Nell’ultimo lavoro di Valerio Aiolli rivive non solo l’intricata vicenda che pose fine alla vita della nobildonna ma anche una parte di storia industriale, politica e di costume del nostro Paese
di Enzo Palladini

Portofino blues
Autore: Valerio Aiolli
Editore: Voland
Anno edizione: 2025
Genere: Moderna e contemporanea
Pagine: 362
Consigliato a chi vuole rivivere i fasti e le miserie della cosiddetta Prima Repubblica italiana.
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La vita estrema di Francesca Agusta di Marina Ripa di Meana. Maretti & Wilde 2001. La stessa vicenda raccontata da quella che è stata considerata la migliore amica della contessa scomparsa.
Come quando… Sensazioni e sprazzi di memorie sorvolando la mia vita di Riccardo Agusta. Nicomp 2014. Autobiografia del figlio di Corrado Agusta: quest’ultimo in seconde nozze sposò proprio Francesca Vacca, divenuta poi contessa Agusta.
Lunedì 8 gennaio 2001 la contessa Francesca Vacca Agusta sparì improvvisamente dalla lussuosissima Villa Altachiara di Portofino, di sua proprietà, costruita oltre un secolo prima a picco sul mare. Il suo cadavere, in avanzato stato di decomposizione e con segni compatibili con una caduta rovinosa lungo un versante roccioso (quello che si trova sotto la villa appunto), sarebbe stato ritrovato esattamente tre settimane dopo in mare, a pochi metri da una baia della Costa Azzurra. L’indagine sulla morte della contessa è stata archiviata con l’ipotesi di suicidio o caduta accidentale, ma la battaglia legale per la sua eredità è durata quasi due decenni.
Al momento della scomparsa, insieme alla contessa nella villa c’erano (al di là della cameriera polacca Teresa) due persone: Tirso Chazaro, detto “Tito”, l’ultimo compagno di vita di Francesca Vacca Agusta, e Susanna Torretta, ex commessa di un negozio di abbigliamento divenuta una vera e propria dama di compagnia per la contessa.
In Portofino blues Valerio Aiolli parte da qui, dalla scena del (possibile) suicidio, per raccontare la vita di tutti i personaggi coinvolti. Così scopriamo il fascino, le perversioni e soprattutto le debolezze di Francesca Vacca Agusta, ne ripercorriamo il tortuoso percorso sentimentale, la fulminante storia d’amore con Corradino Agusta, rampollo della dinastia industriale, poi la successiva turbolenta convivenza con Maurizio Raggio (uomo di fiducia di Bettino Craxi fino alle ultime ore di vita del leader socialista), l’infatuazione per il fascinoso messicano Tirso.
I nomi che hanno riempito le pagine dei giornali italiani negli anni Ottanta ci sono tutti perché la contessa, conosciuta con quel titolo nobiliare anche dopo la morte del marito Corradino dal quale avrebbe divorziato, lungo la sua appariscente esistenza è stata amica (e qualche volta nemica) di tutti questi personaggi. La lotta per la successione coinvolgerà – con risvolti altamente drammatici – Raggio, Chazaro, Riccardo “Rocky” Agusta, più marginalmente Susanna Torretta e anche il fratello della contessa.
Portofino blues non è un titolo immediato. Va un po’ interpretato perché non ci sono riferimenti nel testo. La logica vuole che rappresenti il contrasto tra la ricchezza sfrenata che si respira a Portofino e il disagio infinito che la vita dei ceti elevatissimi può sprigionare quando vengono a mancare le basi sentimentali della vita. La tristezza viene amplificata, come in un blues appunto. C’è anche una suddivisione tra la cronaca, divenuta ormai storia, e la finzione, che Aiolli inserisce tra le pieghe del suo racconto con risultati eccellenti dal punto di vista narrativo.
Siamo di fronte a una sorta di “noir” che non deve utilizzare come spunto la fantasia bensì qualcosa di realmente accaduto, un evento traumatico che viene sviscerato nei suoi dettagli, per arrivare a essere un vero puzzle di storie nella storia, di vite un po’ vissute e un po’ immaginate.
Da una parte c’è la realtà, il “dentro”. Aiolli racconta tutto con la precisione che solo i grandi cronisti sanno trasmettere. Nomi, date, cifre, eventi: tutto documentato senza pericolo di smentite. Ma poi c’è anche un “fuori”, c’è una parte della narrazione in cui l’autore lascia galoppare la fantasia, prova a immedesimarsi nella mente complessa di Francesca Vacca Agusta, ma anche in quelle delle persone che l’hanno circondata, che l’hanno fatta soffrire pensando di regalarle la felicità, che l’hanno spinta (forse) al gesto estremo del suicidio. Oppure non hanno fatto nulla per evitare che tutto questo accadesse.
Il confine tra finzione e realtà è molto sottile, ma lo si può cogliere dallo stile. Quando racconta eventi reali e documentati da verbali o da testimonianze, l’autore è un vero e proprio cronista di “nera”. Descrive particolari anche molto crudi, ma finalizzati a una ricostruzione fedele di quello che si sa ed è stato provato. Poi però devia volutamente dalla strada maestra (che in buona parte è già di pubblico dominio) e allora si concede pagine di grande lirismo, periodi altamente immaginifici in cui si addentra nei pensieri, nelle idee, nelle pulsioni di chi non c’è più oppure c’è ancora ma non ha alcuna intenzione di raccontare tutto ciò.
Valerio Aiolli, fiorentino, classe 1961, ha alle spalle una ricca carriera di scrittore e romanziere. Il suo primo romanzo, Io e mio fratello, ha qualche punto in comune con Portofino Blues perché racconta quell’Italia degli anni Sessanta che attraversa un buon numero di pagine dell’ultimo lavoro, ma in quel caso gli splendori e le miserie del nostro Paese sono letti attraverso gli occhi di un bambino, Aiolli appunto. Io e mio fratello vinse il Premio Fiesole, fu selezionato per il Premio Strega ed è stato finalista al Premio Chianti e al Premio Volterra/Carlo Cassola. Altro tema ricorrente è quello della deriva etica del potere italiano legata a Tangentopoli, trattata con competenza nel romanzo Il sonnambulo, pubblicato nel 1992. C’è parecchia Tangentopoli anche nelle pagine di Portofino blues, opera narrativa di elevatissimo valore, inserita nella dozzina del Premio Strega 2025.
Per arrivare alla conclusione di questo romanzo, Aiolli ha investito mesi e mesi di ricerche e studi di cui va giustamente fiero, tanto da concludere il libro con un capitolo praticamente autobiografico, in cui racconta una serata solitaria a Portofino in cerca delle tracce della contessa, forse del suo fantasma, quella contessa che aveva intravisto ai tavoli del mitico locale Covo di Nordest più di quarant’anni prima, quando era un semplice studente in gita.
Il libro in una citazione
«Non c’è quasi mai un vero motivo per scrivere una storia. L’unico motivo è che ci siamo messi a scrivere quella storia per scoprire qualcosa che esisterà solo se riusciremo a scriverla.»




