Nell’ultimo romanzo dello scrittore comasco, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio fa da contrappunto a una storia in cui un giovane afroitaliano aiuta un vedovo sessantenne a riorganizzare la sua biblioteca personale, a decostruire pregiudizi e stereotipi sugli immigrati di seconda generazione e a tornare a vivere pienamente
Intervista di Sonia Vaccaro

Johnny non muore è un titolo pregno di speranza. La speranza che il protagonista del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio non vada incontro al più crudele dei destini e quella che si possa continuare a vivere pienamente anche dopo un lutto devastante. Attraverso la storia di Brenno Tron, sessantenne vedovo e bibliofilo che ricorre all’aiuto del giovane afroitaliano John per sistemare gli oltre quindicimila volumi della sua biblioteca personale in una villa di Laglio, l’ultimo romanzo dello scrittore comasco Daniel Di Schüler – pseudonimo di Daniele Pruneri – ci ricorda come – mentre la vita accade inesorabilmente – sia comunque possibile trovare conforto. Anche e soprattutto quando i libri più amati creano legami tra generazioni e mondi diversi.
Daniel Di Schüler, Brenno è pressoché suo coetaneo. Quanto c’è di autobiografico in Johnny non muore?
Molto. Brenno ha tante delle mie passioni e condivido alcune delle sue idiosincrasie. Poi, certo, per fortuna non sono vedovo e non faccio il suo mestiere. Diciamo che Brenno, come e più dei protagonisti degli altri romanzi che ho pubblicato, è una mia potenzialità.
Brenno è un bibliofilo convinto e un lettore accanito. Gli appunti che trova a margine di una prima edizione del Partigiano Johnny gli cambiano la vita. Perché ha scelto proprio il romanzo di Beppe Fenoglio come contrappunto alla sua storia?
All’inizio, quando ho avuto l’idea di raccontare una storia del genere, ho pensato di usare Per chi suona la campana. Un amico generoso, saputo del mio progetto, mi ha perfino regalato una copia della prima edizione dell’opera di Ernest Hemingway. Un romanzo che sarebbe stato perfetto, con quei dialoghi tra Maria e l’Ingles, per i miei scopi. Purtroppo, però, sono uno scrittore. Trasmetto emozioni che devo provare per primo. E, per mille ragioni, comprese un paio di coincidenze biografiche, Fenoglio mi emoziona più di Hemingway e come solo pochissimi altri.

Johnny non muore
Autore: Daniel Di Schüler
Editore: [Low]
Anno edizione: 2025
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 219
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Consigliato a chi cerca il coraggio di intraprendere percorsi che i libri più amati possono suggerire.
Le citazioni dei titoli che compongono la vastissima biblioteca di Brenno creano l’occasione narrativa per far emergere ricordi, in particolare del suo rapporto con la moglie. Quasi a voler dire che, ancor più delle storie che i libri ci raccontano, restano le storie di come quei libri sono entrati nella nostra vita, delle esperienze di lettura che ci hanno fatto vivere. È così?
Sì, e credo sia vero per ogni lettore. Nella mia memoria, a ogni evento significativo della vita adulta è associato il ricordo del libro che stavo leggendo in quei giorni. E di ogni libro, o quasi, ricordo anche dove l’ho preso, quando e perché.
Leggendo le parole che Brenno rivolge alla moglie Aurora, si può trarre una bellissima definizione del verbo “amare”, inteso come prendere gradualmente la forma dell’altro risata dopo risata, lacrima dopo lacrima, bacio dopo bacio. Amare può significare rinunciare a se stessi?
Preferisco pensare che significhi “completare” se stessi. Cambiare per accogliere l’altro e diventare, assieme, qualcosa di più grande.
Quando Brenno intravvede un barlume di speranza, inizia anche a pensare che dovrà trovare altro spazio per i libri che in futuro andranno ad aggiungersi agli oltre quindicimila che già possiede. La sua collezione deve continuare a vivere. Una biblioteca personale può essere metafora della vita?
Certo che lo è. Lo hanno capito anche i miei figli più grandi. Qualche anno fa discutevano apertamente di quello che avrebbero fatto dei nostri libri quando noi genitori non ci saremmo più stati. Di che toccare ferro e tutto il resto. Alla fine hanno deciso che li avrebbero tenuti. Erano, ci hanno detto, la nostra vera autobiografia.
John è un ventenne dei nostri giorni, che ha vissuto la pandemia e comunica prevalentemente a messaggi social. Però ama leggere e studiare. Per Brenno, John è un allievo, forse il figlio che non ha mai avuto, un amico, un compagno. Un ritratto che lo discosta da quello dei giovani che i media ci propinano quotidianamente. Cos’è meno vera? La storia di John o la narrazione mediatica delle nuove generazioni?
