Il romanzo corale della Premio Nobel Han Kang su chi visse il massacro di Gwangju chiede il coraggio di guardare in faccia il dolore e quello di credere che raccontare sia ancora una questione di dignità
di Chiara Boccardo

Atti umani
Autrice: Han Kang
Traduttrice: Milena Zemira Ciccimarra
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2023
Anno prima edizione: 2014 (Corea del Sud)
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 208
Consigliato a chi cerca una riflessione profonda sulla dignità umana, sulla resistenza al potere e sulla possibilità di mantenere un briciolo di umanità nel mezzo della brutalità.
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C’è una soglia invisibile che separa la narrazione dalla testimonianza, la finzione letteraria dalla memoria collettiva, il romanzo dal lutto.
In Atti umani, Han Kang attraversa questa soglia con passo lieve ma determinato, portando con sé il lettore in un viaggio spietato nella parte più oscura della storia sudcoreana recente: il massacro di Gwangju del maggio 1980. Non è un libro che si limita a raccontare i fatti né si accontenta di osservare i cadaveri da lontano: li guarda in faccia, li interroga, li accarezza e ne raccoglie le voci, una per una. È un libro che ha bisogno di essere letto con un’urgenza che si avverte fin dalla prima pagina. È, a suo modo, un requiem collettivo. E insieme una riflessione radicale su cosa significhi essere umani.
Gwangju è una città meridionale della Corea del Sud. Nel maggio 1980, dopo il colpo di Stato militare che ha portato al potere il generale Chun Doo-hwan, esplodono manifestazioni studentesche e popolari a favore della democrazia. L’esercito reagisce con una brutalità inaudita: i civili vengono massacrati per le strade, arrestati, torturati, uccisi. Non è una semplice repressione: è un’epurazione sistematica, pianificata, voluta. La stampa tace, i media censurano, il governo insabbia. Ma le voci sopravvivono.
La vicenda si apre con Dong-ho, un ragazzino di quindici anni che si unisce ai volontari che lavorano nell’obitorio improvvisato della città. Deve aiutare a identificare i cadaveri. Lo fa cercando un amico scomparso. È in questa stanza buia, dove i corpi dei morti vengono sistemati in fila e gli odori della decomposizione si mescolano a quelli dell’incenso e del sudore, che si svolge la prima parte del romanzo. Il lettore non è uno spettatore: è lì, in mezzo ai corpi, e respira con difficoltà la stessa aria.
Il romanzo si compone di sette capitoli, ognuno dei quali è raccontato da una voce diversa e rivolto a un momento diverso della storia: immediatamente dopo il massacro, negli anni successivi, fino ad arrivare ai primi anni Duemila. Queste voci sono legate in modi differenti a Dong-ho e a ciò che è accaduto: c’è l’anima di un ragazzo ucciso che osserva il proprio corpo, c’è la madre di Dong-ho che cerca di comprendere la perdita, c’è una correttrice di bozze perseguitata per aver pubblicato un libro sui fatti di Gwangju, ci sono gli ex compagni di lotta spezzati dal trauma. Ogni voce aggiunge un frammento al mosaico. Ogni frammento è una ferita.
In Atti umani Han Kang, Premio Nobel per la letteratura 2024, non racconta una storia, ma molte. E non lo fa per il gusto della polifonia, ma perché non potrebbe fare altrimenti. La tragedia di Gwangju non appartiene a un singolo individuo. Non ha un protagonista. È un evento collettivo, che ha rotto la trama stessa dell’umanità per chi vi ha assistito, per chi ne è stato vittima, per chi ne ha portato le cicatrici nel corpo e nella mente. Ecco allora che la struttura del romanzo, fatta di salti temporali e cambi di prospettiva, riflette la frantumazione della memoria. L’identità individuale cede il passo a una voce corale, che talvolta diventa quasi sovrumana: è lo spirito stesso della Storia a parlare.
Uno degli aspetti più toccanti del romanzo è la scelta di alternare narratori in prima, seconda e terza persona. Questa variazione non è un semplice artificio stilistico: serve a dare voce a chi non l’ha più, a mettere il lettore nella posizione di testimone, di complice, di sopravvissuto. Nel secondo capitolo, per esempio, parla lo spirito di Jeong-dae, un ragazzo ucciso durante le proteste: “Mi guardo, disteso, e non capisco se quel corpo sono ancora io”. È un momento di straniamento profondo, ma anche di bellezza: la morte non è mai silenziosa in questo libro, ha una sua grammatica, un suo modo di farsi sentire.
Uno dei temi portanti del romanzo è il corpo. Non solo come contenitore della vita, ma come luogo del trauma, della memoria, della verità. I corpi in Atti umani non sono simboli astratti: sono corpi veri, pieni di sangue, di odori, di decomposizione. Corpi che soffrono, che gridano, che muoiono male. Ma anche corpi che resistono. Han Kang scrive con una chiarezza spietata, quasi clinica, quando descrive le torture subite dai prigionieri politici, le ferite sui cadaveri, i morsi della fame nei detenuti. Non c’è voyeurismo, però: c’è una necessità etica di raccontare l’orrore per non dimenticarlo.
