L’autrice della trilogia She-Shakespeare ci racconta della passione autentica che contraddistingue la sua scrittura e la sua memorabile protagonista
Intervista di Sonia Vaccaro

Sono stati quattro intensissimi anni quelli che hanno visto Judith prender vita nella mente di Eliselle, al secolo Elisa Guidelli, e conquistare molti lettori, giovanissimi e non solo. Con la trilogia She-Shakespeare, di cui Gallucci ha pubblicato l’ultimo capitolo a fine gennaio, la storica e sceneggiatrice modenese narra le vicende della ragazza che, in epoca elisabettiana, si traveste da William per rincorrere il sogno di diventare una drammaturga di successo. Un personaggio sì di finzione, ma anche molto credibile e pregno di valori universali. D’altra parte, non è per una casualità che le avventure di Judith arrivino dritte al cuore e rientrino da tempo tra i bestseller della narrativa storica per ragazzi.
Eliselle, ci racconta il suo incontro con Judith Shakespeare? Oggi potrebbe dire che la prima impressione era quella giusta?
Judith è nata da una domanda semplice: e se William Shakespeare fosse stato una ragazza? Virginia Woolf se n’era fatta un’altra: se avesse avuto una sorella con il suo stesso talento? Lei, in Una stanza tutta per sé, immagina una Judith destinata all’oblio, impossibilitata a esprimere il proprio genio perché donna. Ma io ho voluto cambiare il suo destino, darle voce, darle una storia, darle la possibilità di sfidare quel destino. Da subito l’ho percepita come una ragazza ribelle, determinata, ostinata fino all’incoscienza. Oggi posso dire che sì, la prima impressione era giusta, ma non avevo ancora compreso fino in fondo la sua profondità: Judith è cresciuta con me, si è trasformata mentre la raccontavo, rivelandomi lati inaspettati del suo carattere.
E come è stato quello con William Shakespeare? Ricorda le emozioni che provò?
Il mio primo incontro con Shakespeare è avvenuto attraverso la lettura di Romeo e Giulietta, come capita a molti ragazzi. Poi qualcosa a teatro, al liceo, con Troilo e Cressida, e il cinema con tantissimi film di Kenneth Branagh e non solo. Ma il vero impatto, quello che mi ha lasciato il segno, è stato col Macbeth. La sua atmosfera cupa, il senso di fatalità e la tensione che attraversa ogni scena mi hanno affascinata e inquietata allo stesso tempo. Mi ha fatto capire che Shakespeare non era solo “quel poeta che si studia a scuola”, ma un autore capace di toccare corde universali, di raccontare le ombre dell’animo umano con una modernità sorprendente. Ho sentito la potenza delle parole e il loro peso emotivo: ogni frase era un colpo di scena, ogni dialogo scavava nella psiche dei personaggi. Da quel momento, Shakespeare è diventato per me una porta aperta su un universo di emozioni e possibilità narrative.



Autrice: Eliselle
Editore: Gallucci
Illustratrici: Arianna Farricella (She-Shakespeare e Il mondo è un palcoscenico), Sabina Sodaro (Della stessa sostanza dei sogni)
Età di lettura: dai 12 anni
Leggi la recensione del terzo libro, Della stessa sostanza dei sogni, qui
Consigliati a chi ama i romanzi richi di sorprese e con personaggi memorabili, che sanno davvero catapultarti in un’altra epoca. Benché parte di una trilogia, possono essere letti anche singolarmente.
Nel primo libro della trilogia Judith, seppur bambina, sfida con tenacia le regole della società e si traveste da maschio per frequentare la scuola, opportunità che le sarebbe altrimenti preclusa. Compie così un primo e importante passo che le consentirà di dare sfogo alla sua passione per il teatro e le storie. Com’era Eliselle da bambina? Aveva qualche affinità con Judith?