L’Italia è un Paese vecchio. Ovunque si vedono quasi solo teste bianche. Tra i pochi posti in cui si possono incontrare dei ragazzi ci sono le librerie e le biblioteche. Sono gli stessi giovani che vengono alle mie presentazioni e che continuano a studiare almeno quanto noi. Il resto, sì, è narrazione. In parte sono i soliti sproloqui della senilità. Generazione dopo generazione, i giovani sono sempre peggio di chi li ha preceduti. Nell’opinione dei loro predecessori, ovvio. Inoltre, per tutti noi con i capelli d’argento, c’è la necessità di tenere a bada i nostri sensi di colpa. Stiamo lasciando in eredità un Paese in condizioni molto peggiori di quello che, a nostra volta, abbiamo ereditato. Cerchiamo di negarlo, ma lo sappiamo benissimo.
Il suo romanzo è difficilmente ascrivibile a un solo genere. Sfuma dal rosa al giallo, ha il sapore dell’autofiction. In una sorta di lunga e sentita confessione, Brenno si rivolge alla moglie che non vive più e anche a chi legge. Che tipo di lettore immaginava in fase di stesura?
La retorica impone di dire che si scrive per tutti. Un’affermazione ridicola, in un Paese di feroci non lettori. Da parte mia vorrei essere letto da molti, ma so di scrivere per pochi. In più, non ho un approccio “teleologico” alla scrittura. Non scrivo, detto altrimenti, per questo o quel motivo e non mi rivolgo precisamente a nessuno. Pretendo, questo sì, di scrivere libri che non ho già letto. Alla fine, forse scrivo per me stesso e per chi mi somiglia: per quel piccolo “popolo dei libri” cui appartengono anche Brenno e John.
Mentre sistemano la libreria, John e Brenno riflettono anche su come il cosiddetto “sistema di circolazione della cultura” influenzi le scelte dei lettori, che inevitabilmente attingono a ciò che il mercato propone. Nel nostro Paese, per esempio, risultano poco diffuse opere di autori cinesi e africani. Che consiglio di lettura darebbe a chi desidera iniziare a conoscerli?
Come ogni altro lettore, anch’io ho potuto scegliere solo i libri che trovavo nelle librerie. Per questa ragione conosco pochissimo le letterature non occidentali. Tenga anche conto che vivo lontano dall’Italia ormai da decenni. Mi dicono che Luni Editrice sta pubblicando tutti i testi canonici della tradizione cinese. Magari si può dare un’occhiata al suo catalogo. Ai miei tempi, oltre ai libri citati nel mio romanzo, quasi non circolavano testi cinesi. Un’affascinante eccezione era I briganti di Lou Guanzhong e altri autori, che peraltro Einaudi indicava semplicemente come “antico romanzo cinese”. Un’opera sterminata, tra storia picara e romanzo cavalleresco, scritta nel Quattrocento e che forse ha influenzato la mia opera prima. Per quanto riguarda la letteratura africana, John indica a Brenno alcuni dei suoi autori più importanti. Dopo aver ricordato Abdulrazak Gurnah, il Premio Nobel tanzaniano tradotto dal mio amico Alberto Cristofori, vi rimetto ai suoi consigli.
Un aspetto distintivo di Johnny non muore è l’ambientazione. Che si tratti di una piazza che attraversa o della villa in cui si è appena trasferito, Brenno si sofferma su aneddoti e aspetti storici e il lettore ha quasi l’impressione di muoversi al seguito di una guida. Quali criteri ha seguito nella scelta dei luoghi in cui ambientare la vicenda?
Mi piace scrivere di quello che conosco. Vale anche per i luoghi. In questo caso, salvo qualche piccolo intervento della fantasia, sono quelli in cui sono cresciuto. O perlomeno, da comasco dell’entroterra, quelli in cui ho passato tanti fine settimana.
Brenno elabora un gravissimo lutto anche grazie alla lettura. La scrittura può essere altrettanto terapeutica?
Certo. Le dirò di più: ho completato il mio primo romanzo per elaborare un lutto. Fino ad allora avevo solo scritto brevi racconti, spesso non più lunghi di una pagina. La morte di uno dei miei maestri mi ha spinto a raccontarne la straordinaria storia. Ne è uscito “Innocuo a sé e agli altri”, un ironico kaddish di oltre mille pagine. Prima o poi qualcuno lo pubblicherà. Alla fine di quell’immenso lavoro, a ogni modo, il dolore vivo della perdita era stato sostituito dalla dolcezza del ricordo.
