americana del Novecento raccontando di negletti desiderosi di conquistare la salvezza eterna

di Sabrina Colombo

⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 4 su 5.

La ragazza di Savannah
Autrice: Romana Petri
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2025
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 266

Consigliato a chi legge Flannery O’Connor e vuole conoscere da vicino la sua storia personale; a chi ama le biografie romanzate.

Flannery O’Connor nasce a Savannah, Stato della Georgia (Usa), nel 1925. Cresciuta in un contesto culturale profondamente religioso e tradizionale, rimane presto orfana del padre, ammalatosi di lupus. Pochi anni dopo le viene diagnosticata la stessa malattia. È costretta ad abbandonare gli studi e a tornare alla dimora avita. Questo non la distoglie dal perseguire pervicacemente l’obiettivo di diventare una scrittrice di successo e una conferenziera molto apprezzata. Nonostante l’impedimento fisico, si rende indipendente, viaggia per lavoro e addirittura intraprende un pellegrinaggio con tappa a Lourdes e a Roma in udienza dal Papa. Muore a soli trentanove anni.

Romana Petri – docente, traduttrice e scrittrice, già finalista al Premio Strega con il romanzo Rubare la notte (2023) – ha studiato approfonditamente le opere di questa sfortunata autrice, i suoi scritti privati, gli epistolari, i saggi critici che la riguardano: con La ragazza di Savannah, partendo dal dato biografico, ha saputo regalare ai lettori un romanzo sulla breve parabola esistenziale di una delle più grandi scrittrici americane del Novecento.

Quella di Flannery – Mary Flan nel romanzo – è un’infanzia abbastanza tipica negli anni Venti e Trenta di un’America rurale, in cui persiste il segregazionismo razziale, l’idea della donna come di un’appendice del proprio marito, in cui conta il lignaggio della famiglia di origine: siamo molto distanti – e il dato non è puramente geografico – dalle università prestigiose della Ivy League con il loro fermento creativo, dai circoli culturali di New York e dalla vita mondana che lì si conduce.

Dalla più tenera età emerge l’attitudine della ragazzina allo studio, non solo l’amore per la lettura ma anche per l’osservazione curiosa della vita che la circonda. Mary Flan è convintamente cattolica, vive con intensità il rapporto con il sovrannaturale e non vuole mediazioni di alcun genere: non ha bisogno di santi o angeli custodi. Considera la scrittura non solo un’espressione artistica ma soprattutto uno strumento per glorificare il Signore.  È anche intimamente legata all’ambiente naturale: cresciuta in una fattoria, sviluppa una passione fuori dal comune per polli e galline; a sei anni finisce sui quotidiani per avere insegnato a un pollo a camminare all’indietro. Da adulta inizia ad allevare i pavoni, arriverà ad averne decine. Di questi ultimi ammira la bellezza enigmatica e l’alterigia, considera le loro splendide ruote, con le macchie a forma di occhio, una manifestazione terrena della potenza di Dio.

La sua esistenza sarà segnata da una malattia gravemente invalidante che progressivamente le toglierà l’autonomia per cui ha tanto combattuto; le è chiaro che non potrà mai sposarsi perché il suo stato non le consente di avere figli e di prendersi cura di una famiglia, ma il suo spirito combattivo la spingerà a continuare a scrivere, letteralmente fino all’ultimo respiro.

Arriveranno i primi successi: Mary Flan irrompe nel mondo della letteratura con uno stile molto personale. Esordisce nel 1952 grazie all’impegno della sua agente Elizabeth McKee e al sostegno del noto critico Robert Giroux: il romanzo Wise Blood (La saggezza nel sangue) è incentrato sulla figura di un predicatore veterano della Seconda guerra mondiale ossessionato dal peccato originale.

Il suo realismo è totalizzante: O’Connor si fa ispirare dalle vicissitudini di uomini e donne che la circondano. Sono gli ultimi, i poveri, i diseredati, gli empi, i folli persi nei loro deliri mistici. Colpiti da ogni sorta di dispiacere, sono i più sfortunati tra gli sfortunati, a volte sono odiosi, incapaci di provare empatia per le disgrazie altrui, altre volte sono ingenui e predestinati alla sconfitta perché ignoranti o privi di scaltrezza: è attraverso i patimenti su questa terra che – secondo Mary Flan – questi negletti possono ambire al Regno dei cieli perché il dolore è la porta attraversata la quale si giunge alla Salvezza eterna.