Se c’è una cosa che io e Judith abbiamo in comune è la curiosità insaziabile. Da bambina leggevo tutto ciò che mi capitava sotto mano, divoravo libri, storie, racconti. Ero affascinata dalle parole, dal loro potere di creare mondi. Anche io, come Judith, ho dovuto sfidare qualche regola, anche se non in modo così estremo (il modo migliore era dirmi “non leggere quel libro” ed era la prima cosa che facevo, si potrebbe utilizzare come metodo educativo!). Crescere con la voglia di scrivere e raccontare significava, per me, scontrarmi con l’idea che la scrittura fosse solo un passatempo e non una strada possibile. Judith lotta per poter imparare, per potersi esprimere. Io ho dovuto lottare per far capire che quello che amavo fare poteva essere qualcosa di concreto, di reale.
Il titolo del secondo libro, Il mondo è un palcoscenico, è di per sé molto significativo. Nella vita siamo sempre costretti a indossare maschere? Nessuna via di scampo?
Shakespeare ci ha lasciato questa idea straordinaria: la vita è un teatro, e noi interpretiamo ruoli diversi a seconda delle circostanze. E in effetti, tutti indossiamo maschere: nella vita privata, nel lavoro, nelle relazioni. Non sempre è una scelta consapevole, a volte è una necessità. Il problema sorge quando dimentichiamo chi siamo davvero dietro quella maschera. Ecco perché il teatro è così potente: ci mette di fronte a questa verità, ci costringe a guardarci negli occhi e a chiederci chi siamo senza la scenografia della quotidianità. La via di scampo? Essere consapevoli del proprio ruolo e, quando possibile, scegliere chi vogliamo essere, invece di lasciare che siano gli altri a decidere per noi.
Nella seconda parte della storia Judith affronta mille imprevisti, sperimenta la scorrettezza di chi credeva amico, ma alla fine non si perde d’animo. Potrebbe essere un grande esempio per molte e molti adolescenti di oggi. Dove trova tutta questa forza Judith?
La forza di Judith nasce dalla necessità. Lei sa che non può permettersi di cedere, perché la sua vita non ha margini di errore. Un uomo può fallire e rialzarsi, una donna dell’epoca elisabettiana no. In realtà nemmeno oggi, a pensarci bene. Ogni sua scelta è una scommessa, ogni sua ribellione un rischio. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: Judith è mossa da una passione autentica, da un amore viscerale per il teatro e la narrazione. E quando ami qualcosa così tanto, trovi sempre la forza per continuare, proprio come accade a lei.
Il terzo capitolo della trilogia, Della stessa sostanza dei sogni, fa riflettere sulle rinunce cui le donne erano costrette in epoca elisabettiana e sullo scotto che erano costrette a pagare se volevano realizzare i propri sogni. A che punto siamo oggi?
Siamo lontani dall’età elisabettiana, e abbiamo attraversato tantissime epoche differenti, eppure alcune dinamiche non sono così diverse. Oggi le donne possono studiare, scrivere, decidere, dirigere, ma ancora si scontrano con barriere invisibili: pregiudizi, aspettative sociali, sessismo, ingiustizie e squilibri di potere. Judith lotta per avere una voce in un mondo che non la vuole ascoltare. Quante donne, oggi, devono ancora alzare la voce per essere prese sul serio? E quante alle volte si rendono conto che nemmeno quello basta? Abbiamo conquistato molto, ma la libertà di scegliere chi essere, senza dover giustificare la propria ambizione, è ancora un obiettivo da raggiungere.
In un certo senso, potremmo dire che anche Judith sbagliando impara. Qual è il suo errore più grande?