In Johnny non muore non ci sono solo riferimenti a molti libri, ma anche a molte opere artistiche e musicali. Prova lampante del fatto che arte e musica influenzano la sua scrittura. Vuole raccontarci come?
Dipingo da sempre, ogni tanto scolpisco e ascolto musica anche mentre scrivo. Qualcuno mi ha chiesto come riesco a dare un ritmo alle mie pagine. Penso a quello che dovrei raccontare, metto in sottofondo la musica che mi sembra più adatta e ci scrivo sopra. Poi, che dire? Noi che leggiamo portiamo sempre con noi una messe d’informazioni. La nostra mente, quasi da sola, fa il resto: collega immagini e testi; ambienti e musiche. Le arti non solo influenzano il nostro modo di scrivere, ma la maniera in cui attraversiamo il mondo. Vediamo sempre, e Brenno certamente lo fa, una realtà “aumentata”.
Brenno è un traduttore tecnico-meccanico e nutre un particolare interesse per l’etimologia delle parole. Qual è invece l’aspetto della lingua e quello della scrittura che affascinano maggiormente lei, Daniel?
Nella scrittura cerco soprattutto il ritmo. Sono disposto a sacrificargli molto. Ritmo e fluidità, d’altra parte, sono la cifra dei grandi cantastorie, da Omero in poi. Per quanto riguarda la lingua, sono un etimologo dilettante. Di nuovo, proprio come Brenno. Da ragazzino sognavo di fare l’archeologo. L’etimologia ci permette di scavare nel passato anche senza usare il piccone.
Johnny non muore sa decostruire in modo efficace pregiudizi e stereotipi, sugli immigrati in generale e quelli di seconda generazione in particolare. Come sono maturati l’idea di trattare questo tema e il modo in cui lo ha affrontato?
Sono stato un pessimo giocatore di basket. Anche da lontano, continuo a seguire lo sport e certi suoi campioni. Uno tra loro è Awudu Abass, un ragazzo canturino di origini africane. Una sera cucinavo ascoltando il suo podcast. Lui ha una voce come la mia: da Brianza profonda. Con lui c’erano un bergamasco e un bresciano. Bastava il loro accento per capire da dove venivano. Ho staccato gli occhi dal soffritto e guardato lo schermo. Sopresa: erano tutti e tre neri. Non solo: si definivano afroitaliani. Logico, se esistono gli afroamericani. Logico, ma non avevo mai sentito quell’espressione. Non solo. Mi sono reso conto che c’era tutta una nuova parte d’Italia di cui non sapevo nulla. Scrivere di John è stato anche un modo per conoscere questi nuovi italiani. Per farlo mi sono rivolto a un paio di associazioni e ho parlato per ore con alcuni di loro. Questo, ricordando che non sono un sociologo o altro e che John non pretende di rappresentare nessuno. Aspira solo, come ogni personaggio, a essere verosimile.
Quando ha superato i suoi pregiudizi, Brenno dice a John: “Uno non è di dove è nato o di dove sono i suoi genitori. Uno è di dov’è”. Visto anche l’esito del recente referendum sulla cittadinanza, pare che nel nostro Paese questo concetto non sia pienamente recepito. Secondo lei, perché c’è così tanta difficoltà a condividerlo?
Be’, mi pare evidente che non si cerchi di abbattere i pregiudizi. Piuttosto, tutta una parte politica ha scoperto che cavalcarli porta voti. Ne risulta anche un modo distorto di vedere la realtà. Qualche anno fa ho presentato un mio romanzo in una delle capitali del nostro Nordest. Alla fine, grandi applausi. Solo, mi hanno fatto notare, sottovalutavo l’effetto devastante dell’immigrazione. Bastava andare nella stazione di quella città, ormai resa intransitabile dal bivacco di torme di neri. Quella stessa sera sono andato a prendere il treno. I neri seduti sui gradini della stazione a bere della birra erano sei. Esattamente sei. In una provincia dove decine di migliaia d’immigrati lavorano nei campi e nelle fabbriche.
L’Italia è un Paese in cui si legge sempre meno. Se un bibliofilo, lettore e scrittore come lei ci dovesse spiegare perché invece vale la pena di farlo, cosa direbbe?
José Ortega y Gassett, uno dei miei filosofi di riferimento, direbbe che leggendo possiamo conoscere chi altrimenti non potremmo mai incontrare. Sono sicuro, poi, che ognuno potrebbe farsi venire in mente almeno una ragione “pratica” per leggere. Da parte mia, ho cominciato a leggere perché sognavo di essere sul ponte di un praho assieme a Sandokan, Yanez e Tremal Naik. E continuo a farlo perché ci sono pochi modi così piacevoli di passare una serata.
7 luglio 2025
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