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Libri per chi ama davvero leggere

La prospettiva rovesciata, un saggio che invita a non fermarsi alla prima impressione

Scritta nel 1919, la relazione del filosofo ortodosso Pavel Florenskij sulle icone rivela tutta la sua attualità nell’interrogarci sul nostro modo di vedere

di Manuela Mongiardino

⭐⭐⭐⭐⭐

Classificazione: 5 su 5.

La prospettiva rovesciata
Autore: Pavel Florenskij
Curatore: Adriano Dell’Asta
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2020
Anno prima edizione: 1919 (Russia)
Genere: Arte, Filosofia
Pagine: 152

Consigliato a lettori che amano combinare arte, filosofia e spiritualità, e cercano di vedere il mondo al di là delle teorie scientifiche. Un libro che insegna a non fermarsi alla prima impressione.  

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Nel cuore della Russia postrivoluzionaria, quando il mondo cambia propendendo verso una realtà storica socialista che prescinde dalla spiritualità, Pavel Florenskij (Azerbaigian, 1882- Leningrado, 1937) da scienziato, teologo e filosofo ortodosso scrive delle icone, forma di arte tipicamente russa che negli anni Venti andava messa in salvo.

La prospettiva rovesciata, che è stata scritta nel 1919 come relazione per la Commissione per la tutela dei monumenti della Lavra della Trinità di San Sergio e letta nel 1920 presso l’Accademia russa di storia della cultura materiale, non è semplicemente un’indagine tecnica sulla prospettiva pittorica, ma un saggio sul modo in cui l’uomo concepisce lo spazio, la realtà e il divino attraverso l’arte.

In concreto, Florenskij tratta di una delle più famose conquiste tecnico-architettoniche moderne: la prospettiva lineare. Si chiede se esista la possibilità che il mondo, con la sua molteplicità e complessità, possa essere ridotto alle leggi geometriche della prospettiva centrale. Il suo interrogativo nasce dall’esigenza di dare un’alternativa all’esperienza religiosa e artistica russa: la prospettiva rovesciata.

Il saggio è diviso in due parti e seguito da una postfazione del curatore Adriano Dell’Asta, che attualmente insegna Cultura russa e Lingua e letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano.

Nella prima parte, intitolata “Osservazioni storiche”, Florenskij analizza le icone russe, soffermandosi sulla loro apparente “deformazione”: visi, corpi, edifici sacri vengono rappresentati da più lati contemporaneamente, secondo una prospettiva che non converge verso un unico punto, ma si apre verso lo spettatore. Le quattro facce degli oggetti sono infatti rese visibili all’osservatore, attraverso la prospettiva rovesciata.

Nonostante la conoscenza della prospettiva fosse diffusa anche nel mondo ortodosso, gli iconografi scelsero deliberatamente di ignorarla, in nome di una diversa concezione della spiritualità. In questo, la prospettiva rovesciata non è un “errore”, bensì la manifestazione di un’altra visione del mondo, in cui l’arte non imita ma rivela.

Florenskij critica la prospettiva lineare in quanto strumento schematico, che riduce l’arte a una pratica tecnica. Il vero artista, al contrario, deve liberarsi da tali regole per dare la profondità dell’esperienza attraverso la sua visione interiore. Non è legato a regole, ma alla fedeltà verso ciò che percepisce e di conseguenza interpreta.

Il saggio prosegue con un confronto tra la visione medievale e quella rinascimentale. Se nel Medioevo la rappresentazione dell’icona mira alla spiritualità, nel Rinascimento si orienta verso l’illusione ottica del reale.

Con Piero della Francesca la prospettiva diventò scienza, mentre Giotto, pur ignorandone i fondamenti matematici, riuscì già a collocare le figure nello spazio in modo efficace. Il pittore tedesco Albrecht Dürer si recò appositamente a Bologna col desiderio di studiare la prospettiva, ma poi trovò un suo modo personale di rappresentare lo spazio. Anche i grandi del Rinascimento, come Michelangelo e Leonardo, pur facendo uso della prospettiva, non si limitarono mai a subirne le regole. Nella Scuola di Atene, Michelangelo adattò la composizione alle esigenze della narrazione simbolica; nell’Ultima cena, Leonardo usò le linee prospettiche per accentuare la centralità di Cristo. In queste deviazioni, Florenskij riconosce il segno di un’autonomia creativa: chi rifiuta il dogma prospettico non è un ribelle, ma un vero artista. 

La seconda parte del saggio, “Premesse teoriche”, entra in una riflessione più sistematica. Florenskij analizza sei principi che mettono in discussione la pretesa oggettività della prospettiva euclidea. Innanzitutto, egli evidenzia come la concezione geometrica dello spazio tridimensionale, statico, regolato da leggi astratte, non riesca a includere l’esperienza visiva e  spirituale.

L’idea di un solo punto di vista, all’interno della composizione, è per Florenskij un’imposizione. Chi veramente è un artista, al contrario, considera molteplici punti di vista, sintetizzandoli in una visione spirituale dell’oggetto. La percezione non è un dato statico, ma una costruzione interiore che coinvolge memoria, emozioni e intuizioni.

In questo senso, l’arte non è mai semplicemente mimetica. La prospettiva, quindi, è una convenzione tecnica, ma non certo arte. Come una carta geografica, essa indica uno spazio, ma non ne rappresenta la realtà o le sue caratteristiche culturali e sociali.

Florenskij si muove in un ambito in cui filosofia, teologia e storia dell’arte si incontrano. Le sue tesi, pur ancorate al contesto culturale dell’iconografia russa, ci introducono a una concezione filosofica della matematica e dell’arte.

La prospettiva rovesciata, con il suo linguaggio tecnico, non è un saggio agevole. Ma è un’opera che riesce a coinvolgere il lettore nel mondo delle icone che non è per tutti familiare. 

Riflettere su Florenskij oggi significa interrogarci sul nostro modo di vedere. In un’epoca dominata dalle immagini digitali, dalla realtà aumentata, dalla standardizzazione visiva, il suo appello alla molteplicità dei punti di vista suona come un richiamo alla libertà dell’ispirazione artistica. La prospettiva, allora, non è solo una tecnica pittorica, ma una metafora del nostro rapporto con il mondo. Rovesciarla significa rifiutare la tirannia dell’unico sguardo – e restituire all’arte, e forse alla vita, la sua complessità irriducibile.

Quindi cosa penserebbe Florenskij di un’opera d’arte contemporanea, creata in serie senza l’utilizzo di pennelli e scalpelli? Sarebbe vera arte?

Il libro in una citazione
«L’immagine prospettica del mondo è soltanto uno dei possibili metodi di disegno tecnico. […] una carta geografica è e nello stesso tempo non è una rappresentazione: non si sostituisce all’ immagine reale della terra… ma serve ad indicare alcune sue qualità.»

26 giugno 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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