Il più grande errore di Judith è fidarsi ciecamente di chi non lo merita, credendo che il talento, la passione e la determinazione siano sufficienti per conquistare un posto nel mondo. È un errore che molte persone commettono: credere che basti essere sinceri e puri d’intenti per ricevere lo stesso trattamento dagli altri. Judith si trova più volte a scontrarsi con la realtà: c’è chi sfrutta il suo talento per i propri scopi, chi le promette sostegno e poi la tradisce, chi la giudica non per ciò che è, ma per il semplice fatto di essere una donna. La sua ingenuità iniziale le fa credere che il mondo del teatro sia un luogo dove conta solo l’arte, ma presto scopre che è fatto anche di giochi di potere, invidie e ipocrisie. Questa delusione la ferisce profondamente, la mette in crisi. Ma è proprio qui che sta la sua crescita: Judith non si lascia abbattere, non diventa cinica né rinuncia ai suoi sogni. Al contrario, impara a riconoscere chi merita davvero la sua fiducia, impara a proteggersi senza perdere la sua passione. L’errore più grande, dunque, non è solo fidarsi delle persone sbagliate, ma anche sottovalutare se stessa. Judith capisce che il suo valore non dipende dal riconoscimento degli altri e che deve essere lei, per prima, a credere nella propria voce. Questa consapevolezza la rende più forte, più autonoma, più capace di affrontare il mondo senza farsi schiacciare dalle ingiustizie. È un insegnamento prezioso: tutti sbagliamo, tutti veniamo delusi, ma sta a noi decidere se lasciare che l’errore ci definisca o se trasformarlo in una lezione per il futuro. Judith sceglie la seconda strada, e questa è la sua più grande vittoria.
Judith s’imbatte in personaggi storici e d’invenzione. Tra questi ultimi qual è quello cui si sente più affezionata?
Evans, perché è colui che nonostante tutto, le resta accanto. È un personaggio buono, ma pieno di contraddizioni, cerca di sfuggire alle logiche del suo tempo ma in qualche modo ne diventa vittima. La ama eppure non la capisce fino in fondo, avrebbe mille motivi per andarsene, ma alla fine non lo fa e sceglie di rimanerle accanto. Quella tra Judith e Evans è una storia d’amore non convenzionale, che non ha un vero e proprio lieto fine come ce lo immaginiamo per le favole. Ma sta proprio lì il fatto: la storia di Judith non è una favola. Nel terzo capitolo Judith si scontra anche con la realtà dei sentimenti e del tempo che passa, e scopre che per quanto ci si voglia bene, la vita è fatta anche di compromessi e chiaroscuri.
Dalla lettura delle vicende di Judith traspare una minuziosa ricerca storica e letteraria. Su quali fonti si è basata e quanto è durato il periodo di preparazione alla stesura?
Mi sono immersa in testi sull’epoca elisabettiana, sulla condizione delle donne, sui teatri del tempo. Ho letto saggi, biografie di Shakespeare, ma anche documenti storici sulle figure femminili, tra cui ovviamente Elisabetta I. Ho cercato di ricostruire un contesto credibile, senza rinunciare alla libertà narrativa. Sono stata ovviamente costretta a “eliminare” qualche pezzo ma il lavoro del narratore è spesso fatto di scelte di questo genere, per mantenere più compatta e non disperdere la potenza di una storia. La sfida più grande è stata rispettare le varie fasi della vita di Shakespeare, integrandole con la parte di fantasia, ma come spesso accade è stata anche la parte più divertente.
Quanto è durata invece la fase di scrittura? Quali sono stati i passaggi più sofferti? E quali quelli che le sono sgorgati con più facilità?
Scrivere questa trilogia è stato un viaggio lungo e intenso. L’idea è nata quasi come gioco, e il primo libro è stato un fulmine a uscire. Poi, si sono stratificati pian piano gli altri due, e il vantaggio è stato sapere già dove il viaggio andava a finire: facendo due conti, diciamo che tra il primo e l’ultimo sono passati circa quattro anni, e non sono pochi. La parte più difficile è stata trovare il giusto equilibrio tra storia e finzione, tra verità e possibilità. Judith doveva essere credibile nel suo tempo, ma anche universale.