Il corpo è anche il luogo del conflitto tra potere e individuo. Il regime cerca di spezzare i corpi per controllare le menti. Ma spesso accade il contrario: i corpi martoriati diventano testimoni silenziosi della verità. Il ragazzo che scrive il proprio diario mentre viene torturato, la donna che si rifiuta di cedere alla censura, la madre che continua a parlare con il figlio morto: tutti questi personaggi esprimono una resistenza che è innanzitutto fisica, carnale.
Il titolo stesso del romanzo, Atti umani, è una provocazione. Cosa significa “umano” in un contesto in cui uomini uccidono altri uomini con ferocia animale? L’interrogativo attraversa ogni pagina. L’autrice non offre risposte, ma insinua il dubbio. È possibile rimanere umani dopo aver assistito all’orrore? È possibile compiere un atto umano in un sistema che premia la crudeltà e punisce la pietà?
Il romanzo insiste su questa tensione continua tra il tentativo di salvare ciò che resta dell’umano e il rischio di lasciarsi contaminare dal male. Alcuni personaggi scelgono il silenzio. Altri la testimonianza. Altri ancora la fuga. Ma nessuno resta indenne. L’umanità non è un dato acquisito: è una conquista quotidiana, dolorosa, fragile.
Lo stile di Kang è inconfondibile. Misurato, limpido, essenziale. Ogni parola sembra scelta con cura millimetrica, come se pesasse sulla bilancia dell’etica oltre che su quella della letteratura. Non c’è retorica, non c’è compiacimento. Nemmeno quando descrive l’orrore. Nel romanzo vengono create immagini che si fissano nella mente del lettore come fotogrammi indelebili: un lenzuolo che copre un corpo, una mano che si aggrappa a un’altra prima di morire, una voce che chiama da lontano.
Lo stile si adatta anche al cambiamento dei narratori: quando a parlare è una madre in lutto, la prosa si fa più dolce, più circolare. Quando la voce è quella di un prigioniero politico, il ritmo si fa spezzato, sincopato. C’è un profondo rispetto per la psicologia dei personaggi, che si traduce in una scrittura mai invasiva, ma sempre presente.
Un altro tratto distintivo è l’uso del silenzio. L’autrice non ha paura del vuoto: spesso interrompe le frasi, lascia sospesi i pensieri, usa la reticenza come forma di potenza narrativa. È in questi silenzi che il dolore si fa più acuto. E che il lettore è costretto a fermarsi, a pensare, a non scivolare via.
Due elementi biografici di Kang illuminano la genesi di questo romanzo. L’autrice è nata a Gwangju nel 1970, ma si è trasferita con la famiglia a Seoul prima del massacro del 1980. Tuttavia, il trauma della sua città natale l’ha accompagnata a lungo come una ferita aperta. In una delle rare interviste concesse, ha raccontato di aver iniziato a scrivere il romanzo dopo aver letto un libro-testimonianza sui fatti di Gwangju che le ha lasciato una crisi fisica: “Ho avuto spasmi, nausea, febbre. Era come se i corpi dei morti mi si fossero gettati addosso”. Il secondo elemento significativo riguarda il padre, lo scrittore Han Seung-won, che fu lui stesso testimone del periodo della dittatura militare. La memoria famigliare si intreccia a quella storica, ma la figlia sceglie una strada diversa: non il racconto diretto, non il romanzo storico classico, ma una forma ibrida che sta tra la fiction e il requiem. Il dolore si trasmette, ma anche il desiderio di comprenderlo.
Atti umani è un’opera necessaria. Non solo per la Corea del Sud, ma per chiunque si interroghi su cosa significhi vivere in un’epoca segnata dalla violenza e dall’impunità. È un libro che chiede coraggio: il coraggio di guardare in faccia il dolore, di ascoltare le voci che la Storia ha cercato di cancellare, di accettare che non sempre si può guarire. Ma anche il coraggio di credere che raccontare sia ancora un atto umano.
Kang scrive come si compone un canto funebre: con rispetto, con rigore, con amore. Il suo romanzo è una camera ardente della memoria, in cui ogni pagina è un gesto di pietà, ogni parola una carezza ai morti. E, proprio per questo, un grido lancinante di vita.
Il libro in una citazione
«Alcuni ricordi non cicatrizzano mai. Invece di sbiadire con il passare del tempo, sono gli unici a sopravvivere quando tutti gli altri si sono cancellati. Il mondo si oscura, come lampadine elettriche che si spengono una alla volta. So bene di non essere in salvo.»
30 giugno 2025
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