Dietro gli sproloqui e i vaneggiamenti religiosi dei suoi personaggi è facile intravedere la diuturna lotta fra bene e male che ingaggia la stessa O’Connor, sempre più debole fisicamente, incline a fare la volontà di Dio – per educazione e per convinzione – ma istintivamente vocata alla vita, cui si aggrappa con disperazione.

Mary Flan si percepisce inadeguata rispetto agli obiettivi che si propone, è esageratamente autocritica: questa attitudine sfocia in una fissazione che la porta a non essere mai soddisfatta dei suoi risultati, a rivedere più volte i testi e a posticipare le pubblicazioni, come se un rinvio della stampa potesse aggiungere giorni al tempo che le rimane. Se la scrittura è lo strumento che le è stato donato per fare la volontà di Dio, il prodotto del suo sforzo deve essere non meno che eccellente.

Nel 1955 dà il consenso all’uscita della raccolta Un brav’uomo è difficile da trovare, che le vale un notevole successo: la fama si consolida. Fra il 1959 e il 1962 lavora al secondo romanzo, Il cielo è dei violenti, con protagonista Francis Tarwater, un ragazzino orfano allevato dal prozio Mason, quest’ultimo convinto di essere un profeta: forse la figura più ambigua, grottesca e respingente della sua complessiva opera. Da quel momento si dedica solo ai racconti, per i quali vince premi e riconoscimenti in denaro che le permettono di mantenersi e curarsi: gli ultimi due – Il giorno del giudizio e La schiena di Parker – vengono revisionati poco prima della morte, avvenuta il 7 luglio 1964.

Petri ci consegna l’immagine di una giovane fragile e indomabile, legata al padre da tenero affetto, in lotta contro la malattia e anche contro l’invadenza materna, che per troppo amore le vuole tarpare le ali. Una persona prostrata nel fisico, da ultimo costretta a muoversi con le stampelle e a sottoporsi a cure devastanti, ma con una luce interiore indiscutibile e una serie di opinioni talmente radicali da non lasciare indifferenti. Una donna strana – stramba, una weird – bizzarra nei modi, talvolta sgarbata, sincera all’inverosimile e dotata di un fascino interiore in grado di supplire al suo aspetto non conforme ai canoni correnti della gradevolezza femminile.

Il lessico cui Petri attinge è scelto con cura, le descrizioni dei luoghi e dei diversi contesti in cui la protagonista si muove sono precisi: sembra veramente di essere presenti nella Georgia di un secolo fa, per le strade polverose di cittadine sprofondate nel caldo dell’estate o nelle aule delle università, dove O’Connor viene invitata a tenere prolusioni e lezioni di scrittura creativa che ammaliano gli studenti non meno del milieu culturale coevo, che inizia a guardare a questa ragazza di campagna con il rispetto dovuto alle penne più illustri. Nel romanzo di Petri vita vera (la famiglia, gli amici, i colleghi) e finzione letteraria (i “disperati” delle sue opere di finzione) diventano un tutt’uno: del resto Flannery O’Connor non ha fatto altro che trasporre su foglio la realtà – se pur venata da significati simbolici – per come la percepiva.

Resta il mistero di un’anima inquieta e al lettore l’immagine di una protagonista di eccezionale valore morale e intellettuale, che avrebbe potuto ambire ai più alti riconoscimenti se avesse avuto la possibilità di vivere a lungo, ma che già con la numericamente limitata produzione letteraria che ci ha consegnato ha saputo segnare indelebilmente la letteratura americana.

Il libro in una citazione
«“E per chi scrivi?”
“Per Dio” rispose lei lasciandola senza parole. “Non so ancora bene cosa sarà della mia vita, ma se mai dovessi decidere di dedicarla alla scrittura vorrei fosse una scrittura per Dio. Non ho ancora le idee chiare nemmeno su cosa voglia dire una scrittura per Dio. Non credo che Lui abbia bisogno di me. Sarò sempre io ad averne di lui. Potrebbe essere una scrittura per Dio affinché non mi abbandoni.”»

10 luglio 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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