Storie di personaggi illustri ben raccontate hanno il potere di incuriosire e indurre chi le legge all’approfondimento. Per chi scrive sono una bella sfida. Ha sentito questa responsabilità durante la stesura?
Sì, raccontare l’Inghilterra del XVI e XVII secolo è stata sia una sfida sia una grande responsabilità: ho cercato di bilanciare fedeltà storica e necessità narrativa, tentando di renderla il più possibile autentica, senza anacronismi. Da una parte, volevo restituire con fedeltà l’epoca elisabettiana, le sue regole, le sue ingiustizie, la condizione delle donne e il mondo del teatro. Dall’altra, sapevo che Judith, pur essendo un personaggio di fantasia, doveva risultare autentica e credibile, non solo storicamente, ma anche emotivamente. Spero che il libro porti a un desiderio di approfondimento in questo senso, ma soprattutto ho usato l’empatia per immaginare le emozioni e aspirazioni di Judith. Volevo dare voce a tutte quelle donne del passato che avrebbero potuto essere artiste straordinarie, ma che la storia ha cancellato. Questa consapevolezza ha guidato la mia scrittura, spingendomi a raccontare con cura e onestà.
Quale consiglio di lettura darebbe a una/un adolescente che si riconosce in Judith?
Tra i classici, consiglierei Jane Eyre di Charlotte Brontë. Come Judith, Jane è una giovane donna che lotta per affermare la propria indipendenza in un mondo che cerca di soffocarla. Entrambe affrontano ostacoli imposti dalla società e cercano il loro posto nel mondo senza rinunciare alla propria identità. Inoltre, il romanzo esplora temi come il coraggio, l’autodeterminazione e la ricerca della verità interiore, valori che possono ispirare chi si riconosce nel percorso di Judith. Poi direi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood: pur essendo ambientato in un futuro distopico, tratta tematiche di oppressione, identità e resistenza femminile che potrebbero risuonare profondamente con chi ha amato Judith. Il romanzo della Atwood mostra come il coraggio e la determinazione possano sfidare anche i contesti più oppressivi, offrendo una lettura potente e attuale.
Qual è la sua opera di Shakespeare preferita?
Vado molto a momenti, in realtà, e credo sia normale attraversando le fasi della vita avere dei riferimenti che cambiano. La Tempesta, che è stato visto come l’addio alle scene di Shakespeare, rappresenta un perfetto equilibrio tra magia, potere e redenzione. La figura di Prospero, con il suo desiderio di giustizia e la capacità di perdonare, incarna una profonda riflessione sulla natura umana e sulla possibilità di trasformazione. Inoltre, l’elemento fantastico e l’atmosfera onirica del testo catturano l’essenza stessa del teatro, in cui tutto è possibile e il confine tra realtà e illusione si assottiglia.
A proposito di teatro, secondo lei in che cosa consiste la sua magia?
Nella sua immediatezza. Il teatro è un atto di presenza, un’esperienza collettiva che esiste solo nel momento in cui viene vissuta. È il luogo dove la finzione diventa più vera della realtà. Il teatro ha la capacità di creare un mondo vivo e pulsante davanti agli occhi degli spettatori, rendendo reale l’immaginario. È un’arte collettiva che coinvolge attori, pubblico e spazio scenico in un dialogo continuo, trasformando ogni rappresentazione in un’esperienza unica e irripetibile. Inoltre, permette di esplorare emozioni, idee e conflitti universali attraverso la parola e il corpo, facendo sì che ogni spettatore possa rispecchiarsi nella storia che si dipana sul palco.
Ci dispiace lasciar andare Judith. La sua storia è davvero finita?
Spero sempre che ogni storia che racconto lasci delle tracce. Judith continuerà a vivere nei lettori che l’avranno amata, e forse un giorno troverà un nuovo modo per farsi sentire. Perché le storie non finiscono mai davvero, cambiano solo forma. Secondo me Judith potrebbe avere ancora molto da dire, e forse un giorno tornerà… chi può dirlo?
3 marzo 2025
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